Il Piccolo Cielo Di Sara (innamorarsi di una barlady)

Sara è una bartender. È mora, snella. Molto graziosa, anzi direi proprio bella. Lei non lo sa, ma nei suoi movimenti sbadati trasuda eleganza da ogni singolo centimetro di epidermide. Il modo in cui si aggiusta i capelli poi, giuro che le darei un fermaglio, se non fosse così sexy quando raccoglie le sue ciocche nero corvino e le tira dietro l’orecchio, scoprendo almeno una decina di piercing luccicanti. Ogni tanto si ferma ad aspettare, guarda chi le chiede da bere, si gira verso centinaia di bottiglie disposte a piramide e scopre la curva piacevole della sua schiena, una chicane abbronzata e quelle maledette fossette di Venere, sulle quali vorrei farci tanti giochi bagnati da tempo.
Lavora nella parte estiva della discoteca, disposta su due piani, lei al piano di sopra armeggia con estrema disinvoltura sacchetti di ghiaccio, dispenser di bevande gassate, shakers e altri oggetti per i pestati. Coi manici delle bottiglie ci sa decisamente fare. Ogni tanto pare che metta il pilota automatico, è così brava che può permetterselo. Io la osservo da parecchio, prende il bicchiere, ci mette del ghiaccio, disegna il tuo cocktail di mille colori e te lo porge con un sorriso, poi ripete la stessa cosa all’infinito, cerca uno sguardo, ascolta che vuole, ridisegna un altro cocktail, ogni tanto le sue labbra seguono il testo della canzone ed io canto insieme a lei.
Questa volta è il mio turno, le chiedo un San Francisco, lei strabuzza gli occhi, sghignazza e dice che è da donne, allora cambio cocktail, lei si scusa e comincia a prepararmelo. Nella sua preparazione io ci vedo un’opera su tela, lei si volta, le fossette ce le ho stampate in testa che neanche più le guardo, si china a novanta e cerca i pompelmi, ma non li trova. Si volta verso di me, dice che va in magazzino a prendere gli agrumi e che ho vinto un giro con lei, perché la porta sulle scale del magazzino non riesce a tenerla aperta in contemporanea col sacchetto dei pompelmi, che va trascinato.
Forse nella vita morirò 2 volte, perché una volta è già successo solo al pensiero di stare con lei in un magazzino. Non ricordo la strada che ho fatto, so solo che sono con lei a tenerle la porta, mentre lei cerca gli aspri frutti della terra.

Lo sguardo fisso sul suo bellissimo culo, assicuro la porta ad un gancio e cerco di darle una mano scendendo dalle scale.
Una volta arrivato agli scaffali si spegne la luce temporizzata, l’interruttore è furbamente disposto anche vicino agli scaffali, solo che ha la lucina fulminata e facendomi guidare da Sara riesco a trovarlo, ma non funziona. Sembro un cieco, che cammina mettendo le mani avanti in cerca di ripristinare la luce, la bartender ride della mia goffaggine, sbadatamente con le mani le sfioro un seno ed un brivido gradazione zero assoluto mi pervade la colonna vertebrale. In quel preciso momento Sara non ride più, si cinge al mio corpo e comincia a limonarmi come una liceale in calore, il respiro si fa affannato, gli schiocchi delle labbra e della lingua echeggiano dentro all’umido magazzino.
I vestiti cominciano a volare in mezzo ai sacchi di juta, in mezzo agli scatoloni della Redbull, delle patatine San Carlo, lei mi sgancia la cinta dei pantaloni e me la spacca, se la stringe leggermente intorno al collo, mi da l’estremità e mi fa guidare i giochi. Ovviamente sono talmente eccitato che le prendo direttamente la testa e l’avvicino in mezzo alle gambe, poi riprendo anche la cintura e lentamente disegno un pompino, con la stessa maestria di come lei lo fa coi cocktail. Lei è bravissima, si lascia guidare e come è sua consuetudine nelle cose che sa fare bene, attiva il pilota automatico. Tutto con la sola bocca, un lavoro di centinaia di muscoli, senza uso delle mani. Dopo questo vorrei essere cremato e sciolto in qualche intruglio fatto da lei. Lo chiami come vuole.

Un attimo prima di venirle in gola, forse per rispetto, trovo la forza di allontanarle la testa, ricambiandole il favore, ma questa volta senza cintura, non amo essere guidato e con la lingua comincio a esplorare le sue labbra, umidissime, gocciolanti, è eccitatissima Sara. Io come lei, comincio a disegnare curve immaginarie, spirali di piacere. Mi aiuto con le dita, ne conto 3 alla volta, il clitoride in esplosione, lei non urla, forse per non farci scoprire, la musica in alto è forte, se eruttasse il Krakatoa non lo sentirebbe nessuno. Allungo la mano per farmi succhiare le dita, mentre ancora do tutto me stesso nelle sua parti basse e scopro che lei gode mordendosi le labbra, le mie dita libere non trovano nessuna lingua pronta a succhiarle. La lascio godere allora, fino a quando non può più serrare ancora troppo i denti, pena un sanguinamento. Nel punto di massimo godimento urla frasi sconnesse e mi invita a scoparla dove voglio, io mentre gliela leccavo ho continuato a masturbarmi e sull’orlo del piacere non sono riuscito ad accontentarla, forse illudendola l’ho messa a novanta e le ho inondato la schiena, facendo scomparire le fossette di Venere.
Dopo una rapida pulita, ci siamo rivestiti. Risalendo ci tremano le gambe. Sono bellissimi i nostri sguardi complici. Porto su i pompelmi, spengo la luce e chiudo la porta. Lei torna al bancone, una collega l’ha sostituita, ma la coda è troppa perché non è brava come Sara.
Sara è spossata, ma nel baccano della musica e nell’oscurità della discoteca lo so solo io. Rimette la guida automatica, guarda i volti, ascolta cosa vogliono, disegna le sue opere d’arte, prende le tesserine delle consumazioni e le buca con la pinzetta e solo in quel preciso momento mi accorgo che per ogni consumazione, un piccolo bollino di carta stellato cade sul bancone, rivestito di un panno assorbente blu in spugna. Inconsciamente Sara ha creato un mini cielo, una via lattea, per ogni stella un desiderio e quello mio si è avverato. Possibile che me ne sono accorto solo ora? Possibile che questa poesia la veda solo io, quanta disumana indifferenza negli urli sudati di una discoteca.
Cerco di incrociarle lo sguardo madido, ci salutiamo con gli occhi. Prima di andare, le guardo ancora la schiena e le fossette, che per un gioco di luci si vede che sono ancora bagnate. Sporche oserei dire. Di vita.
Sara è una bartender. È mora, snella. Molto graziosa, anzi direi proprio bella. Lei non lo sa, ma involontariamente continua a riempire il cielo di stelle.

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