La prima volta, come O

“Il posto sai dov’è, puoi anche venire da sola” Finiva così il suo sms. Oltre il
giorno e l’ora, mi ha scritto di indossare una sottoveste nera e niente sotto,
raccogliere i capelli in una coda morbida e bassa, entrare e inginocchiarmi con
le mani dietro la schiena ad aspettarlo nel punto preciso dell’altra volta.
Questa cosa del “punto preciso” m’inquieta.
Arrivo con un leggero anticipo,
so che lui non c’è, ma non riesco a calmare il battito del mio cuore. Entro
nella casa e mi guardo intorno, è la prima volta che lo faccio. Il posto è
veramente diroccato e sporco, ci sono attrezzi ammucchiati un po’ ovunque e un
tavolo quadrato di legno in mezzo all’ambiente che non avevo notato prima. Il
tetto però sembra integro perché non ci sono macchie di umido, non ci piove
dentro.
Cerco il “punto preciso” e mi rendo conto che non lo trovo. Entro in
ansia, so che è importante per lui, e giro e rigiro il mio sguardo per un
indizio, qualcosa che possa fare da punto di riferimento. Non trovo niente. Il
fiato si fa corto e il cuore mi batte ancora più forte. Respiro a bocca aperta,
sento di non avere più molto tempo.
Un rumore fuori attira la mia attenzione.
E’ una portiera che si chiude. Lui è qui. Tolgo il cappotto e le scarpe, che
getto di lato, e m’inginocchio come lui mi ha chiesto nel punto che mi sembra il
più vicino al “punto preciso”. Gli occhi a terra, i sassolini penetrano nella
mia pelle, ma non mi muovo. Lui è entrato.
Sento i suoi passi che si
avvicinano. Sento il suo sguardo che scruta e vàluta e m’ispeziona per
accertarsi che ho fatto come lui mi ha ordinato e se l’ho fatto come lui voleva.
Mette la sua mano dietro la mia nuca e, afferrandomi i capelli, dolcemente mi
tira su. Io continuo a tenere la testa bassa e lui mi alza il mento per farsi
guardare.
“Sei stata brava… hai fatto un solo errore…”

Prende i
miei polsi e li tiene uniti con una mano. Mi tira e io lo seguo docilmente. Mi
porta vicino a un trave da cui pende una catena con un gancio. Raccoglie
qualcosa da terra e mi tira un po’ più vicino a lui. Prende la mia nuca e mi
bacia, a lungo. Un bacio che mi fa liquefare, ora lui ha il totale controllo del
mio corpo, io sono senza peso. Mi spoglia e lega i miei polsi uniti con una
spessa e larga fascia di cuoio munita di gancio. Mi alza le braccia e mi
assicura alla catena che scende giù dal trave, i miei piedi toccano terra. Si
sposta di fronte a me e di nuovo mi bacia prima con tenerezza, poi con sempre
più insistenza fino ad afferrare la mia lingua e a succhiarla quasi a farmi
soffocare. Si stacca repentino e si mette alle mie spalle. Improvvisamente,
sento un sibilo nell’aria e un dolore lancinante dietro la schiena che mi fa
urlare forte.
“Un solo errore, schiava, ma deve essere punito.”
La seconda
frustata mi fa urlare di nuovo. Poi la terza e già mi sento
svenire.
“Eseguire i miei ordini con precisione deve diventare la tua
priorità!”
La quarta, non riesco a respirare. La quinta.
“Ti prego, basta”
ho un filo di voce, ma lui mi sente. Si avvicina al mio orecchio.
“Basta
cosa.”
“Non frustarmi più, ti prego!”
“Ti prego cosa.”
“Ti
prego!”
“Stai facendo un altro errore. Molto grave. Chi sei tu?”
Non
rispondo, sono confusa. Mi afferra per i capelli tirandomi indietro la
testa.
“Tu sei la mia schiava e io sono il tuo Padrone. Se vuoi supplicarmi,
devi farlo come si deve.”
Mi lascia e si mette di nuovo dietro di me. Fa
schioccare la frusta nell’aria.
“Devo punirti ancora.”
La frustata arriva
repentina. Urlo e piango e lo supplico, chiamandolo mio Padrone, mio Signore, ma
lui non smette. Mi frusta altre cinque volte.

Mi slega e mi raccoglie tra
le sue braccia. Non ho la forza di stare in piedi. Mi porta come una bambina e
io affondo il mio viso nel suo petto, piangendo tutto il dolore che ho appena
provato e lo scotto di averlo deluso.
Mi fa scendere e mi adagia prona sopra
il tavolo, con le braccia in alto. Aggancia al tavolo il polsino che tiene uniti
i miei polsi. Mi allarga le gambe, aprendole molto. Tutta la mia intimità è
esposta alla sua vista. Si china su di me. La sua voce profonda e roca mi invade
l’orecchio.
“Sei mai stata sodomizzata?”
Scuoto la testa in segno di
diniego. Si allontana e lo sento grugnire per la frustrazione. Torna di nuovo
vicino.
“Va bene, tesoro, non fa niente. Faremo piano piano…”
Io
ricomincio a piangere.
“Non devi piangere. Non ti farò ancora male. Ti ho già
punita e ora voglio solo darti piacere.”
Si stacca e inizia a massaggiarmi
lentamente le natiche. Movimenti circolari sempre più ampi che dilatano le mie
aperture. Con estrema delicatezza, m’infila un dito nell’ano, sempre più a
fondo, disegnando dei piccoli cerchi mentre entra. Ho delle sensazioni
contrastanti, fastidio ma anche piacere, mi rilasso e istintivamente mi dilato.
Mentre mi perdo in questa nuova sensazione, sento il suo pene duro che si
insinua nella mia vagina. Entra piano, centimetro dopo centimetro, fermandosi
spesso per assaporare tutte le mie contrazioni, il mio calore, il mio lago.
Provo un piacere immenso, la pelle della schiena non mi fa più male. Tutto il
dolore fisico e mentale è sparito. La mia testa è piena solo delle sensazioni di
questo orgasmo lento, lungo e intenso che sto provando. Godo con un’intensità
che mi spossa e lui mi riempie con il suo seme completamente.

Mi sono
addormentata, in quella posizione prona sul tavolo di legno, il seno
schiacciato, le braccia bloccate e indolenzite. Sento un gran sollievo alla
schiena e mi accorgo che il mio Padrone sta curando le mie ferite, con tenerezza
infinita. Si accorge che mi sono svegliata, mi slega e mi aiuta ad alzarmi. Mi
abbraccia e mi bacia con dolcezza. Mi sorregge e mi aiuta a raccogliere e
indossare scarpe e cappotto. Mi accompagna all’auto e mi aiuta a salire.
“Io
voglio sul serio che tu diventi la mia schiava perfetta.”
“Sì, mio
Padrone.”

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