I ricordi di una prostituta

Respiro.
Finalmente sono a casa, ma non so cosa mi aspetta. Anzi, so cosa mi aspetta, ma non riesco ad accettarlo perché non è giusto.
Ho deciso di estraniarmi, uscire fuori da me stessa e guardare le mani dei miei fratelli che mi picchiano a sangue. Li guardo con compassione. Qualche lamento esce dalla mia bocca, ma lo soffoco all’istante. Non servirebbe a nulla, neanche ad alleviare il dolore.
Ma che dolore poi… Io non provo più nessun dolore. Sono morta. Morta dentro. Una morta vivente che cammina, parla, respira. Sono fatta anche di sangue, vedo, visto che del sangue mi esce dal naso.
Li guardo impassibile. Sento le urla di mia madre che dice: “Basta! Lasciatela stare! È la mia bambina”.
Mio padre, invece, fuma una sigaretta in silenzio e si dondola avanti e indietro, avanti e indietro, come fosse impazzito.
Questa è la mia famiglia. Ve la presento: io, mia madre, mio padre e miei due eroi, i miei fratelli, entrambi più grandi di me.
Fin qui niente di strano, direte voi, e io sono d’accordo, ma voi non sapete chi sono io.
Vi starete chiedendo come mai mi stiano picchiando. Abbiate pazienza. Tra un po’ ve lo racconto. Ci arrivo. Adesso non riesco perché le loro cinture che sbattono sul mio corpo mi distraggono, e dovrò pur respirare. Non riesco a parlare, a respirare, a raccontare le mie disgrazie mentre vengo picchiata. Dai, non perdete questa scena! Sedetevi lì e guardatemi.
Perché rido? Perché loro mi stanno purificando. Uh, sono i miei fratelli maggiori ed è il loro compito. Mia mamma non ha voce in capitolo, mio papà è debole e non viene preso in considerazione. Non è uomo, e quindi i miei poveri fratelli devono farsi carico della mia purificazione. Che avete? Perché storcete il naso? Vi state annoiando mentre aspettate che cominci la mia storia? Ma dai, abbiate un po’ di pazienza! Vedrete che prima o poi la smetteranno.
Fanculo sto sangue che non smette di scorrere! Non riesco a vedere. Oh, la cintura mi ha preso nel viso.
Di nuovo la voce di mia madre: Smettetela!
Ma perché urla? Lasciali fare!
Adesso si intromette mio papà. “No, non nel viso, glielo distruggerete. Ci rimarrà a casa a vita!”.
Le cinture ora cambiano direzione. Abbandonano il viso ma continuano a percuotermi con forza tutto il corpo. Adesso si sono fermate! I miei purificatori, ora, sono stanchi ma soddisfatti. Hanno fatto proprio un bel lavoro! Non mi muoverò per almeno un mese, ma chi se ne frega? Dove volete che vada? Adesso vi racconto. Aspettate che respiro. Ho la gola secca, voglio bere. Qualcuno mi porta un po’ d’acqua? Non vedo… chi è che mi sta portando da bere? Oh, la mamma. Ma perché piange? Dai, dai mamma, adesso non è il caso di fare la frignona, su. Grazie dell’acqua!
Dove eravamo rimasti? Ah, vi stavo raccontando di me. Io sono…
Tanto tanto tempo fa, o, meglio ancora, 350 giorni e 6 ore fa, io ero una bella ragazza, quasi 17enne, con lunghi e folti capelli castani, mossi, due occhi grandi da cerbiatta, una bocca come una rosa appena sbocciata e pronta di essere annusata, non ancora pronta per essere colta. Avevo ancora bisogno di attenzioni, ma non importa. L’età ti fa credere che tutto sia possibile, così mi innamorai.
E’ stato bello il mio primo amore. Il cuore mi batteva all’impazzata, le farfalle mi svolazzavano nello stomaco, gli occhi vedevano solo splendore. La ragione non esiste nell’amore, e a 16 anni ancora meno. Aveva 4 anni più di me. A lui regalai per la prima volta il mio corpo, la mia verginità. A pensarci bene, mi ha fatto male la prima volta e anche la seconda, ma credevo fosse normale. Lui non era tenero. Si impossessò di me quasi subito, senza nessun preliminare, appena fummo soli in quella baracca abbandonata. Prima mi infilò le mani sui miei seni abbondanti, bianchi come il latte, poi cominciò a mordermeli e succhiarli con forza, il suo cazzo era già pronto a sfondarmi come un palo duro tra le cosce. Entrò subito, di colpo, a fondo. Urlai di dolore, mi morse le labbra e soffocò il mio grido nella sua gola. Poi muoveva con forza il bacino. Sembrava mi volesse lacerare le viscere. Ma poi finì. Uscì fuori di colpo e mi riversò tutto il suo piacere sul corpo. Chiusi gli occhi. Pensavo fosse un incubo. Mi avevano fatto credere che far l’amore è bellissimo! Mi avevano ingannata. L’abbiamo fatto altre volte, in posti più assurdi, in situazioni assurde, in bagno, al parco, dietro un albero, nel canale, ogni volta che il suo animale avesse voglia di mangiare la mia figa. Alla fine cominciò a piacermi questo suo modo selvaggio, e finii per godere pure io. Non so come i miei fratelli scoprirono tutto, e allora cominciarono i guai. Mi picchiarono perché dovevamo lasciarci. Non era l’uomo giusto per me. “Ma io lo amo!” dissi loro.
Cominciarono ad offendermi. Mi dicevano urlando: “Tu non sai niente! Lui è un poco di buono. Tu ragioni solo con l’utero, come tutte le donne”.
Anche all’epoca subii in silenzio tutti gli insulti, le violenze, gli schiaffi, gli sputi, ma all’epoca avevo il suo amore che mi dava forza, e quindi non ci badai.
Così come non ci pensai due volte ad andare con lui a casa sua quando me lo propose. Volevo amarlo in pace e non sopportavo quando parlavano male di lui alle sue spalle. Come si permettevano i miei fratelli di parlar male del mio amore? L’avrei difeso a vita e avrei dato per lui la mia stessa vita.
A casa sua viveva solo con la madre, che, oltre sguardi torvi e qualche parola tra i denti, non mi disse mai altro. Io cucinavo per lui, pulivo, lavavo. Facevo tutto quello che avrebbe fatto una brava mogliettina. Ed ero felice.
I miei fratelli mi cercarono, ma io non volli vederli. “Che vadano al diavolo!” mi dissi cercando di guardare avanti con l’entusiasmo e la gioia di una 17enne.
Aspettate! Stanno bussando alla porta della mia camera…
“Chi è? Aprite per favore! Non riesco a muovermi. Entra!
“Oh, sei tu! Che ci fai qui?”.
Mi state chiedendo chi è? E’ la mia amica. O meglio, era la mia amica. Sì, prima di partire e farli vergognare tutti per quello che ho fatto.
Cosa vuole sta qua?! Shshshsh… sentiamo.
Oh, mi abbraccia. Rido beffarda. Che vuoi bambina? Vai nel tuo mondo e non sporcarti nel mio schifo. Non devi toccare la merda, altrimenti puzzi. Non te l’hanno detto?
Ah, già, tu non hai fratelli che possono insegnartelo. Ok, vieni che te lo insegnano i miei.
“Piange questa. Dai, che mi entrano le lacrime sulle ferite e mi bruciano. Smettila”.
Ride. Che strana che è! Non la riconosco più.
Cosa sta dicendo? E’ proprio fuori di testa! Mi dice “che fortuna che sei andata in Italia! Si, ti hanno picchiata, ma non importa. Tu hai scoperto il mondo. Hai vissuto in pieno”.
E’ proprio bambina. Non capisce niente. Vediamo. Mi chiede se mi piace ciò che ho visto. Adesso voi state zitti. Devo parlarle. Aprirle gli occhi a questa stronza. Voglio farle sparire quello stupido sorriso dalla sua faccia ingenua.
“Ehi, ehi, piano signorina sognatrice! Va a prendermi una sigaretta”.
Me la porta. L’ accendo. Le mangio il filtro. Vorrei aspirare sigaro puro. Questa schifezza non la sento per nulla, ma mi accontento.
“Vieni a vedere il mio mondo. Guarda i segni delle sigarette spente sul mio corpo! Vedi? C’è ancora del pus che esce. Non sono ancora guarite. Non spaventarti, bambina. Non fanno più male. Sono solo un’ombra della merda del mondo nel quale ho vissuto.
Vieni, avvicina l’orecchio. Ti racconto un segreto: il mio utero è lacerato e io non potrò mai più avere bambini. Ero incinta, mi hanno fatta abortire con un ferro caldo. Urli? Ha ha ha che spiritosa! A me hanno fatto male e tu urli di dolore. Svegliati bambina, svegliati, vai dalle braccia della tua mamma e del tuo papà, lontano dai miei film horror che ti agiteranno i tuoi sogni tranquilli.
Fanculo tu e la tua faccia candida da bebè! Sparisci!
Che fai? Mi abbracci? Vattene! Capisci? Altrimenti… altrimenti ti racconto cos’è successo molto prima, come sono stata tradita quel giorno dal mio amore, il giorno del suo compleanno.
Non vuoi andare? Ti avevo avvisata. Non hai voluto darmi retta.
Ascoltami bene. Cerca di non perdere nessuna parola del mio racconto, impara da i miei errori se ne sei capace. Ma tu sei troppo preziosa. Nessuno ti permetterebbe di sbagliare. Ti stanno addosso, col fiato sul collo, e tu, come una marionetta, segui tutto alla virgola, come se non avessi nessun desiderio. Credo, questo tuo carattere accondiscendente ti abbia salvato il culo. Odiavo il carattere che non hai mai avuto. Anzi, una volta lo odiavo, ora non più.
Dov’eravamo? Ah… avvicinati ancora. Si, va bene così.
Come dicevo, era il giorno del suo compleanno. Il mio amore voleva un regalo da me. Voleva il mio culo. Eh, ricordando il dolore che mi aveva provocato la prima volta nel prendermi la figa, mi ero rifiutata di darglielo. Lui però lo sognava, e io decisi di regalarglielo per il suo compleanno.
Sua mamma quel giorno era andata da sua sorella. Finalmente la casa era tutta per noi due! Pulii, preparai il pranzo, poi mi misi un perizoma con dietro un fiocchetto rosso e aspettai con ansia che lui arrivasse. Non vedevo l’ora di dargli il regalo, il mio regalo per lui. Ma non venne solo. Venne con certi suoi amici che non conoscevo, e alla cui sola vista mi si accapponò la pelle talmente poco mi sembrarono raccomandabili. Lo guardai interrogativa, ma non disse nulla. Il tavolo pronto. Mi sentii ridicola con il mio fiocco rosso sul culo. Andai in camera nostra. Mi chiusi a chiave delusa. Volevo piangere. Mi seguì.
“Apri la porta!” mi disse.
Ubbidii.
“Che hai?” mi chiese.
Gli raccontai con le lacrime agli occhi quello che volevo fare con lui e quanto avrei voluto fosse da solo.
Allora chiuse la porta alle nostre spalle e gli donai, anzi, prese brutalmente anche il mio culo per la prima volta. Piansi di rabbia. Non volevo farlo così. Volevo fosse tutto perfetto. Ma lui, come un animale, pensò solo ai suoi istinti. Mi mise a pecorina e poi si mise dietro di me. Mi allargò le cosce con le sue gambe, mi aprì le natiche e, una volta che ero in posizione, mi infilò il cazzo di colpo fino in fondo. Urlammo entrambi. Credo avesse fatto male anche a lui stavolta. Poi si fermò un attimo e, appena regolarizzato il respiro, si mosse come forsennato, spaccandomi in due dal dolore. Mi venne dentro, cazzo, mi venne dentro.
Mi pulii dallo sperma e dal sangue e mi vestii, lui mi diede un bacio sfuggente con un semplice grazie e mi disse di raggiungerlo dagli altri.
Piansi un po’, ma poi mi passò.
“Oggi andiamo al mare!” mi disse distaccato.
“Perché?”.
“Perché voglio festeggiare con te e i miei amici” mi rispose.
Storsi un po’ il naso, ma null’altro. In fondo, era il suo compleanno e non volevo certo rovinargli la festa.
Lunga la strada, interminabile. Arrivammo verso sera. Entrammo in un appartamento vecchio e sudicio. Mi sembrava tutto strano e mi chiedevo come mai fossimo finiti lì.
Cenammo, bevemmo, poi non ricordo più nulla. Quando mi svegliai, del mio amore non c’era più traccia. Ero rimasta in balia di quei quattro. Ebbi paura.
Chiesi a loro: “dov’è il mio amore?”.
Mi dissero: “ora tu sei nostra. Il tuo amore ti ha venduta a noi. Gli hai fatto proprio un bel regalo per il compleanno, bambolina. In cambio ha ricevuto una bella cifra”.
Risi forzatamente. “E’ uno scherzo, vero?”.
La mia risata si trasformò in smorfia di dolore quando capii che non lo era. Urlai terrorizzata con quanto fiato avessi in gola e corsi fuori per scappare. Mi presero, mi picchiarono, mi rasarono i capelli a zero… i miei bellissimi capelli.
Risero. “Così non puoi più scappare” mi dissero. Dalle nostre parti, le donne non possono andare per strada con la testa pelata. E’ una vergogna. Arrivò di nuovo la notte, e quella notte, senza la luna, quei quattro mi fecero salire in un gommone e partimmo per il loro paradiso.
Non sto li a raccontarvi le onde del mare, la paura che mi avvolgeva ogni volta che lo scafo andava in velocità e schivava qualche onda, quando mi sembrava di cadere in mare, o la nausea dovuta al mare mosso. Tutto questo era niente in confronto a ciò che avrei dovuto affrontare in seguito.
Una volta scesi in Italia, nel paese dei sogni di tutte le mie coetanee, ci aspettavano altri uomini. Mi vennero vicino. “Uh, ma che bella!” dissero.
“Peccato senza capelli, ma le mettiamo la parrucca e subito a lavorare”.
Mi fecero l’occhiolino. Restai muta. Loro, poi, si misero a parlare in disparte. Sentivo le loro voci, ogni tanto alzavano la voce e riuscivo a comprendere frammenti di frasi che la mia mente cercò di decifrare. “Vale molto di più… è giovane, bella… questa sarà la vostra gallina dalle uova d’oro. Abbiamo fatto anche i documenti falsi per aumentarle l’età, sono costi”.
Alla fine si accordarono e sembrarono tutti felici. I quattro ripresero la strada del ritorno e io camminavo come una sonnambula con i miei nuovi padroni.
Posso dirvi con orgoglio che non gli ho reso la vita facile. Ne combinavo di tutti i colori, e loro si vendicavano. Come quella volta che nascosi i soldi. Volevo tenerli per me, per costruirmi una vita, ma loro mi scoprirono e mi torturarono spegnendomi le sigarette sul corpo. Una volta feci per denunciare il mio protettore, ma una mia collega fece la spia, mi picchiarono e mi dissero che, se qualcuno di loro fosse finito dentro per colpa mia, gli altri mi avrebbero tagliata a pezzi e sciolta nell’acido come non fossi mai esistita. E io ci credetti. E credeteci anche voi, erano capacissimi di farlo. Ma non era solo la paura di morire. La mia paura più grande era il non sapere dove andare se fossi scappata. Tradita da tutti. Tradita dalla mia famiglia per aver tentato di impormi con la violenza il loro pensiero invece di farmi comprendere col dialogo i loro timori. Tradita dal mio amore per avermi venduta come un oggetto qualsiasi. Non riuscivo nemmeno a piangere. Dicono che le lacrime smorzino il dolore, ma io non scoprii mai questo beneficio. Ero convinta che le lacrime, il dimostrarmi debole, provare sentimenti, mi avrebbero tradita.
Poi rimasi incinta. Come vi raccontai all’inizio, mi fecero abortire con un ferro caldo, senza portarmi in nessun ospedale perché ero clandestina. Mi abbandonarono in mezzo alla strada con un pugno di soldi per tornare a casa. Svenni per strada. Un passante mi accompagnò all’ospedale. Non dissi nulla nonostante le domande insistenti. Guarii, e una volta guarita tornai a casa.
Questo è il benvenuto da parte dei miei familiari. La festa in mio onore. E si, sono io la festeggiata.

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