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Violentata da mio figlio

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Da tempo volevo sfogarmi x un fatto increscioso,del quale anche mio marito è al corrente, e proprio lui,mi ha convinta a raccontarlo.Sono daniela(Lina)e ho un figlio che da poco ha compiuto 18 anni, e devo dire che fin da piccolo,ha sempre avuto un interesse morboso nei miei confronti.Mi diceva che ero bella,e che era innamorato di me,e non gli importava se ero sua madre.Usciva dalla doccia nudo,con l’uccello in erezione, e mi passava vicino x farmelo notare.Non potevo fare a meno di vedere che il suo cazzo, era fuori della norma,a 16 anni l’aveva più lungo e grosso di quello di mio marito,(19 cm).Una mattina, mentre dormivo nuda perché la sera prima avevo scopato con mio marito,mi svegliai nel sentire una mano che mi accarezzava nelle parti intime.Pensai che Roby(mio marito) volesse darmi una ripassata(lo faceva spesso)e mi posizionai su di un fianco x accoglierlo.Subito mi resi conto che la cappella che stava x penetrarmi era notevolmente più grossa,mi divincolai ed evitai la penetrazione x un soffio.In ritardo mi ricordai che Roby era partito presto, e Enzo,(mio figlio)era entrato nel mio letto.Lo rimproverai aspramente e per due settimane,non gli rivolsi la parola.Poi si sa, il tempo cancella ogni cosa.Sembrava che enzo avesse messo la testa a posto,ma non era così.Pochi mesi fa,ha compiuto i 18 anni, è un vero colosso,più di suo padre.Dopo 2 settimane dal compleanno, una sera io e Roby scopammo alla grande,tanto che al mattino ero distrutta,assonnata e non mi rendevo conto di niente.Dormivo a pancia sotto,nuda e ancora vogliosa di cazzo,tanto che quando credetti di sentire il corpo di Roby che si stava sdraiando su di me,allargai le gambe x riceverlo meglio.Appena sentii la cappella che stava x entrare,aprii gli occhi, e vidi il viso di Enzo accanto al mio,e un attimo dopo,con un forte colpo di reni,Enzo fu dentro di me.Non potevo divincolarmi,il corpo di mio figlio mi teneva schiacciata al materasso,e con diverse spinte, fu dentro di me fino all’utero. Mi scopava rabbiosamente,e mi disse che era quello il regalo di compleanno che gradiva da me.Mi dovetti arrendere e subire le sue voglie.Il suo cazzo era davvero lungo e grosso e cominciava a darmi piacere,riversò nel mio ventre una sborrata oceanica,poi appoggiò il cazzo ancora duro contro lo sfintere che si dilatò alla sua forte pressione,facendomi urlare di dolore.La grossa cappella si faceva largo tra le viscere,lo infilava tutto fino alle palle,lo pregavo di tirarlo fuori,mi faceva male,ma lui aumentava i colpi sempre più.Dopo un tempo interminabile,finalmente iniziò a sborrare riempiendo nuovamente il mio corpo di sperma caldo.Mi fece voltare, si mise nuovamente su di me,viso con viso,mi diede un bacio da togliere il respiro e mi disse che adesso ero sua,anima e corpo.Da quel giorno,sono stata sua diverse volte, anche in luoghi diversi,e perfino in presenza di mio marito che da anni aveva previsto quello che sarebbe successo,e quindi, ha accettato la condivisione.un bacio a tutti. Daniela (Lina)

Edited by Broke. – 5/5/2017, 14:10

 

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RACCONTI EROTICI: Padrona per una notte..

E’ venerdì sera. uscendo dal mio studiosto gia’ pensando che sono pronta a tutto, tranne che rincasare.
Stasera non mi va, stasera non torno.
Le mie figlie sono fuori e lui certamente sta già aspettando gli amici, per la solita notte di poker.
Faccio tutto con comodo; mangio qualcosa alla trattoria che hanno aperto da poco, a pochi isolati dal mio ufficio.
Il parcheggio è pieno, il locale stipato; tuttavia, io sono sola e quindi mi rifilano un posticino piccolo piccolo, nascosto dal classico frigo delle torte gelato.
Tutto è regolare, fin troppo, sino a quando la suoneria di un telefonino mi raggiunge.
Riconosco quella melodia, l’ho già sentita. Da chi, però?
Sbircio tra i tavoli e vedo mio cognato. E’ sua, quella suoneria.
Faccio per alzarmi, … mi accorgo appena in tempo che l’adorato cognatino non sta godendosi la compagnia di mia sorella.
La cosa non mi stupisce più di tanto. Nonostante sia mia sorella, sangue del mio sangue, l’ho sempre ritenuta una donna troppo mite; troppo docile, per come lui si propone. Aspetto quindi l’attimo nel quale lui si gira, per alzarmi, pagare il conto ed andarmene.
Vedere quella scena, però, non mi è assolutamente piaciuto, e, “Se mia sorella è una placida donna, io non lo sono affatto”,penso.
Ripercorrendo la via di casa, decido di chiamarlo. Con la sua voce al telefono, azzardo un “Disturbo?” e un “Dove sei?”
Lui dice “Non disturbi affatto, mia cara, sono ad una cena di lavoro”.
“Dev’essersi alzato in piedi”, penso, a giudicare dal silenzio assoluto attorno a lui.
Da bravo puttaniere, aggiunge “Sapessi che palle, ma sai com’è…”
“Certo, certo!”, gli do corda. “Non voglio trattenerti, volevo solo chiederti se domani mattina
vieni con me “alla soffitta”. Mi hanno chiesto di allestire il locale per la serata fetish e mi rompo , ad andarci da sola. Così mi son chiesta se…”
Neppure il tempo di finire il discorso, che già mi chiede quando vederci. Decidiamo per le 11, davanti al locale. Lo avviso che faremo tardi, probabilmente e che, alla soffitta, non c’è campo, e che il cellulare non prende.
“Non preoccuparti”, dice lui, “avviso Carla”.

Il locale, in realtà, deve essere pronto per la sera di lunedì, e solo io ho le chiavi del portone, e saranno ormai tre giorni che ci sto lavorando dentro.
Arrivo prima di lui, e lo avviso con un sms, dicendogli che non lo aspetto fuori.
Mi spoglio dei miei abiti e inizio a curare ogni mio dettaglio; indosso calze in latex nere, agganciate al reggicalze di un accattivante bustino nero intrecciato sul seno.
Le scarpe, altissime, sono rigorosamente lucide e nere
Ogni cosa ha questo colore; tutto, tranne il mio umore.
Slego i miei lunghi capelli, e mi trucco alla luce della lampada in bagno; fisso i miei occhi, riflessi dallo specchio.
Puntualissimo, lui suona. Mi affretto quindi ad abbassare le luci. La porta si apre, grazie al tiro posto sotto al bancone. Spunta in cima alla scalinata.
“Lucrezia!”
Rispondo “Scendi, sono giù. Aspettami sul palco!”
Grido, e i miei occhi lo osservano. So che ama il fetish. Lo lascio quindi salire sul palco, ad armeggiare con gli attrezzi… immagino che si stia eccitando.
Aspetto un altro po’, ma risalgo la scalinata e chiedo se può farmi da cavia.
“Cosa devo fare, dimmi?”
Mi siedo in un punto buio, e chiedo di indossare le polsiere della croce di Sant’Andrea.
Lui sorride, sembra quasi imbarazzato. Ma io so che lo vuole. Insisto; e, di certo, non fatico.
Il primo polso è agganciato. “Prova a mettere anche l’altro. Ci riesci?”
Lui risponde “E’ faticoso, ma non impossibile”. Di certo, l’eccitazione di quei momenti, lo porta a impegnarsi per agganciare anche la seconda polsiera.
“E… ed ora, spalanca le gambe, e dimmi se sei comodo. Descrivimi cosa provi”
Lui blatera qualcosa. Gli chiedo se è solito fare questo tipo di cose, o se fanno parte solo dei suoi sogni irrealizzati.
 “Ma che dici?”, mi risponde ridendo.
“Perché? Vuoi forse dirmi che mia sorella non ti permette queste cose?”
“No, non è quello, ma sai…”
Io allora inizio a scendere lenta la scala. Lentissima. Non mi vede ancora; io parlo e lui mi risponde.
Mentre scendo, azzardo un “…e così, tradisci mia sorella…”
In un tono perentorio, spara un “Certo che no”.
… mi fermo; predo dalla poltrona le mie fruste e continuo a scendere la scalinata.
Da come mi guarda, deve aver capito (o quantomeno, intuito) le mie intenzioni…
Accenno ad una mezza risata, dicendo che deve star tranquillo. Salgo finalmente sul palco
e mi trovo faccia a faccia con lui. Deglutisce a fatica, mentre, con il frustino, lo accarezzo tra le gambe. “Gradisci della musica?”.
Ma nemmeno aspetto la risposta; e già una musica blues accompagna il mio gioco.
Come una pantera, giro attorno alla croce, godendomi la sua espressione di curiosità e paura.
Mi fermo dietro a lui; le mie mani tirano i capelli verso me. “Mi fai male! Sei matta? Dai, smettila!”
“Oh no, non lo sono. La matta è mia sorella, ogni volta che ti crede!”
“Scusami , ma proprio non ti capisco. Se è uno scherzo, ti dico che sta diventando di cattivo gusto!”
“Ah, si??”
Torno davanti a lui, e prendo a slacciargli la camicia. Le unghie gli solcano il collo, fino ad arrivare al petto. So che non mi importerà nulla, di ciò che mi dirà. Delle preghiere che urlerà.
Con una mano afferro decisa i suoi coglioni, chiedendogli se li ha, e vuole essere così gentile da tirarli fuori.
“Slegami, liberami!”. Io lo rassicuro, “Tranquillo, lo faro”.
Il suo sesso ormai è duro, decido così di liberarlo. Passo la frusta sulla cappella e, ogni tanto, lo schiaffeggio. Passo la mia lingua, lenta, sul collo. Mordo i bordi delle sue labbra.
“Che ne dici, vuoi essere il mio cane?”
Gli faccio indossare il collare ed il guinzaglio. Scatto qualche foto.
“Mi spieghi, perché a me?”
“Semplice. Sono la parte peggiore di mia sorella. Sono ciò che lei non avrà mai il coraggio di essere. Ricordi quante volte mi ha detto che ero il suo opposto?”
E continuo. “Ed ora dimmi: ieri dov’eri?”
Lui dice “Ad una cena di ….”
La mia mano strinse nuovamente i coglioni.
“Dove, scusa?”
“Si, devi credermi”, arrendendosi ai miei desideri.

Inizio a slacciare la prima manetta dal suo polso. Cerca di scagliarsi contro di me.
“Stronza, sei una stronza!”
Scoppio a ridere e gli ricordo che la padrona sono io, e che non sarebbe facile spiegare certe foto a quella perbenista di mia sorella.
e dico “se devo essere sincera, nemmeno la serata di lavoro che hai trascorso, guarda caso, con quelle due puttanelle”
Il mio gioco prosegue
“…ed ora inginocchiati!”. Lui capisce che non scherzo. “Anzi, sai che ti dico? Spogliati, ed indossa quel paio di pants nere. Spicciati!”
Lui dice “Ma… ! Posso spiegarti…”
“Ti ho detto, spogliati”
Veloce si toglie ogni cosa, e lo ritrovo come il migliore dei cagnolini ai miei piedi.
“Ed ora vieni, andiamo a fare un giro per la sala”.
Salgo e scendo sulla gradinata per quasi 5 minuti, poi lo porto verso il bancone del bar. Riempio con dell’acqua il secchiello del ghiaccio e lo faccio bere come avrebbe desiderato il mio cane.
Seduta sullo sgabello, dondolavo la gamba. “Ehi cane! Ti piace la gamba della tua Padrona?”
“Certo, moltissimo!”. Lo colpisco con il piede, ricordandogli che era un cane e perciò non poteva parlare. “Avvicinati, ora”. Faccio così; due carezze sotto al suo mento, mentre lo accarezzo tra le gambe con la scarpa.
 “Se ti piacciono le scarpe della tua Padrona, potresti dimostramelo …del resto, ti manca solo la parola, questo si sa”. Non se lo fa ripetere.Inizia a passare la sua lingua lungo il tacco a spillo.
“Bravo, bene continua … mi piace vederti così!! Ti prometto che, quando avrai finito, avrai una ricompensa”. La sua lingua consuma le mie scarpe, sino ad eccitarmi. Mi diverto, a passare sui miei capezzoli e sopra la sua schiena, il ghiaccio del frigo bar. Vedo i brividi scorrere sul suo corpo e questo mi fa impazzire. “Ora stai fermo. Da bravo, stai seduto su due zampe”.
Mi siedo così, comoda sul bancone, e appoggiando i piedi sugli sgabelli, prendo a fargli vedere cosa sapevo fare con quel frustino. Non mi toglie gli occhi di dosso, la sua bocca quasi sbava. Io inizio a far scivolare il manico del frustino sotto lo string di latex, divertendomi a far schioccare gli elastici del reggicalze, a fargli ricordare che ciò stava vivendo, non era un sogno.
“Ora riprendi da bravo, a leccare”
Riparte così dal piede, ma, preso da un raptus di voglie, si ritrova presto con il viso tra le mie cosce.
“Ehi, ma come osi! Vergognati!”. Lo frusto più volte sulle natiche, per poi dirgli che, forse, ero stata troppo cattiva e che per farmi perdonare, gli avrei permesso di tornare con il suo muso tra le mie gambe. La sua lingua allora raggiunge la mia natura. “E’ bravo”, penso stronzamente. “Persino sprecato, per quella santa donna di mia sorella”.
“Voglio alzarmi, spostati!”. Come una cagna scodinzolo il culo vicino al suo viso.
“Che aspetti? Non mi vuoi?”. Come una furia, le sue mani mi prendono sui fianchi. Mentre lo string stava scivolando a terra, mi giro, mordendo la sua bocca e il suo collo.
Voglioso, finiva di liberare i seni dal bustino, mentre la mia lingua indecente lo cercava, godendo ad ogni suo cedimento.
“Forse mi aveva sempre desiderata”, penso.
Inizio a camminare, di nuovo, portandolo a 4 zampe, verso i divanetti. Metto al centro del salottino di specchi, e lo supplico di fare quel ciò che un cane avrebbe fatto.
Con violenza mi prende. Mi gira con il viso rivolto verso lo schienale. Sento finalmente mordere la mia schiena, il mio collo. Schiaffeggiare il mio culo; sembrava ed ansimava veramente come un cane.
Montandomi come un ossesso, avrebbe voluto dirmi tanto, lo sentivo. Ma sapeva che sarebbe stato peggio. Continuava così, in quel possedermi, sino a sfilarlo, e venirmi sulla schiena.
Era stato bravo, dovevo ammetterlo. Slaccio il suo collare e riprendo a salire la scalinata.
“Vai, sei libero” gli dico, mentre divertita gioco con la frusta.
Eppure…non sono ancora soddisfatta …

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Orgia in tenda

Nel luglio del 2015 io e Anna eravamo particolarmente esausti, entrambi per questioni lavorative. Decidemmo per una piccola fuga, partenza venerdì sera e ritorno la domenica. Avevamo comprato da poco una tenda nuova, sembrava l’occasione perfetta per inaugurarla. La scelta ricadde su un piccolo camping della Valmarecchia, vicino a Ponte Messa. Lo conoscevo per esserci stato un paio di volte, in passato, con i miei genitori. Mi era rimasta nel cuore la piscina con il triplice trampolino. Partimmo intorno alle 18, avremmo dovuto percorrere la Marecchiese per una cinquantina di chilometri.
Una volta arrivati trovammo ad attenderci una sgradita sorpresa; la piazzola che avevamo prenotato, l’ultima rimasta libera quel week end, era stata accidentalmente assegnata a un’altra coppia. Anna si infuriò, pretese una soluzione, non intendeva assolutamente tornare a Rimini. Il proprietario del camping tentò di rassicurarla, disse che avrebbe parlato con la coppia.
Ci lasciò da soli all’interno della reception. Anna mi confermò che non voleva andarsene, al limite sarebbe stata disposta a condividere la piazzola, se possibile.
Mi eccitava vederla arrabbiata, lo sguardo era lo stesso con cui mi dominava da dietro. Le dissi che non c’era problema, volevo solo rilassarmi.
Il proprietario tornò con un ragazzo, sembrava avere la mia età, forse qualche anno di più. Era molto alto, almeno 1.90, capelli rasati a zero e occhi azzurri, decisamente più glaciali di quelli della mia Anna. Il viso era molto magro, i lineamenti suggerivano un’origine nord europea. Indossava una canotta rossa, sotto aveva un fisico bello pompato. Le gambe, lisce e muscolose, erano a malapena coperte da un paio di bermuda a fantasia floreale.
Mi strinse la mano e si presentò, si chiamava Stefano.
Aveva una stretta vigorosa.
Si girò verso Anna, la guardai. Si era sistemata i capelli, osservava il vichingo dal basso, sbattendo gli occhioni. Allungò la mano, lui la prese e gliela baciò. Anna sorrise per la prima volta da quando era nell’ufficio. Non fui geloso, ero abituato alla sua spigliatezza.
Stefano ci disse che non aveva problemi a condividere la piazzola, il proprietario aggiunse che l’indomani si sarebbe liberata una delle due casette presenti nel camping. Per farsi perdonare ce l’avrebbe lasciata al prezzo della piazzola, accettammo al volo.
Uscimmo dall’ufficio, il sole era quasi scomparso dietro la linea dei monti. Anna e Stefano si incamminarono verso la piazzola, io andai a prendere la macchina e li raggiunsi.
Una volta arrivato, mi venne incontro una bellissima donna con dei lunghi capelli rossi, il suo nome era Diana. Come Stefano, anche lei era particolarmente alta. I miei occhi erano all’altezza delle sue carnose labbra, dovetti alzare lo sguardo per guardare i suoi occhi verdi. Sulle guance aveva un accenno di lentiggini, le trovai davvero sexy. Un vestitino turchese copriva un fisico asciutto, le gambe erano lunghe e toniche. Sotto al tessuto si vedevano, in trasparenza, due piccoli seni. Non c’era traccia di reggiseno.
Dopo essersi presentata mi diede un bacio sulla guancia, aveva un buon odore, simile alla cannella.
Stefano mi aiutò a montare la tenda, sfruttammo l’ultima luce del sole. In pochi minuti la Quechua era sistemata, grazie alla grandezza della piazzola c’era spazio anche per una terza tenda.
Nel frattempo Anna e Diana avevano preparato una piccola cena, con i tavolini da campeggio uniti avevano creato una bella tavola. La dolcezza di Anna venne espressa dalla cura con cui illuminò la tavola, creò un’atmosfera molto intima con le candele.
Insieme a Stefano portai la macchina fuori dal camping, ne approfittammo per conoscerci meglio. Lui e Diana venivano da Arezzo, anche loro in fuga dallo stress. Insieme gestivano il frutta e verdura della famiglia di lei, non erano sposati. Stefano aveva la mia età, Diana era più grande di tre anni. Mentre tornavamo a piedi dalle nostre donne, non potei fare a meno di notare due cose; la prima fu la prestanza fisica di Stefano, mi sovrastava. La seconda fu che intorno a noi erano tutti nord europei.
Il mio nuovo amico mi disse che quel camping era particolarmente famoso in Olanda, paese che tra le altre aveva dato i natali a sua madre. Ecco spiegati i lineamenti.
Durante la cena vidi Anna persa nello sguardo sicuro di Stefano, rideva ad ogni sua battuta come una ragazzina. Mi eccitava vederla così, in più il vichingo attirava anche la mia di attenzione.
Ma non come la sua compagna.
Osservai attentamente Diana; il suo viso era molto dolce, ma quelle lentiggini erano come una spruzzata di erotismo. Vedevo un grande contrasto sul suo volto, sentii la cappella iniziare a pulsare. Inoltre parlare con lei era davvero piacevole, la sua voce era, a tratti, ipnotica.
Attuai uno dei trucchi più vecchi del mondo, feci cadere una posata per spiare sotto al tavolo. Trovai la sorpresa che non mi aspettavo; il piedino nudo di Anna giocava contro il membro di Stefano. Mi alzai senza guardare le gambe di Diana, motivo per cui avevo fatto il giochetto. Guardai Anna e Stefano, erano impassibili e continuavano a parlare. Mi morsi il labbro inferiore per l’eccitazione, poi tornai a parlare con Diana. Allungai il piede verso il suo, non lo spostò. Continuò a parlare fissandomi negli occhi, la sentii entrarmi nella testa. Il cazzo premeva insistentemente contro i bermuda, mi dovevo alzare ma non potevo nascondere l’erezione. Allontanai il piede da quello di Diana, dovevo raffreddarmi un pochino.
Guardare Anna che sbavava per Stefano non mi aiutava.
Diana iniziò a sparecchiare, Anna le diede una mano. Stefano si mise a preparare il caffè, io rimasi a tavola a fantasticare. Pensai a quel corpo così sottile, molto diverso dalla carne di Anna. Carne che amo. Ma Diana era davvero affascinante, poi ho sempre avuto un debole per le rosse. Restammo tutti e quattro a parlare fino a mezzanotte, poi Diana disse che sarebbe andata a fare una doccia prima di coricarsi. Prese il necessario dalla tenda e si diresse verso il bagno.
Da solo, in mezzo a Stefano e Anna, potevo sentire la tensione erotica che si era creata tra i due. Decisi di alimentarla andando via. Dissi ad Anna che sarei andato a lavarmi i denti, mi congedò senza guardarmi. Presi spazzolino e dentifricio e andai lontano dalla piazzola. Appena passato il cespuglio mi nascosi per spiare la mia compagna e il vichingo.
Non perse tempo quella cagnetta di Anna; senza nemmeno guardarsi intorno si abbassò le spalline del vestito nero, lasciando libera la sua bellissima terza. Stefano si fiondò sui capezzoli che ero solito violentare. Mi presi in mano l’uccello, era diventato duro. Anna teneva la testa indietro, lo sguardo era rivolto al cielo. Con la mano destra teneva la nuca di Stefano premuta contro i seni. Mentre mi masturbavo iniziai a gemere, Anna guardò verso il cespuglio che mi nascondeva. Mi fermai trattenendo il respiro, continuò a fissare verso di me. Stefano non si fermò, Anna tornò a guardare il cielo. Risistemai il cazzo nelle mutande e mi diressi verso il bagno. In giro non c’era nessuno, feci attenzione a non fare troppo rumore sul ghiaino del sentiero.
La struttura che ospitava i bagni era deserta, sin dall’ingresso potevo sentire il rumore della doccia di Diana. La fila di lavandini era proprio attaccata alle cabine doccia, dalla parte opposta rispetto alla porta di entrata. Entrai lentamente, ero pensieroso; mi eccitava pensare a quello che stava accadendo nella piazzola. Mi chiedevo se Anna glielo avesse già preso in bocca. Però a venti passi da me c’era una musa, rimaneva da capire se fosse ben disposta nei miei confronti. I passi rimbombarono nello stanzone vuoto.
Quando mi trovai di fronte al lavandino, dalla cabina una voce incantevole intonò un classico di Mina
“Caramelle non ne voglio più
La luna ed i grilli normalmente mi tengono sveglia
Mentre io voglio dormire e sognare l’uomo che a volte c’e’ in te… “
Appoggiai spazzolino e dentifricio sul bordo del lavandino, poi mi posizionai di fronte alla porta, chiusa, che nascondeva ai miei occhi il corpo nudo di Diana.
“Parole parole parole
Parole parole parole”
Cantai insieme a lei, il pensiero della piazzola era finito in un angolo buio. La porta si aprì leggermente, sentii l’acqua smettere di cadere sul piatto della doccia. Passarono alcuni secondi prima che mi decidessi ad aprire, ero emozionato. Spinsi la porta all’interno, davanti a me il paradiso. Diana mi stava guardando, teneva le braccia allungate dietro alla schiena. I lunghi capelli rossi pesavano bagnati sulle spalle, lasciando cadere un filo d’acqua in mezzo ai piccoli seni. I capezzoli erano protesi in avanti. Aveva la fica completamente rasata, proprio come piace a me, le grandi labbra era molto carnose.
Improvvisamente l’idea che forse, in quello stesso momento, il vichingo stesse sventrando la bocca di Anna con il suo uccello, mi salì lungo la schiena come una scossa.
Presi Diana, una mano dietro alla nuca e una sul culo, e le infilai la lingua in bocca. Cercai dolcemente la sua lingua, le sue labbra avvolgevano le mie. Il culetto era bello sodo, un filo di cellulite lo rendeva più vero. Potevo prendere tutto il gluteo con la mano.
Spostai i miei baci lungo il collo, Diana iniziò a gemere. Girai il piercing intorno ai capezzoli, erano grossi come una pasticca Leone. Non me la sentii di mordicchiarli, pensai che non le sarebbe piaciuto.
Era, forse, più una cosa da Anna.
Chissà cosa stava facendo la mia cagnetta.
Scesi ancora, nell’ombelico si era formata una bollicina di schiuma. Il sapore era decisamente amaro. Appoggiai entrambe le ginocchia sul piatto doccia. Per fortuna, grazie al mio lavoro, è una posizione a cui sono abituato. Aprii le grandi labbra con le dita, il clitoride mi stava chiamando. Era molto grande, più di quello che ero abituato a ciucciare. Girai delicatamente la lingua, alzai gli occhi verso il viso di Diana, mi guardò anche lei, il suo sorriso mi fece indurire l’uccello.
Ma tutta la mia attenzione era per lei, tenni il cazzo nei pantaloni.
Diedi qualche colpo con la mia pallina di acciaio contro il clitoride, Diana fece un paio di urletti. Scesi con la lingua fino alla fessura, entrai e uscii ripetutamente. Poi tornai al clitoride, penetrandola ad uncino con due dita. Capii che mi stavo muovendo bene quando mise le sue mani, fino a quel momento impegnate a stringere i capezzoli, sopra la mia testa, tenendola spinta contro la fica. I suoi gemiti si fecero più rumorosi, iniziai a pensare che qualcuno avrebbe potuto sentirci, nel silenzio del camping. A Diana non sembrava interessare per niente, o magari era proprio quello ad eccitarla. Questi pensieri non mi distrassero dal mio compito; continuai a leccargliela fino a quando non sentii un fiotto caldo sulle dita. Lentamente le tirai fuori per leccarle, avevano un buon sapore. Questa cosa probabilmente eccitò Diana che, con la mano ancora dietro alla mia nuca, strinse i capelli tirandomi su di forza. Non mi aspettavo questa aggressività da parte sua, fui ben lieto di scoprirla.
Ci baciammo nuovamente, anche se sarebbe più preciso dire che fu lei a baciarmi. Mi leccò avidamente le labbra, voleva il suo succo, non mi opposi.
Mi diede un bacio sulla fronte, poi mi invitò ad uscire, senza mai smettere di sorridermi. Avevo l’uccello che pulsava dalla voglia, però mi consideravo soddisfatto. Con grande dispiacere mi lavai i denti, togliendomi dalla bocca il sapore di Diana.
Tornai verso le tende, intanto l’acqua della doccia aveva ricominciato a cadere sul piatto di ceramica, dalla cabine usciva ancora quella voce così dolce
“Che cosa sei?
Che cosa sei?
Che cosa sei? Cosa sei?…
Non cambi mai
Non cambi mai
Non cambi mai, proprio mai!…”
Arrivato alla piazzola vidi che fuori non c’era nessuno, le luci erano accese sia nella nostra tenda che in quella di Stefano. Iniziai a domandarmi quanto tempo fossi rimasto al bagno. Ma d’altronde Anna aveva sicuramente avuto da fare.
La nostra tenda era composta da una zona comune al centro, alta circa due metri, e da due camere ai lati. In quella di sinistra avevamo gonfiato il materassino matrimoniale, quella di destra fungeva da armadio.
Aprii la zanzariera ed entrai nella zona comune, in quel momento Anna uscì dalla camera. Si fiondò sulle mie labbra, mi baciò intensamente. Si allontanò e iniziò a passarsi la lingua intorno alle labbra. Il sapore del dentifricio la deluse, lo vidi nei suoi occhi, di color turchese sotto alla luce della lanterna led appesa al soffitto della tenda. La guardai attentamente, notai uno schizzo bianco sul suo seno, doveva essere la sborra di Stefano. Alzai nuovamente lo sguardo, il sorriso di Anna era carico di provocazione. Leccai lo schizzo, poi ciucciai avidamente i capezzoli. Li morsi con energia, Anna mi strinse i capelli. Mi tirai su e ci baciammo, i suoi occhi erano pieni di soddisfazione.
Prese il beauty con i prodotti da bagno e mi disse di aspettarla, quindi aprì la zanzariera per uscire. Ne approfittai per seguirla fuori dalla tenda e fumarmi una sigaretta. Guardai il bel culo di Anna allontanarsi da me, è sempre una bella visione.
Spostai la mia attenzione verso la tenda di Stefano e Diana, la luce era spenta. Mi guardai intorno, tutto taceva. Sgattaiolai silenziosamente verso la camera in cui dormivano, li potevo sentire bisbigliare.
Lei gli raccontò, nei dettagli, quanto successo nella doccia. Lui apprezzò, poi le disse quanto era accogliente la bocca di Anna. Dopo non sentii più parole, ma solo gemiti di piacere. La tenda incominciò a muoversi, io tornai al nostro giaciglio.
Ero eccitato da morire. Mi infilai nella camera, nudo, pronto a riempire Anna di piacere.
Quando entrò rimasi, come accade sempre, folgorato dal suo corpo. L’altezza della tenda la costringeva in ginocchio, i capelli scendevano sui seni. Aveva uno sguardo da monella, le domandai se le era piaciuto l’uccello di Stefano. Mi rispose che si, le era piaciuto, e che aveva ingoiato ogni goccia di sborra.
Le feci notare che non era del tutto esatto.
Sorrise e si buttò sul mio cazzo, non ne aveva mai abbastanza. Leccò le palle, poi salì con la lingua fino alla cappella, sentii un brivido salire lungo la schiena. Si fermò, e fissandomi negli occhi mi chiese come fosse la bocca di Diana. Quando le dissi che non lo sapevo fece una smorfia di delusione. Però poi raccontai di quanto era dolce la sua fichetta, allora le labbra di Anna avvolsero il mio uccello. Iniziò a succhiarlo di gusto, lo mandava talmente a fondo, che potevo sentire dei piccoli conati sulla cappella. Fiumi di saliva colavano fin sotto le palle. Era davvero infoiata. Andò avanti per qualche minuto, ero in estasi.
All’improvviso mi salì sopra e si infilò il cazzo nella fichetta fradicia.
Mi si avvicinò al volto e mi disse che il membro di Stefano era largo come un pugno, poi mi infilò la lingua in bocca e cominciò a cavalcarmi. Godevo pensando alla bocca di Anna allargata fino a farle male. La presi con forza per i capelli e le tirai indietro la testa, quindi le violentai i capezzoli. Con la mano rimasta libera le schiaffeggiai il culo, che con forza batteva sulle mie anche. Leccai e morsi ripetutamente i capezzoli, uscii un liquido amarognolo. Continuammo fino a quando dissi che stavo per venire. Anna scese da cavallo e prese in bocca il mio uccello, era vicino all’eruzione. Un fiume di sborra calda scese lungo la gola di Anna, era il secondo della serata.
Ero sfinito, chiusi gli occhi pensando a Diana. La volevo

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RACCONTI EROTICI: I miei piedini…

So che per molti questi europei non sono stati una bella cosa, per me invece rimarranno sempre un bel ricordo… Ho 25 anni, studentessa universitaria, molto carina e, soprattutto, con dei piedini bellissimi. Sono fidanzata, forse non ancora per molto, il mio ragazzo infatti vive solo di sport e mi trascura troppo, sessualmente intendo. Poi c’è un mio vizio o meglio una piccola perversione che lui non immagina neanche e che probabilmente gli farebbe pure senso. Mi piace farmi massaggiare e coccolare i piedini, sono un pò feticista e mi piace da impazzire l’idea di farmeli baciare e leccare. Cosa c’entrano gli europei? Beh, una sera, dopo la solita discussione col mio fidanzato, lui se ne è andato al bar a vedersi la partita dell’italia, io sono rimasta a casa mia con il mio fratellino di 18 anni.

 Mi sdraio sul divano, allungo le gambe e mi preparo a guardare la partita. Mio fratello brontolando mi prende per le caviglie e mi strattona per sedersi anche lui sul divano, mi blocca i piedi tra le mani e se li sistema sulla pancia. E’ stata una scossa. Me li ha guardati, accarezzati e palpeggiati facendogli dei complimenti. Era la prima volta che un ragazzo mi toccava i piedini in quel modo lascivo. Ferma, immobile, mi è salita dai piedi una sensazione pazzesca, bellissima. In pochi istanti mi sono bagnata tutta. Era bellissimo. Lui del tutto incosciente (?) mi palpeggiava e massaggiava i piedini. Ero sconvolta. Per un attimo quando l’ho visto concentrarsi sulla partita ho provato a tirarli indietro ma lui mi ha subito bloccato e per tenermi ancora più ferma mi ha infilato l’indice della mano nel ditone. Ero semplicemente fradicia e con la voce roca. Non so quanto sono rimasta ferma ma ad un certo punto sentendo di “colare” tutta mi sono spaventata che lui se ne accorgesse e sono saltata in piedi, mi sono infilata i sandali e sono corsa in bagno. Non ce la facevo più. Mi sono tolta il perizoma tutto fradicio e mi sono seduta sulla tazza del bagno per masturbarmi. Neanche un minuto sono venuta spruzzando come una cavalla ed è stato meglio così perchè già mi stavano girando strane idee sul mio fratellino e sui miei piedini. Un pò spaventata da me stessa, mi sentivo un pò maniaca, ho rinunciato alla partita, ho salutato mio fratellino e sono andata a letto, dove ovviamente dopo qualche minuto ho ripreso a masturbarmi con foga fino a trovare pace. Immagino di aver iniziato un giochetto un pò scabroso ma da quel giorno (Italia-Danimarca) chiedo sempre a mio fratello se gli piacciono i sandali che porto, se trova lo smalto delle unghie di suo gusto, se mi accompagna a scegliere eventualmente qualche cavigliera da indossare per l’estate.
La sera di Italia-Svezia ovviamente eravamo già consapevoli di quello che doveva succedere. Appena arrivata mi sono seduta sul divano con dei sandali infradito sadomaso col tacco un pò alto. Lui da bravo si è seduto per terra davanti a me per accogliere i piedini tra le mani, massaggiarli e coccolarli per bene. Con la voce roca gli ho ordinato di leccarli e lavarmeli per bene con la lingua. Lui, dolcissimo e ubbidiente, ha eseguito correttamente il mio ordine. E’ ovvio che non gli ho fatto guardare la partita. Doveva solo pensare a leccare.

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