I segreti dell'Isola (la suocera e il genero…)

Santina, corpo segnato da 5 gravidanze, era la classica mamma amorevole e lavorava nella fabbrica di aringhe dell’isola. Viso mai truccato, capelli raccolti da un foulard azzurro, vistose collane spesso pacchiane, ma portate con estrema eleganza e la dignità rivendicata dopo anni di violenze. Ultima di 10 figli, di una madre silenziosa e succube di un padre che tale non lo era mai stato. Solo confusi ricordi di ipotetici abusi in tenera età, poi il nulla, ma forse il cervello aveva cancellato.
Quando inscatolava gli sgombri, le sue mani disegnavano traiettorie sensuali, quasi volessero dirigere un’orchestra, quasi volessero ingannare il grigiore del capannone, l’olezzo del pesce, il sangue che imbrattava ogni angolo di pelle e si insinuava sotto le unghie, sempre rigorosamente smaltate di rosa.
Santina faceva lo stesso percorso, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, come un’insopportabile litania, ma rimaneva sempre una bella donna. Suo marito, Nicola, pescatore da quando gli recisero il cordone ombelicale, stava settimane in mare, ma non vi era differenza con il suo soggiorno sulla terraferma. Come un ospite varcava la soglia di casa, il tempo di una doccia, la riempiva di sperma senza nessuna attenzione al suo piacere e dormiva giorni interi, fino alla prossima pesca. Era talmente avulso da quel contesto familiare, che anche se lei lo avesse rifiutato, non avrebbe neanche alzato un dito contro di lei, si sarebbe masturbato sotto la doccia senza neanche pensarla. Il mare ti rende così, per lo meno lo ammetteva, ogni tanto pensando di farle un regalo le regalava una nuova posizione. Nicola neanche si domandava cosa ci facesse sua moglie, decine di minuti in bagno, dopo esserle venuto copiosamente dietro e neanche vedeva la crema lenitiva che lei era solita usare dopo le sue pulsioni sessuali, a suo modo di pensare trasgressive.
Santina rimaneva sempre bella e attraente, questo lo sapeva il suo genero Giacomo e anche lei sensualmente faceva finta di non vedere i suoi occhi addosso a lei, cuciti stretti come le reti da pesca che negli assolati pomeriggi isolani rammendava per suo marito Nicola. Giacomo aveva imparato a fare a meno di lei, perché il solo pensiero che l’isola li scoprisse avrebbe creato non pochi problemi, dato che sarebbe stato costretto ad andare via per sbarcare il lunario, dato che quel poco di lavoro lo aveva ottenuto dopo aver sposato Mariella, la primogenita di Santina. Mariella non sapremo mai se fosse innamorata alla follia e dunque semplicemente accecata, ma non si accorse mai delle brame di suo marito.
Giacomo, pescatore occasionale, aveva la pelle scura bruciata dal sole, un po’ rovinata dalla salsedine, 2 occhi neri come i ricci che popolavano il fondale limpido e cristallino del mare di Lampedusa. I capelli castani lunghi e arruffati, due enormi baffi perfettamente pettinati a punta, quasi volessero indicare l’est e l’ovest di una sballata bussola.

Dietro i capelli, vicino alla nuca una voglia rossa, che spesso scopriva con le mani pettinandosi all’incontrario.
Dalla fabbrica di aringhe a casa, un lungo sterrato di 3 chilometri che costeggiava un bellissimo prato, pieno di piante alte ingiallite dalla ferocia del sole, dove brulicavano insetti di tutte le specie. Un mercoledì, banalmente uguale a tutti i mercoledì della sua vita, Santina stava percorrendo la strada per tornare a casa e fu quel dannato e salvifico mercoledì, che un’intera vita cambiò radicalmente. Giacomo passava col suo vespino bianco, con la sella nera bollente, un odore di miscela ed uno scarico che implorava pietà, questa volta deciso a non far più finta di tenere tutto nascosto. Quando si fermò per darle un passaggio, Santina aveva il cuore in gola, come se avesse già immaginato tutto, scappò verso le piante giallo paglierino lasciandosi andare ad un pianto liberatorio, mentre correva cominciò a spogliarsi quasi volesse eliminare qualsiasi odore di pesce che aveva addosso e solo Dio lo sa quanto avrebbe voluto farsi una doccia, per eliminare anni di schiavitù sessuale ed umiliazioni silenziose, come quelle di sua mamma. Come una lucertola, sotto ad un cocente sole siciliano, avrebbe voluto cambiar pelle.
Giacomo ci mise poco a raggiungerla, caddero sul fieno spaiato lasciato dai trattori, dopo essersi guardati negli occhi a lungo e baciati avidamente, Santina sconvolgendo in primis se stessa si mise a faccia in giù, sul caldo fieno e gli offrì il suo lato più intimo, spesso invaso in maniera barbara dal trinariciuto marito. Era così eccitata, che tra il sudore e i suoi umori vaginali, era già pronta per essere penetrata analmente, ma lei inconsciamente si leccò la mano per cercare di umettarlo ulteriormente, Giacomo le afferrò il polso destro e poi quello sinistro e glieli strinse fortemente. Il resto lo fece la sua vischiosa lingua e il sudore che gli scendeva da fronte e naso. Forse quello che non sapeva, anche se da certe sporgenze in costume poteva immaginare, il suo Giacomo era anche generoso, ma era così eccitata e bagnata che dopo i primi colpi eleganti e sinuosi non poté fare altro che chiedere di non fermarsi mai, non era mica come lo scarico del vespino che implorava pietà.
In quella focosa e lavica giornata, ci fu solo quel rapporto carnale e per lunghe settimane, complice Nicola sulla terraferma fecero finta che non fosse successo nulla, ma ogni viaggio del marito suonava come una festa per Giacomo e Santina e finalmente lei poté assaporare cosa voleva dire essere una donna desiderata e rispettata. Conobbe le più profonde attenzioni al piacere femminile e lei contraccambiò, nutrendosi del suo seme per anni.
Anni che passarono nella più totale indifferenza di Nicola, anche alla notizia della nascita del sesto figlio, una pasciuta bambina di nome Patrizia, che correva nel cortile giocando col suo cane Pesca, cadendo ripetutamente e ridendo felicemente. Ancora una caduta e Patrizia perse il cerchietto, si sistemò i capelli, li sollevo per bene, scoprendo una voglia sul collo e decise di raccoglierli con un elastico, lasciando al cane il cerchietto.
Mariella rideva affacciata dalla terrazza, dove una linea blu delineava il confine tra cielo e mare e faceva scorgere in lontananza tantissimi gabbiani neri in controluce.

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