Categoria: Sadomaso

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La prima volta, come O

“Il posto sai dov’è, puoi anche venire da sola” Finiva così il suo sms. Oltre il
giorno e l’ora, mi ha scritto di indossare una sottoveste nera e niente sotto,
raccogliere i capelli in una coda morbida e bassa, entrare e inginocchiarmi con
le mani dietro la schiena ad aspettarlo nel punto preciso dell’altra volta.
Questa cosa del “punto preciso” m’inquieta.
Arrivo con un leggero anticipo,
so che lui non c’è, ma non riesco a calmare il battito del mio cuore. Entro
nella casa e mi guardo intorno, è la prima volta che lo faccio. Il posto è
veramente diroccato e sporco, ci sono attrezzi ammucchiati un po’ ovunque e un
tavolo quadrato di legno in mezzo all’ambiente che non avevo notato prima. Il
tetto però sembra integro perché non ci sono macchie di umido, non ci piove
dentro.
Cerco il “punto preciso” e mi rendo conto che non lo trovo. Entro in
ansia, so che è importante per lui, e giro e rigiro il mio sguardo per un
indizio, qualcosa che possa fare da punto di riferimento. Non trovo niente. Il
fiato si fa corto e il cuore mi batte ancora più forte. Respiro a bocca aperta,
sento di non avere più molto tempo.
Un rumore fuori attira la mia attenzione.
E’ una portiera che si chiude. Lui è qui. Tolgo il cappotto e le scarpe, che
getto di lato, e m’inginocchio come lui mi ha chiesto nel punto che mi sembra il
più vicino al “punto preciso”. Gli occhi a terra, i sassolini penetrano nella
mia pelle, ma non mi muovo. Lui è entrato.
Sento i suoi passi che si
avvicinano. Sento il suo sguardo che scruta e vàluta e m’ispeziona per
accertarsi che ho fatto come lui mi ha ordinato e se l’ho fatto come lui voleva.
Mette la sua mano dietro la mia nuca e, afferrandomi i capelli, dolcemente mi
tira su. Io continuo a tenere la testa bassa e lui mi alza il mento per farsi
guardare.
“Sei stata brava… hai fatto un solo errore…”

Prende i
miei polsi e li tiene uniti con una mano. Mi tira e io lo seguo docilmente. Mi
porta vicino a un trave da cui pende una catena con un gancio. Raccoglie
qualcosa da terra e mi tira un po’ più vicino a lui. Prende la mia nuca e mi
bacia, a lungo. Un bacio che mi fa liquefare, ora lui ha il totale controllo del
mio corpo, io sono senza peso. Mi spoglia e lega i miei polsi uniti con una
spessa e larga fascia di cuoio munita di gancio. Mi alza le braccia e mi
assicura alla catena che scende giù dal trave, i miei piedi toccano terra. Si
sposta di fronte a me e di nuovo mi bacia prima con tenerezza, poi con sempre
più insistenza fino ad afferrare la mia lingua e a succhiarla quasi a farmi
soffocare. Si stacca repentino e si mette alle mie spalle. Improvvisamente,
sento un sibilo nell’aria e un dolore lancinante dietro la schiena che mi fa
urlare forte.
“Un solo errore, schiava, ma deve essere punito.”
La seconda
frustata mi fa urlare di nuovo. Poi la terza e già mi sento
svenire.
“Eseguire i miei ordini con precisione deve diventare la tua
priorità!”
La quarta, non riesco a respirare. La quinta.
“Ti prego, basta”
ho un filo di voce, ma lui mi sente. Si avvicina al mio orecchio.
“Basta
cosa.”
“Non frustarmi più, ti prego!”
“Ti prego cosa.”
“Ti
prego!”
“Stai facendo un altro errore. Molto grave. Chi sei tu?”
Non
rispondo, sono confusa. Mi afferra per i capelli tirandomi indietro la
testa.
“Tu sei la mia schiava e io sono il tuo Padrone. Se vuoi supplicarmi,
devi farlo come si deve.”
Mi lascia e si mette di nuovo dietro di me. Fa
schioccare la frusta nell’aria.
“Devo punirti ancora.”
La frustata arriva
repentina. Urlo e piango e lo supplico, chiamandolo mio Padrone, mio Signore, ma
lui non smette. Mi frusta altre cinque volte.

Mi slega e mi raccoglie tra
le sue braccia. Non ho la forza di stare in piedi. Mi porta come una bambina e
io affondo il mio viso nel suo petto, piangendo tutto il dolore che ho appena
provato e lo scotto di averlo deluso.
Mi fa scendere e mi adagia prona sopra
il tavolo, con le braccia in alto. Aggancia al tavolo il polsino che tiene uniti
i miei polsi. Mi allarga le gambe, aprendole molto. Tutta la mia intimità è
esposta alla sua vista. Si china su di me. La sua voce profonda e roca mi invade
l’orecchio.
“Sei mai stata sodomizzata?”
Scuoto la testa in segno di
diniego. Si allontana e lo sento grugnire per la frustrazione. Torna di nuovo
vicino.
“Va bene, tesoro, non fa niente. Faremo piano piano…”
Io
ricomincio a piangere.
“Non devi piangere. Non ti farò ancora male. Ti ho già
punita e ora voglio solo darti piacere.”
Si stacca e inizia a massaggiarmi
lentamente le natiche. Movimenti circolari sempre più ampi che dilatano le mie
aperture. Con estrema delicatezza, m’infila un dito nell’ano, sempre più a
fondo, disegnando dei piccoli cerchi mentre entra. Ho delle sensazioni
contrastanti, fastidio ma anche piacere, mi rilasso e istintivamente mi dilato.
Mentre mi perdo in questa nuova sensazione, sento il suo pene duro che si
insinua nella mia vagina. Entra piano, centimetro dopo centimetro, fermandosi
spesso per assaporare tutte le mie contrazioni, il mio calore, il mio lago.
Provo un piacere immenso, la pelle della schiena non mi fa più male. Tutto il
dolore fisico e mentale è sparito. La mia testa è piena solo delle sensazioni di
questo orgasmo lento, lungo e intenso che sto provando. Godo con un’intensità
che mi spossa e lui mi riempie con il suo seme completamente.

Mi sono
addormentata, in quella posizione prona sul tavolo di legno, il seno
schiacciato, le braccia bloccate e indolenzite. Sento un gran sollievo alla
schiena e mi accorgo che il mio Padrone sta curando le mie ferite, con tenerezza
infinita. Si accorge che mi sono svegliata, mi slega e mi aiuta ad alzarmi. Mi
abbraccia e mi bacia con dolcezza. Mi sorregge e mi aiuta a raccogliere e
indossare scarpe e cappotto. Mi accompagna all’auto e mi aiuta a salire.
“Io
voglio sul serio che tu diventi la mia schiava perfetta.”
“Sì, mio
Padrone.”

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La seconda volta

La seconda volta di Pulcina70:




Mi ero ripromessa di non incontrarlo mai più. Dopo quello che era
successo nella casa diroccata, tutte le sevizie che avevo subito… ma
anche l’eccitazione che la paura di lui mi aveva dato e il godimento di
averlo dentro di me e il modo in cui lui
si era preso cura di me, dopo… Non avevo fatto altro che pensarci, da
quel giorno, alternando sensazioni ed emozioni contrastanti.

  Ora sono in questo parcheggio che lo aspetto. Mi ha inviato un
semplice sms, con una data, un luogo e un orario: non gli ho risposto e
lui non ha insistito. Forse era sicuro che mi sarei presentata. Infatti
sono qui. Arriva col suo furgoncino scassato e si
parcheggia vicino alla mia auto. Fa scattare la serratura dello
sportello e lo apre. Non dice nulla, ma mi guarda e mi sorride. Sembra
un bambino che ha visto una caramella gigante. Io non sorrido, non ci
riesco. Sento le gambe molli che, mio malgrado, si muovono.
Salgo, partiamo.

  Di nuovo il rito della sigaretta. Non so se è una mia impressione, ma
la sua voce che mi chiede di accenderla e passarla mi sembra più
autoritaria dell’altra volta. Come se mi avesse dato un ordine. Guida
veloce e silenzioso. Riconosco subito la strada. Stiamo
tornando nello stesso posto. Mi sento rigida, non riesco a rilassarmi e
continuo a chiedermi perché ho deciso di venire al suo appuntamento.

  Appena arrivati lui scende dall’auto e apre la mia portiera. Io non mi
muovo. Con un gesto deciso mi prende per il braccio e mi fa scendere.
Il suo sguardo è già diverso e io ho paura. Mi trascina dentro
stringendo forte il mio braccio, che inizia a dolere.
Con un gesto ampio, mi spinge e io cado seduta in terra.

  Lui resta in piedi davanti a me, con le gambe leggermente divaricate, è
immobile. Ho il cuore che batte fortissimo e il fiato corto, so che mi
sta guardando, ma io tengo gli occhi bassi, non oso guardarlo, ho il
terrore di incontrare il suo sguardo sadico.
Mi afferra i capelli e mi fa muovere finché non sono in ginocchio
davanti a lui, il mio viso all’altezza del suo inguine.

  Lascia la presa dai miei capelli e si sposta, dopo avermi ordinato di
non muovermi. Io però non riesco, il terriccio sotto le mie ginocchia me
le fa dolere e cerco di mettermi in una posizione meno scomoda.

  Con due falcate è di nuovo su di me, mi afferra per i capelli e mi
trascina fino alla parete della stanza, continua a ripetere che me lo
aveva detto che non dovevo muovermi. Mi tira su di peso, mi rendo conto
di non avere più controllo del mio corpo, che lui
muove a suo piacimento, con facilità, come se non pesassi nulla.

  Mi fa poggiare le mani sulla parete, le braccia tese: il mio corpo è
piegato a novanta gradi. Mi toglie i pantaloni e tira su i bordi delle
mutande, in modo da scoprire le natiche. Senza avere il tempo di capire,
comincia a colpirmi con le mani nude. I suoi
schiaffi pesanti mi fanno urlare. Sento la pelle che inizia a bruciare.
Mi colpisce, cinque, sette, dieci volte. Si ferma e io non oso più
muovermi. Si è di nuovo allontanato. Ho le guance rigate di lacrime.

  Mi afferra di nuovo per i capelli, questa volta però cammino con le
mie gambe, inciampando nei pantaloni incastrati alle caviglie, ma non
cado. Mi riporta nello stesso punto di prima, e mi fa inginocchiare di
nuovo e questa volta sento i sassolini del terriccio
che penetrano la pelle delle mie ginocchia, ma ormai ho capito che è
meglio non muoversi.

  Mi ordina di slacciargli i pantaloni e di tirare fuori il suo sesso,
che è duro e pulsante. Si china su di me, mi prende i polsi e me li lega
dietro la schiena. Sento il suo pene poggiare sulla spalla e lo sento
caldo attraverso la maglia. Si tira su, con una
mano mi prende per i capelli e con l’altra preme sulle mie guance per
farmi aprire la bocca. Guida la mia testa alla sua erezione che infila
dentro la mia bocca. Comincia a muovermi e a muoversi, sento il suo
sapore forte, il suo odore di resina. Il suo pene
enorme mi arriva fino in gola, a stento trattengo dei conati, mi sento
soffocare.

  Lui non smette, aumenta il ritmo per il suo piacere, che è il suo
unico scopo, mi sta usando, consapevolmente, sta usando il mio corpo per
la sua voglia. Capisco che è inutile fare resistenza, mi dolgono i
muscoli del collo e la mascella, ho problemi a respirare,
un rivolo di saliva mi scende lungo il mento, allora comincio ad
assecondarlo, ascolto il suo ritmo e mi muovo alla velocità che
m’impongono le sue mani. Dopo lunghi e interminabili minuti, sento che
gode e il suo liquido invade la mia gola.

  Si allontana di nuovo, io mi accascio a terra, in posizione fetale.
Lui si avvicina, si stende vicino a me e mi avvolge con il suo corpo
tutto, mi contiene. Mi riprometto di non piangere, questa tenerezza mi
fa più male delle sculacciate.

  Lentamente, la sua mano comincia ad accarezzare le mie gambe ancora
nude, prima all’esterno e poi all’interno, sempre più in alto, sempre
più insistentemente. Carezze pesanti che si insinuano tra le mie gambe,
sotto le mutande. Con le dita afferra il mio clitoride
e comincia a masturbarmi con movimenti circolari che velocizza man mano
che i miei gemiti aumentano. Infila poi due dita nella vagina fradicia
con l’altra mano e mi fa godere come mai ho goduto nella mia vita. E
mentre godo mi dice “voglio che sei mia per sempre”.

  Restiamo a lungo sdraiati, tanto da intorpidirci.

  Mi spiega, con la sua voce profonda e roca, cosa vuole da me: mi vuole
fare la sua schiava, vuole che io obbedisca a tutti i suoi ordini e non
solo sessuali, vuole che io sia devota a lui e solo a lui per sempre.
In cambio lui mi proteggerà, mi darà sicurezza,
si prenderà cura di me per sempre. Se deciderò di farlo, di
sottomettermi a lui, di accettarlo come mio Padrone, basterà che mi
presenti al prossimo appuntamento. Io non ho parole da dire, ma ascolto
le sue con avidità: mi affascina, nonostante il dolore che
ho provato, e forse anche per quello.

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La prima e l'ultima volta

Un racconto di Pulcina70

Siamo seduti vicini davanti al computer. Io manovro il mouse e la tastiera, lui
siede accanto a me. Stiamo navigando su internet alla ricerca delle informazioni
che gli servono.
Sento che si avvicina sempre di più, la sua spalla sinistra
sfiora la mia spalla destra. Poi appoggia la sua mano sul mio ginocchio, una
presa leggera, per testare la mia reazione.
Io non reagisco, continuo a fare
quello che sto facendo. Lui appesantisce la mano. Con lentezza muove le dita a
salire verso la mia coscia. Ho un brivido che altera il tono con cui sto
parlando, ma non dico niente e non faccio niente per fermarlo. La sua mano sale
sempre di più e scivola nella parte interna della coscia. Io giro la testa verso
di lui, lui si gira a guardarmi: i suoi occhi sono torbidi di
desiderio.
Toglie la mano e la porta sopra la mia, quella che tiene il mouse.
La prende con delicatezza e la porta sotto la scrivania, la guida fino al
cavallo dei suoi pantaloni, la poggia sopra e la spinge. Sento la sua erezione
che cresce sotto la mia mano.
La muove piano, continuiamo a guardarci, i
respiri leggermente alterati.
“Abbiamo bisogno di un altro posto per fare
questo tipo di ricerche”, non riconosco la mia voce che dice una cosa del
genere.
Lui sorride, mi lascia la mano, che faccio riemergere sopra la
scrivania.
Usciamo, in silenzio e ci avviamo verso la sua macchina. Sale e mi
apre lo sportello, salgo anche io. Avvia il motore e parte, non oso chiedergli
dove ha intenzione di andare.
Prende la statale, “Mi accendi una sigaretta?”
lo faccio e gliela porgo, poi ne accendo una anche per me.
Superiamo il
semaforo dell’autostrada e lui continua. All’altezza della rotatoria del centro
commerciale, imbocca la strada verso il mare. Entra in un sentiero sterrato e
poi si ferma vicino a un casale abbandonato in mezzo a una grande distesa di
terra incolta. Spegne il motore e scende, lo seguo. Allunga la mano per prendere
la mia e mi porta dentro il casale.
L’interno è buio e abbandonato, i muri
sono scrostati, il pavimento, rotto in più punti, è pieno di terra, la sento
sotto le scarpe.
Si gira e mi guarda, lo stesso sguardo di prima, torbido,
gli occhi stretti, la bocca leggermente aperta come se facesse fatica a
respirare. Mi tira a sé, mi circonda la vita con le braccia, si china e mi
bacia.
Subito cerca la mia lingua, mi bacia con foga, come se dovesse finire
tutto in un attimo, come se fosse l’ultima cosa che potrà fare, l’unica
possibilità. Io lo assecondo: gli concedo la mia bocca, pronta a concedergli
tutto quello che vorrà, sono totalmente persa.
Mi toglie il cappotto, mi
sfila il maglione e poggia le mani sui miei seni sopra al reggiseno. Stringe con
forza. Con il dito fa uscire prima uno e poi l’altro dei miei seni dalle coppe
del reggiseno, si allontana di un passo per guardarmi.
Io resto immobile,
inerme, aspetto che faccia quello che vuole. Si china e tira giù la cerniera
degli stivali, piega una gamba per togliermene uno, poi l’altra. Sale con le
mani fino a trovare la chiusura dei pantaloni, li slaccia e li tira giù. Mi
muovo per toglierli, lui mi aiuta.
Sono in piedi, di fronte a lui, in
reggiseno e mutande, i seni fuori dalle coppe e lui mi guarda, i suoi occhi sono
come infuocati.
Prende le mie mani, le unisce e mi afferra i polsi con una
sola mano; mi tira e mi trascina vicino al muro. Alza le mie braccia e mi lega i
polsi a una corda che pende da un trave del soffitto. I miei piedi sono ancora
poggiati a terra. Si sposta per contemplarmi di nuovo e sul suo viso affiora un
sorriso che mai gli ho visto, un sorriso soddisfatto, cinico, sadico. Il mio
cuore comincia ad accelerare i battiti.
Si toglie la giacca, la felpa e la
maglietta, rimanendo a torso nudo. Contemplo il suo torace scolpito, dispiaciuta
di non poterlo toccare.
Si avvicina e mi bacia. “Questo non lo dimenticherai
mai.”
Con la mano aperta mi carezza il collo, scendendo verso i seni, il
ventre, il monte di Venere, le cosce, le gambe, i piedi. Mi sfila i calzini.
Risale con i polpastrelli dal piede fino a tornare al collo. Fa questo cinque,
dieci volte. Comincio ad ansimare, voglio di più e lui lo sa e farmi aspettare
gli piace.
Afferra i seni con le mani e stringe, sempre più forte, io gemo
sempre più forte fino a urlare, persa tra il dolore e il piacere.
Si stacca
da me e si allontana, vedo che è andato di lato e si è chinato a terra. Non
riesco a parlare, a chiedergli niente. Si rialza e torna verso di me. In mano ha
qualcosa che non riesco a capire. Quando è vicino mi rendo conto che ha preso
una corda, di quelle spesse, da imbarcazione.
Con un filo di voce gli chiedo
“Cosa vuoi fare?”
Non mi risponde, ma mi guarda e di nuovo mi sorride in quel
modo che mi fa paura. Alza il braccio e sferra un colpo secco sui miei seni,
imprigionati nelle coppe del reggiseno, scoperti e fermi, bersaglio facile da
colpire.
Urlo, il dolore è forte. Sferra un altro colpo. Urlo ancora. Di
nuovo mi colpisce e si ferma come ad ascoltare l’eco del mio urlo che si smorza
dentro la stanza. Poi, una serie di frustate di seguito, una dietro l’altra,
senza neanche avere il tempo di respirare. Il dolore è forte, le mie urla mi
riempiono le orecchie.
Si ferma, ansimante, l’espressione soddisfatta. I seni
mi bruciano, mi sento quasi svenire. Si avvicina e mi accarezza, coccola i miei
seni arrossati per i colpi ricevuti. Li lecca, prende in bocca i capezzoli e li
stuzzica con la lingua.
Con una mano mi carezza le cosce in circolo, poi alza
l’orlo delle mutande fino a scoprire le natiche. Si stacca di colpo e con la
corda mi frusta le natiche e le cosce. Di nuovo le mie urla riempiono la
stanza.
Si ferma e mi guarda ancora. Io sono stravolta, ho le guance striate
di lacrime, il respiro affannato, gli occhi sbarrati dalla paura.
Lui sembra
soddisfatto di quello che vede, si lecca il labbro superiore. Si avvicina, mi
prende i capelli e li tira fino a farmi piegare la testa.
Mi lecca il collo,
si avvicina all’orecchio: “Questo è solo l’inizio. Mi piace il suono della tua
voce quando ti faccio male.”
Mi leva le mutande con un movimento secco e
violento, poi prende una caviglia e la lega ad un’altra corda legata a sua volta
a un peso di piombo e così fa anche con l’altra caviglia.
Mi ritrovo appesa,
con le gambe divaricate e nuda.
Piega la corda che aveva già usato per farla
più piccola e inizia a colpire il pube davanti, cambiando poi direzione per
frustare direttamente la mia vagina, con velocità. Il dolore è tale che perdo i
sensi.
Mi sta bagnando con dell’acqua, quando rinvengo. “Perché?”
“Non c’è
un perché. E’ così e basta. Da quando ti ho conosciuta ho avuto solo voglia di
torturarti, di sentire le tue urla di dolore. Ora che sei sveglia, ti scopo.
Sono veramente arrapato.”
Senza darmi il tempo di replicare, afferra le mie
gambe e mi penetra, a fondo.
Mio malgrado sono bagnata e il suo pene eretto è
molto grande, lo sento molto dentro di me. Inizia con movimenti lenti, affondi
lunghi, poi aumenta il ritmo, sempre più veloce.
Non sento più il dolore,
anche se la vagina mi brucia per le ferite.
I suoi movimenti mi riempiono
completamente, la velocità stimola i miei sensi, lo assecondo con il bacino e
alla fine godiamo insieme.
Lui resta dentro, gli ultimi spasmi, mi accarezza
la testa, mi bacia il collo con delicatezza.
“Ora ti slego.” Esce da me e si
stacca, mi sento svuotata, il mio corpo brucia, non solo per le frustate.
Mi
slega le caviglie e poi i polsi. Io non riesco a tenermi in piedi e lui mi
sorregge, abbracciandomi, mi contiene. E’ tenero, dolce, non sembra lo stesso
uomo che poco prima mi frustava, sadico.
Mi aiuta a vestirmi, io non ho la
volontà di fare nulla, dipendo completamente da lui.
“Stai bene? Ce la fai a
tornare a casa? “
Annuisco. Non so dove è finita la mia voce.
Seduti sulla
sua macchina, sulla via del ritorno, mi dice “Immagino che questa sarà la prima
e l’ultima volta.”
Mi giro a guardarlo, mentre guida con calma, lui si gira
per qualche secondo verso di me, il tempo di vedermi annuire di nuovo.

Pulcina 70

Gang Bang

Il marito di L. la trattava come una troia, anche davanti agli amici. A volte la dava in prestito ad amici e conoscenti, che potevano usarla come volevano, a patto di riportarla indietro in buone condizioni. Una sera il marito le annunciò una sorpresa.

L. fu condotta in un garage abbandonato e le furono messe ai polsi ed alle caviglie delle manette larghe, di cuoio nero, da bondage. Dopo qualche prova, le caviglie furono lasciate libere, mentre le manette dei polsi furono agganciate ad un paranco sospeso al soffitto. Il cavo del paranco fu tirato in modo che L. toccasse terra solo con la punta dei piedi. 

Il primo a fottere L. fu il marito. La scopò a lungo, sostenendole il bacino con le mani. All’inizio, L. sollevò i piedi e li congiunse dietro di lui, quasi abbracciandolo. Poi rinunciò a quella posizione, troppo faticosa, e si lasciò sbattere dal cazzo del marito restando in piedi.

Il secondo uomo afferrò le caviglie di L. e se le mise sulle spalle prima di cominciare a scoparla. Il suo cazzo largo, che la penetrava a fondo, diventò il centro di gravità di L. Ad ogni colpo, L. sobbalzava come una bambola di pezza. L. ebbe un orgasmo quando l’uomo le infilò un dito nel sedere e le chiese: “Ti piace, troia?”.

Il terzo uomo decise di fottere L. nel culo. Abbassò il paranco che le sosteneva i polsi in modo che L. fosse piegata a novanta gradi, con la testa leggermente più in basso delle anche. Poi si mise dietro di lei, infilò le sue gambe tra quelle di L., e le allargò fino alla larghezza giusta. Aprì con violenza le natiche di L., quasi volesse spaccarle, e l’ano di L. si tese sotto le luci forti del garage. L’uomo lo lubrificò velocemente con le dita bagnate di saliva, ma le fece male, soprattutto quando infilò tre dita dentro di lei e le fece vibrare. Poi l’uomo infilò il suo cazzo dentro di lei e cominciò a fotterla. Il cazzo era grosso, leggermente arcuato, e le faceva molto male. L’uomo si divertiva ad uscire, aspettare che l’ano di L.  si richiudesse, ed a rientrare con violenza. Ogni volta, che il cazzo rientrava, il dolore per L. era quasi insopportabile. L. non chiese di smettere, ma si limitò a mugolare in silenzio.

Quando il terzo ebbe finito, L. aveva bisogno di orinare. Provò a chiedere educatamente di andare in bagno, ma la sua richiesta fu accolta da un coro di sghignazzate. Qualcuno trovò una vecchia bagnarola e gliela mise sotto. “Falla qui, troia” disse una voce. Le sghignazzate aumentarono. Il paranco venne tirato in modo che L. fosse di nuovo in piedi, con i piedi nella bagnarola. L. non era abituata a farla davanti a tutti, ma non resisteva più. Il getto dell’urina le bagnò le gambe, ed i piedi rimasero immersi nella sua stessa urina. La bagnarola fu messa via, ma qualcuno disse: “Dopo dovrai berla, troia”.

Quella sera L. fu scopata da una decina di persone. Alcuni volti erano conosciuti (amici del marito), altri erano sconosciuti. Alcuni la scoparono in piedi, ma la maggior parte preferì abbassare il paranco, metterla a novanta gradi con le gambe molto larghe, e fotterla nella fica o nel culo. Diversi di quelli che la scoparono in fica la fecero mugolare di piacere, o gridare fino all’orgasmo. Sebbene L. fosse stata ben aperta dietro, quelli che la scopavano nel culo spesso la fecero mugolare di dolore.

Di solito, mentre qualcuno scopava L. da dietro,  un altro uomo usava la sua bocca, le ordinava di ripulirgli il cazzo con la lingua, oppure le scopava la bocca, venendo nella sua gola. Un uomo si mise a pecorino davanti a lei, si allargò le natiche ed ordinò al L. di pulirgli il culo con la lingua. “Lecca bene, fino in fondo, troia”. L. non vomitò davanti a quella richiesta: senza una parola, si limitò ad eseguire, con doviziosa precisione, finché l’uomo non fu soddisfatto . L. non sentiva neanche nausea, non sentiva i sapori forti dei cazzi che prendeva in bocca. Si limitava ad eseguire ciò che le veniva richiesto, senza lamentarsi. Rimase impassibile anche quando un uomo le pisciò sul viso, sugli occhi, sui capelli.

Quando tutti gli uomini furono soddisfatti, uno di loro prese la bagnarola con il suo piscio, e le ordinò di bere. L. cercò di eseguire come meglio poteva, anche se molto del piscio cadde dalla bagnarola su di lei, sulle sue spalle, sul suo seno. 

L. amava suo marito, e considerò la gangbang di quella sera come un compito da eseguire per dimostrare il suo amore. Fu molto orgogliosa di aver eseguito tutto al meglio delle sue possibilità.

L. ha comunque dei limiti su cui è molto ferma: odia il dolore (niente frustate), non vuole avere a che fare con la merda (scatting) e non vuole far sesso con animali. A parte questo, L. accetta tutto. Ed a volte gode, anche.  

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