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Una Nerchia Rispettabile

Era piena estate, Rebecca e Valentina abitavano nelle case prospicienti al lago di Rallo, in un borgo medievale, che lentamente andava spopolandosi. Il lavoro era calato da tempo, la crisi aveva fatto il resto, le università lontane dal Paese avevano ridotto la popolazione con ondate di studenti migratori, che una volta finiti gli studi non sprecavano anni di sacrifici, per tentare di riqualificare la terra che aveva dato loro i natali. Rallo però era stupendo, prima o poi l’Unesco se ne accorgerà.
Si divide in due parti: una bassa con uno splendido lago, dove appunto vivevano le due giovani amiche e la parte arroccata piena di vicoli granitici, budelli a strapiombo sul vuoto, feritoie ormai piene di rifiuti lasciati da barbari moderni, ma sempre incivili. Si erano moltiplicati bene si vede, per arrivare fino a Rallo. Ciò non toglieva la bellezza, soprattutto della parte alta, dove viveva Ivan.
Tutte le mattine, dalla parte alta del borgo, con un recalcitrante asino color fumo, Ivan faceva la sua comparsa sulle rive del lago di Rallo, faceva abbeverare la bestia e la lasciava libera di mangiare il fieno. In quella zona c’era tanto fieno di secondo taglio, una prelibatezza avrebbe ragliato col dono di parola il suo asino.
Ivan non era bellissimo, ma neanche da buttare via. A dirla in breve: per scopare non aveva bisogno di usare il cloroformio. Di ragazzi giovani ce n’erano pochi e questa era un’enorme arma a suo vantaggio e stando le voci pare che le armi enormi fossero due. Nelle notti d’estate, i racconti bagnati delle fanciulle intorno al fuoco parlavano di gare a chi ce l’avesse più lungo tra lui e l’asino. Tantissime risate in quelle notti non caldissime per via del lago, che portava un alto indice di umidità, a parte quello delle mutandine di studentesse in vacanza o ragazzine del posto.
Ogni volta che arrivava in riva al lago, Ivan era solito raccogliere i mozziconi, le bottiglie di vetro vuote per restituire un po’ di decoro alla sua Rallo, insomma cancellava i bagordi delle serate precedenti. Non che ne usassero molti, ma ogni tanto toglieva anche preservativi.

Una mattina però trovò due perizomi neri, con dei merletti a contorno. La cosa lo colpì di primo appunto, ma poi come tutte le mattine lasciò pascolare il suo asino e tagliò un po’ di legna sul solito ceppo.
Finito di sudare, non aveva dimenticato il recente ritrovamento, caricò la legna sull’asino e tornò a casa. Ovviamente per tutta la strada di ritorno si domandò a chi potessero appartenere e come mai il ritrovamento così vicino, fece mille fantasie lesbo a riguardo, ma davvero non riusciva a farsi una ragione e nella sua mente nessun volto familiare poteva prendere la forma di una coppia di ninfette lecca figa alle prime armi. Arrivato a casa era troppo eccitato, chiusa la bestia nella stalla, si masturbò in maniera repentina, un centinaio di sali e scendi sospirati, un mezzo urlo finale e riempì di seme il lavandino, mentre con l’altra mano odorava l’intimo delle sbadate presunte lesbiche. Ivan aveva un cazzo enorme, lui ormai forse non ci faceva più caso, ma una ragazzina del posto avrebbe dovuto usare due mani e forse non sarebbe riuscita a ingoiare la sola cappella, se non fosse morta soffocata.
Quella stessa sera, carico a molla e con livelli di testosterone altissimi, non pago della sborrata pomeridiana, si diresse verso il lago per dipanare i suoi dubbi e scoprire qualcosa di più riguardo quelle eccitatissime frequentazioni notturne. La prima sera purtroppo non notò nulla di compromettente, qualche coppietta in disparte, qualche compagnia chiassosa, canzoni a tutto spiano, insomma la tipica serata sotto la luna di agosto.
La sera dopo, con 2 teli e un piccolo stereo notò la presenza di 2 ragazze giovani, sulla ventina. Rebecca e Valentina, amiche fin dai tempi dell’asilo, cantavano le canzoni dei Coldplay e ridevano di gusto dopo essersi sussurrate all’orecchio chissà cosa. Uno sguardo complice e finirono senza costume dritte dentro al lago, a schizzarsi acqua addosso e continuare a ridere come delle sceme. Le mutandine lasciate in riva e i loro marmorei culi in acqua. Rebecca, capelli ricci castani, occhi verdi, denti bianchissimi e un naso all’insù, fisico normale a parte il culo di un altro livello e due piedini da Cenerentola. Valentina era meno appariscente, capelli biondi, occhi azzurri slavati, un sorriso con dentoni sporgenti, recuperava abbondantemente nelle parti basse con un fondoschiena palestrato e 2 caviglie affilate di cristallo.
Uscirono dall’acqua, una strizzata ai capelli e tornarono sugli asciugamani. Nude.
Non c’era nessuna lesbica, nessun segreto, nessun fatto da osservare in lontananza, solo 2 amiche complici e beatamente giovani che con infinite risate mandavano affanculo il mondo. Ivan era un po’ sconsolato, ma dato che ormai aveva percorso qualche chilometro a piedi per venire giù al lago decise di farsi un bagno pure lui, dopotutto a 19 anni se lo meritava dopo giornate faticose, spaccare la legna non era di certo una passeggiata. Si tolse i jeans, la canottiera a strisce bianche e nere che sembrava un ombrellone, le mutande e sparì nel lago. Ci rimase a lungo, anche per sbollentare i pensieri roventi di quel giorno non proprio ordinario. Rebecca e Valentina lo avevano notato e a loro non pareva vero di poter appurare le leggende metropolitane a suo riguardo, non aspettavano l’ora che tornasse a riva per asciugarsi e rivestirsi, nel frattempo le loro guance cominciavano a farsi un po’ più rosse e le orecchie più calde.
Venne il momento che l’equino Ivan uscisse, a riposo era sconcertante, fondamentalmente c’era poca differenza tra la sua mazza a pieno regime e a riposo, si trattava solo di volume, ma in lunghezza ci eravamo quasi. L’espressione delle giovani fanciulle fu quasi di terrore, erano eccitate da tale visione, ma davvero facevano fatica a capacitarsi di tale mostruosità, l’asino ne uscì mini dotato. Timidamente non fecero nulla per attirare l’attenzione e lo lasciarono rivestire, ma una volta sparito dal radar, cominciarono a masturbarsi a vicenda, in maniera davvero violenta, con praticamente l’intera mano dentro le rispettive fighe, ansimando e gemendo, quasi piangendo a singhiozzo. Ivan si era perso lo spettacolo, era venuto per quello, ma in maniera sbadata era stato troppo arrendevole…non fosse che tornò sui suoi passi per raccattare il portafogli perso togliendo i pantaloni. Fu allora che fugò tutti i suoi dubbi, le lesbiche esistevano eccome e vivevano al lago di Rallo! Le due timide succhiatrici di vagine non se ne accorsero neanche, che Ivan era davanti a loro, con il rettile nelle 2 mani al massimo della sua erezione. Avrebbe potuto farci il salto in alto.
La più ingorda di tutte era Rebecca, che vantava più esperienze dell’amica, non ci pensò un secondo di più e capì che avrebbe passato tutta la sera a curarsi dell’asta di Ivan. Valentina, fondamentalmente innamorata dell’amica, non fece che assecondare quell’improvvisato trio e attaccarsi al clitoride già fradicio della compagna di merende. La formazione era bella che formata, Ivan eretto in tutti i sensi e le due sospiranti bagnate a seguire, travolte letteralmente dalla passione improvvisa. Ivan era resistente, la sega del pomeriggio gli aveva dato un enorme vantaggio e Rebecca lavorava aiutandosi con 2 mani e ne avrebbe volute avere altre due e le avrebbe avute se non avesse avuto il clitoride che pulsava di immenso piacere. Valentina quando alternava colpi di lingua assestati al bottoncino, le grandi labbra e le piccole era inarrestabile, Rebecca la chiamava la Moulinex della micina. Ivan si godeva dall’alto lo spettacolo, vedeva quei culi a forma di pesca e non poteva che immaginarsi il resto, nel frattempo da basso il manubrio continuava ad essere lucidato con grande intensità.
Valentina era una maga, al culmine del piacere Rebecca urlò: “Sborrami in bocca, dai sborrami nello stomaco” , ma Ivan era distante dall’eruttare e Rebecca capì di averglielo detto perché ebbra di piacere e lasciò continuare l’opera alla sua amica , mentre lei ricambiò le attenzioni con le dita e nel frattempo con quel poco di saliva che le era rimasta cominciò a preparare la strada a Ivan, per trapanare il culo della Vale. Al lago non potevano concedersi molto, ma negli annoiati pomeriggi di Rallo, spesso si divertivano con strap on di dimensioni equine pure loro, ovviamente uno in carne ed ossa non se lo sarebbero mai immaginato.
Ivan, spaccava pure la legna, ma stupido non era e in perfetta sintonia con il piano sodomitico di Rebecca, sfilo il cazzò dalla bocca della Vale e molto lentamente cominciò a farsi strada dentro lei, da dietro. Lentamente, molto lentamente, perché il rischio di aprirla in due era probabilissimo. Il suo culo era di ferro, con le curve delle chiappe ben delineate e l’assenza di inestetismi vari, davvero era perfetto e sembrava quasi peccato intaccarlo in qualche modo, ma il piacere superava qualsiasi remora e la Vale non camminò proprio perfettamente per giorni. La sua unica fortuna fu che Ivan, capita l’emergenza, dopo averle già fatto ingenti danni, preferì le più tradizionali vie stantuffandola a colpi irregolari, perché lei lentamente da dentro tendeva a gonfiarsi e ridurre sempre di più il diametro di azione, per poi scaricare un getto assurdo all’apice del piacere, facendo quasi fatica a stare a gattoni. Rebecca, che conosceva perfettamente l’amica sua, avidamente si sciacquò la faccia e cercò di leccarne il più possibile.
Ivan fu capace di venire abbondantemente sulle lingue delle due porcelle, che continuarono a limonare per ore e tanta fu la voglia di non lavarsi i denti per giorni. Si rivestì e risalì nella parte medievale, come un cavaliere con l’asta smorzata dopo una lotta furiosa, epica.
Negli stanchi pomeriggi estivi, Rebecca e Valentina giacciono spesso distrutte e completamente fradice sui divani di casa, con un solo e unico pensiero in testa. Quella fu proprio una nerchia rispettabile.

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LA CUGINA IN VACANZA

Quando rientrai in casa, avevo ancora nelle orecchie il suono delle casse che rimbombava. Era stata una serata lunga, l’estate stava per finire ed io e i miei amici cercavamo di sparare le ultime cartucce della stagione nel Panter, il locale più in voga del paese. La piccola dependance in cui abitavo d’estate, all’interno della proprietà che era stata dei miei nonni e dei nonni dei loro nonni prima di loro, era molto accogliente. Una volta richiusa la porta, sentii delle voci provenire dalla piccola sala in cui era presente un televisore dei primi anni novanta. -C’è qualcuno?- domandai ad alta voce, leggermente intimorito. -Sì… sto guardando un film. Avrei riconosciuto la sua voce in mezzo ad un milione di voci: Marzia. Entrai in sala e corsi a salutarla con un abbraccio quasi fraterno. Non ci vedevamo da un paio d’anni, sebbene fossimo cresciuti assieme. -Allora cugino? Come stai? -Bene, tu piuttosto? Cosa mi racconti? -Un sacco di cose, ma che ne dici di parlare dopo il film? Ti va di guardarlo assieme a me? -Certo. -Grande. Iniziai a guardare la televisione in maniera distratta. Più cercavo di rimanere con lo sguardo fisso sulle immagini, più finivo per guardare Marzia. Era cambiata. Aveva un nuovo taglio di capelli che le donava molto, un top svolazzante e una gonnellina estiva che metteva in risalto delle cosce lunghe e affusolate. Il seno era acerbo come sempre, un po’ come le modelle delle grandi passerelle. Cercai di non guardarle le labbra. Erano di un rosa acceso, carnose e ben delineate. Dovetti nascondere la mia erezione accavallando una gamba. Marzia si avvicinò. Era stupenda. Era il frutto proibito. Era tutto ciò che non potevo avere e al contempo l’unica cosa che desideravo con tutto me stesso. Si avvicinò ancora un po’. Le nostre spalle si toccavano. Non disse nemmeno una parola, si limitò ad allungare il braccio, facendo scendere la sua mano sul mio membro. Ad un tratto l’erezione che covavo non era più un segreto, bensì un qualcosa di concreto e reale. Restammo in silenzio, con lo sguardo impegnato a fingere di seguire le immagini del televisore. La sua mano scivolò sotto i miei pantaloni e i miei boxer. Iniziò a stringere il mio pene inturgidito con le sue dita esili. Riuscivo a sentire anche il suo anellino d’argento, mentre la sua mano era impegnata a masturbarmi vigorosamente. -Ti piace?- disse, interrompendo quel silenzio surreale. -Sì.- risposi, ansimando. Infilai una mano nel suo top, arrivando a solleticarle un capezzolo irto. Avevo sognato quelle tettine milioni di volte, adesso erano tra le mia dita, intente a stuzzicarle. Cosa dovevo fare? Dovevo limitarmi a vivere la cosa in maniera del tutto passiva? Dovevo forse impormi con un gesto mascolino? Le fantasie sessuali si rincorrevano nella mia testa. Fermai la mano di Marzia, afferrandole il polso. Sbottonai i miei pantaloni per poi calarmeli fino alle caviglie, dopodiché misi una mano sulla testa di mia cugina e la spinsi sul mio cazzo. Lo accolse nella sua bocca umida, quella stessa bocca che mi stava facendo impazzire fino a qualche minuto prima. Quella stessa bocca che adesso cingeva il mio cazzo. La sua testa bionda continuava a salire e scendere, cercando di provocarmi un orgasmo. Era uno dei migliori pompini della mia vita. Feci scivolare la mano sulle sue chiappe, dopo averle sollevato la gonna ed essermi fatto strada nelle sue mutande. Le sfiorai la fica. Era bagnata. Cominciai così a giocare con il buchino del suo culo, mentre Marzia continuava a succhiarmi il cazzo a ripetizione. Iniziai ad infilarle la punta dell’indice e falange dopo falange arrivai ad infilarle tutto il dito nel culo. Un lieve sussulto di piacere mi fece esplodere in un orgasmo. Marzia fece per allontanare la testa, ma io la spinsi in giù con entrambe le mani, facendole ingurgitare tutto il pene, eiaculando l’amplesso nella sua gola. Il mio sperma nella sua bocca. Quella bocca così perfetta e inumidita dalla saliva. Marzia riemerse dal mio orgasmo e sorridendo disse -Mi piace questo film.

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RACCONTI EROTICI: Padrona per una notte..

E’ venerdì sera. uscendo dal mio studiosto gia’ pensando che sono pronta a tutto, tranne che rincasare.
Stasera non mi va, stasera non torno.
Le mie figlie sono fuori e lui certamente sta già aspettando gli amici, per la solita notte di poker.
Faccio tutto con comodo; mangio qualcosa alla trattoria che hanno aperto da poco, a pochi isolati dal mio ufficio.
Il parcheggio è pieno, il locale stipato; tuttavia, io sono sola e quindi mi rifilano un posticino piccolo piccolo, nascosto dal classico frigo delle torte gelato.
Tutto è regolare, fin troppo, sino a quando la suoneria di un telefonino mi raggiunge.
Riconosco quella melodia, l’ho già sentita. Da chi, però?
Sbircio tra i tavoli e vedo mio cognato. E’ sua, quella suoneria.
Faccio per alzarmi, … mi accorgo appena in tempo che l’adorato cognatino non sta godendosi la compagnia di mia sorella.
La cosa non mi stupisce più di tanto. Nonostante sia mia sorella, sangue del mio sangue, l’ho sempre ritenuta una donna troppo mite; troppo docile, per come lui si propone. Aspetto quindi l’attimo nel quale lui si gira, per alzarmi, pagare il conto ed andarmene.
Vedere quella scena, però, non mi è assolutamente piaciuto, e, “Se mia sorella è una placida donna, io non lo sono affatto”,penso.
Ripercorrendo la via di casa, decido di chiamarlo. Con la sua voce al telefono, azzardo un “Disturbo?” e un “Dove sei?”
Lui dice “Non disturbi affatto, mia cara, sono ad una cena di lavoro”.
“Dev’essersi alzato in piedi”, penso, a giudicare dal silenzio assoluto attorno a lui.
Da bravo puttaniere, aggiunge “Sapessi che palle, ma sai com’è…”
“Certo, certo!”, gli do corda. “Non voglio trattenerti, volevo solo chiederti se domani mattina
vieni con me “alla soffitta”. Mi hanno chiesto di allestire il locale per la serata fetish e mi rompo , ad andarci da sola. Così mi son chiesta se…”
Neppure il tempo di finire il discorso, che già mi chiede quando vederci. Decidiamo per le 11, davanti al locale. Lo avviso che faremo tardi, probabilmente e che, alla soffitta, non c’è campo, e che il cellulare non prende.
“Non preoccuparti”, dice lui, “avviso Carla”.

Il locale, in realtà, deve essere pronto per la sera di lunedì, e solo io ho le chiavi del portone, e saranno ormai tre giorni che ci sto lavorando dentro.
Arrivo prima di lui, e lo avviso con un sms, dicendogli che non lo aspetto fuori.
Mi spoglio dei miei abiti e inizio a curare ogni mio dettaglio; indosso calze in latex nere, agganciate al reggicalze di un accattivante bustino nero intrecciato sul seno.
Le scarpe, altissime, sono rigorosamente lucide e nere
Ogni cosa ha questo colore; tutto, tranne il mio umore.
Slego i miei lunghi capelli, e mi trucco alla luce della lampada in bagno; fisso i miei occhi, riflessi dallo specchio.
Puntualissimo, lui suona. Mi affretto quindi ad abbassare le luci. La porta si apre, grazie al tiro posto sotto al bancone. Spunta in cima alla scalinata.
“Lucrezia!”
Rispondo “Scendi, sono giù. Aspettami sul palco!”
Grido, e i miei occhi lo osservano. So che ama il fetish. Lo lascio quindi salire sul palco, ad armeggiare con gli attrezzi… immagino che si stia eccitando.
Aspetto un altro po’, ma risalgo la scalinata e chiedo se può farmi da cavia.
“Cosa devo fare, dimmi?”
Mi siedo in un punto buio, e chiedo di indossare le polsiere della croce di Sant’Andrea.
Lui sorride, sembra quasi imbarazzato. Ma io so che lo vuole. Insisto; e, di certo, non fatico.
Il primo polso è agganciato. “Prova a mettere anche l’altro. Ci riesci?”
Lui risponde “E’ faticoso, ma non impossibile”. Di certo, l’eccitazione di quei momenti, lo porta a impegnarsi per agganciare anche la seconda polsiera.
“E… ed ora, spalanca le gambe, e dimmi se sei comodo. Descrivimi cosa provi”
Lui blatera qualcosa. Gli chiedo se è solito fare questo tipo di cose, o se fanno parte solo dei suoi sogni irrealizzati.
 “Ma che dici?”, mi risponde ridendo.
“Perché? Vuoi forse dirmi che mia sorella non ti permette queste cose?”
“No, non è quello, ma sai…”
Io allora inizio a scendere lenta la scala. Lentissima. Non mi vede ancora; io parlo e lui mi risponde.
Mentre scendo, azzardo un “…e così, tradisci mia sorella…”
In un tono perentorio, spara un “Certo che no”.
… mi fermo; predo dalla poltrona le mie fruste e continuo a scendere la scalinata.
Da come mi guarda, deve aver capito (o quantomeno, intuito) le mie intenzioni…
Accenno ad una mezza risata, dicendo che deve star tranquillo. Salgo finalmente sul palco
e mi trovo faccia a faccia con lui. Deglutisce a fatica, mentre, con il frustino, lo accarezzo tra le gambe. “Gradisci della musica?”.
Ma nemmeno aspetto la risposta; e già una musica blues accompagna il mio gioco.
Come una pantera, giro attorno alla croce, godendomi la sua espressione di curiosità e paura.
Mi fermo dietro a lui; le mie mani tirano i capelli verso me. “Mi fai male! Sei matta? Dai, smettila!”
“Oh no, non lo sono. La matta è mia sorella, ogni volta che ti crede!”
“Scusami , ma proprio non ti capisco. Se è uno scherzo, ti dico che sta diventando di cattivo gusto!”
“Ah, si??”
Torno davanti a lui, e prendo a slacciargli la camicia. Le unghie gli solcano il collo, fino ad arrivare al petto. So che non mi importerà nulla, di ciò che mi dirà. Delle preghiere che urlerà.
Con una mano afferro decisa i suoi coglioni, chiedendogli se li ha, e vuole essere così gentile da tirarli fuori.
“Slegami, liberami!”. Io lo rassicuro, “Tranquillo, lo faro”.
Il suo sesso ormai è duro, decido così di liberarlo. Passo la frusta sulla cappella e, ogni tanto, lo schiaffeggio. Passo la mia lingua, lenta, sul collo. Mordo i bordi delle sue labbra.
“Che ne dici, vuoi essere il mio cane?”
Gli faccio indossare il collare ed il guinzaglio. Scatto qualche foto.
“Mi spieghi, perché a me?”
“Semplice. Sono la parte peggiore di mia sorella. Sono ciò che lei non avrà mai il coraggio di essere. Ricordi quante volte mi ha detto che ero il suo opposto?”
E continuo. “Ed ora dimmi: ieri dov’eri?”
Lui dice “Ad una cena di ….”
La mia mano strinse nuovamente i coglioni.
“Dove, scusa?”
“Si, devi credermi”, arrendendosi ai miei desideri.

Inizio a slacciare la prima manetta dal suo polso. Cerca di scagliarsi contro di me.
“Stronza, sei una stronza!”
Scoppio a ridere e gli ricordo che la padrona sono io, e che non sarebbe facile spiegare certe foto a quella perbenista di mia sorella.
e dico “se devo essere sincera, nemmeno la serata di lavoro che hai trascorso, guarda caso, con quelle due puttanelle”
Il mio gioco prosegue
“…ed ora inginocchiati!”. Lui capisce che non scherzo. “Anzi, sai che ti dico? Spogliati, ed indossa quel paio di pants nere. Spicciati!”
Lui dice “Ma… ! Posso spiegarti…”
“Ti ho detto, spogliati”
Veloce si toglie ogni cosa, e lo ritrovo come il migliore dei cagnolini ai miei piedi.
“Ed ora vieni, andiamo a fare un giro per la sala”.
Salgo e scendo sulla gradinata per quasi 5 minuti, poi lo porto verso il bancone del bar. Riempio con dell’acqua il secchiello del ghiaccio e lo faccio bere come avrebbe desiderato il mio cane.
Seduta sullo sgabello, dondolavo la gamba. “Ehi cane! Ti piace la gamba della tua Padrona?”
“Certo, moltissimo!”. Lo colpisco con il piede, ricordandogli che era un cane e perciò non poteva parlare. “Avvicinati, ora”. Faccio così; due carezze sotto al suo mento, mentre lo accarezzo tra le gambe con la scarpa.
 “Se ti piacciono le scarpe della tua Padrona, potresti dimostramelo …del resto, ti manca solo la parola, questo si sa”. Non se lo fa ripetere.Inizia a passare la sua lingua lungo il tacco a spillo.
“Bravo, bene continua … mi piace vederti così!! Ti prometto che, quando avrai finito, avrai una ricompensa”. La sua lingua consuma le mie scarpe, sino ad eccitarmi. Mi diverto, a passare sui miei capezzoli e sopra la sua schiena, il ghiaccio del frigo bar. Vedo i brividi scorrere sul suo corpo e questo mi fa impazzire. “Ora stai fermo. Da bravo, stai seduto su due zampe”.
Mi siedo così, comoda sul bancone, e appoggiando i piedi sugli sgabelli, prendo a fargli vedere cosa sapevo fare con quel frustino. Non mi toglie gli occhi di dosso, la sua bocca quasi sbava. Io inizio a far scivolare il manico del frustino sotto lo string di latex, divertendomi a far schioccare gli elastici del reggicalze, a fargli ricordare che ciò stava vivendo, non era un sogno.
“Ora riprendi da bravo, a leccare”
Riparte così dal piede, ma, preso da un raptus di voglie, si ritrova presto con il viso tra le mie cosce.
“Ehi, ma come osi! Vergognati!”. Lo frusto più volte sulle natiche, per poi dirgli che, forse, ero stata troppo cattiva e che per farmi perdonare, gli avrei permesso di tornare con il suo muso tra le mie gambe. La sua lingua allora raggiunge la mia natura. “E’ bravo”, penso stronzamente. “Persino sprecato, per quella santa donna di mia sorella”.
“Voglio alzarmi, spostati!”. Come una cagna scodinzolo il culo vicino al suo viso.
“Che aspetti? Non mi vuoi?”. Come una furia, le sue mani mi prendono sui fianchi. Mentre lo string stava scivolando a terra, mi giro, mordendo la sua bocca e il suo collo.
Voglioso, finiva di liberare i seni dal bustino, mentre la mia lingua indecente lo cercava, godendo ad ogni suo cedimento.
“Forse mi aveva sempre desiderata”, penso.
Inizio a camminare, di nuovo, portandolo a 4 zampe, verso i divanetti. Metto al centro del salottino di specchi, e lo supplico di fare quel ciò che un cane avrebbe fatto.
Con violenza mi prende. Mi gira con il viso rivolto verso lo schienale. Sento finalmente mordere la mia schiena, il mio collo. Schiaffeggiare il mio culo; sembrava ed ansimava veramente come un cane.
Montandomi come un ossesso, avrebbe voluto dirmi tanto, lo sentivo. Ma sapeva che sarebbe stato peggio. Continuava così, in quel possedermi, sino a sfilarlo, e venirmi sulla schiena.
Era stato bravo, dovevo ammetterlo. Slaccio il suo collare e riprendo a salire la scalinata.
“Vai, sei libero” gli dico, mentre divertita gioco con la frusta.
Eppure…non sono ancora soddisfatta …

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Orgia in tenda

Nel luglio del 2015 io e Anna eravamo particolarmente esausti, entrambi per questioni lavorative. Decidemmo per una piccola fuga, partenza venerdì sera e ritorno la domenica. Avevamo comprato da poco una tenda nuova, sembrava l’occasione perfetta per inaugurarla. La scelta ricadde su un piccolo camping della Valmarecchia, vicino a Ponte Messa. Lo conoscevo per esserci stato un paio di volte, in passato, con i miei genitori. Mi era rimasta nel cuore la piscina con il triplice trampolino. Partimmo intorno alle 18, avremmo dovuto percorrere la Marecchiese per una cinquantina di chilometri.
Una volta arrivati trovammo ad attenderci una sgradita sorpresa; la piazzola che avevamo prenotato, l’ultima rimasta libera quel week end, era stata accidentalmente assegnata a un’altra coppia. Anna si infuriò, pretese una soluzione, non intendeva assolutamente tornare a Rimini. Il proprietario del camping tentò di rassicurarla, disse che avrebbe parlato con la coppia.
Ci lasciò da soli all’interno della reception. Anna mi confermò che non voleva andarsene, al limite sarebbe stata disposta a condividere la piazzola, se possibile.
Mi eccitava vederla arrabbiata, lo sguardo era lo stesso con cui mi dominava da dietro. Le dissi che non c’era problema, volevo solo rilassarmi.
Il proprietario tornò con un ragazzo, sembrava avere la mia età, forse qualche anno di più. Era molto alto, almeno 1.90, capelli rasati a zero e occhi azzurri, decisamente più glaciali di quelli della mia Anna. Il viso era molto magro, i lineamenti suggerivano un’origine nord europea. Indossava una canotta rossa, sotto aveva un fisico bello pompato. Le gambe, lisce e muscolose, erano a malapena coperte da un paio di bermuda a fantasia floreale.
Mi strinse la mano e si presentò, si chiamava Stefano.
Aveva una stretta vigorosa.
Si girò verso Anna, la guardai. Si era sistemata i capelli, osservava il vichingo dal basso, sbattendo gli occhioni. Allungò la mano, lui la prese e gliela baciò. Anna sorrise per la prima volta da quando era nell’ufficio. Non fui geloso, ero abituato alla sua spigliatezza.
Stefano ci disse che non aveva problemi a condividere la piazzola, il proprietario aggiunse che l’indomani si sarebbe liberata una delle due casette presenti nel camping. Per farsi perdonare ce l’avrebbe lasciata al prezzo della piazzola, accettammo al volo.
Uscimmo dall’ufficio, il sole era quasi scomparso dietro la linea dei monti. Anna e Stefano si incamminarono verso la piazzola, io andai a prendere la macchina e li raggiunsi.
Una volta arrivato, mi venne incontro una bellissima donna con dei lunghi capelli rossi, il suo nome era Diana. Come Stefano, anche lei era particolarmente alta. I miei occhi erano all’altezza delle sue carnose labbra, dovetti alzare lo sguardo per guardare i suoi occhi verdi. Sulle guance aveva un accenno di lentiggini, le trovai davvero sexy. Un vestitino turchese copriva un fisico asciutto, le gambe erano lunghe e toniche. Sotto al tessuto si vedevano, in trasparenza, due piccoli seni. Non c’era traccia di reggiseno.
Dopo essersi presentata mi diede un bacio sulla guancia, aveva un buon odore, simile alla cannella.
Stefano mi aiutò a montare la tenda, sfruttammo l’ultima luce del sole. In pochi minuti la Quechua era sistemata, grazie alla grandezza della piazzola c’era spazio anche per una terza tenda.
Nel frattempo Anna e Diana avevano preparato una piccola cena, con i tavolini da campeggio uniti avevano creato una bella tavola. La dolcezza di Anna venne espressa dalla cura con cui illuminò la tavola, creò un’atmosfera molto intima con le candele.
Insieme a Stefano portai la macchina fuori dal camping, ne approfittammo per conoscerci meglio. Lui e Diana venivano da Arezzo, anche loro in fuga dallo stress. Insieme gestivano il frutta e verdura della famiglia di lei, non erano sposati. Stefano aveva la mia età, Diana era più grande di tre anni. Mentre tornavamo a piedi dalle nostre donne, non potei fare a meno di notare due cose; la prima fu la prestanza fisica di Stefano, mi sovrastava. La seconda fu che intorno a noi erano tutti nord europei.
Il mio nuovo amico mi disse che quel camping era particolarmente famoso in Olanda, paese che tra le altre aveva dato i natali a sua madre. Ecco spiegati i lineamenti.
Durante la cena vidi Anna persa nello sguardo sicuro di Stefano, rideva ad ogni sua battuta come una ragazzina. Mi eccitava vederla così, in più il vichingo attirava anche la mia di attenzione.
Ma non come la sua compagna.
Osservai attentamente Diana; il suo viso era molto dolce, ma quelle lentiggini erano come una spruzzata di erotismo. Vedevo un grande contrasto sul suo volto, sentii la cappella iniziare a pulsare. Inoltre parlare con lei era davvero piacevole, la sua voce era, a tratti, ipnotica.
Attuai uno dei trucchi più vecchi del mondo, feci cadere una posata per spiare sotto al tavolo. Trovai la sorpresa che non mi aspettavo; il piedino nudo di Anna giocava contro il membro di Stefano. Mi alzai senza guardare le gambe di Diana, motivo per cui avevo fatto il giochetto. Guardai Anna e Stefano, erano impassibili e continuavano a parlare. Mi morsi il labbro inferiore per l’eccitazione, poi tornai a parlare con Diana. Allungai il piede verso il suo, non lo spostò. Continuò a parlare fissandomi negli occhi, la sentii entrarmi nella testa. Il cazzo premeva insistentemente contro i bermuda, mi dovevo alzare ma non potevo nascondere l’erezione. Allontanai il piede da quello di Diana, dovevo raffreddarmi un pochino.
Guardare Anna che sbavava per Stefano non mi aiutava.
Diana iniziò a sparecchiare, Anna le diede una mano. Stefano si mise a preparare il caffè, io rimasi a tavola a fantasticare. Pensai a quel corpo così sottile, molto diverso dalla carne di Anna. Carne che amo. Ma Diana era davvero affascinante, poi ho sempre avuto un debole per le rosse. Restammo tutti e quattro a parlare fino a mezzanotte, poi Diana disse che sarebbe andata a fare una doccia prima di coricarsi. Prese il necessario dalla tenda e si diresse verso il bagno.
Da solo, in mezzo a Stefano e Anna, potevo sentire la tensione erotica che si era creata tra i due. Decisi di alimentarla andando via. Dissi ad Anna che sarei andato a lavarmi i denti, mi congedò senza guardarmi. Presi spazzolino e dentifricio e andai lontano dalla piazzola. Appena passato il cespuglio mi nascosi per spiare la mia compagna e il vichingo.
Non perse tempo quella cagnetta di Anna; senza nemmeno guardarsi intorno si abbassò le spalline del vestito nero, lasciando libera la sua bellissima terza. Stefano si fiondò sui capezzoli che ero solito violentare. Mi presi in mano l’uccello, era diventato duro. Anna teneva la testa indietro, lo sguardo era rivolto al cielo. Con la mano destra teneva la nuca di Stefano premuta contro i seni. Mentre mi masturbavo iniziai a gemere, Anna guardò verso il cespuglio che mi nascondeva. Mi fermai trattenendo il respiro, continuò a fissare verso di me. Stefano non si fermò, Anna tornò a guardare il cielo. Risistemai il cazzo nelle mutande e mi diressi verso il bagno. In giro non c’era nessuno, feci attenzione a non fare troppo rumore sul ghiaino del sentiero.
La struttura che ospitava i bagni era deserta, sin dall’ingresso potevo sentire il rumore della doccia di Diana. La fila di lavandini era proprio attaccata alle cabine doccia, dalla parte opposta rispetto alla porta di entrata. Entrai lentamente, ero pensieroso; mi eccitava pensare a quello che stava accadendo nella piazzola. Mi chiedevo se Anna glielo avesse già preso in bocca. Però a venti passi da me c’era una musa, rimaneva da capire se fosse ben disposta nei miei confronti. I passi rimbombarono nello stanzone vuoto.
Quando mi trovai di fronte al lavandino, dalla cabina una voce incantevole intonò un classico di Mina
“Caramelle non ne voglio più
La luna ed i grilli normalmente mi tengono sveglia
Mentre io voglio dormire e sognare l’uomo che a volte c’e’ in te… “
Appoggiai spazzolino e dentifricio sul bordo del lavandino, poi mi posizionai di fronte alla porta, chiusa, che nascondeva ai miei occhi il corpo nudo di Diana.
“Parole parole parole
Parole parole parole”
Cantai insieme a lei, il pensiero della piazzola era finito in un angolo buio. La porta si aprì leggermente, sentii l’acqua smettere di cadere sul piatto della doccia. Passarono alcuni secondi prima che mi decidessi ad aprire, ero emozionato. Spinsi la porta all’interno, davanti a me il paradiso. Diana mi stava guardando, teneva le braccia allungate dietro alla schiena. I lunghi capelli rossi pesavano bagnati sulle spalle, lasciando cadere un filo d’acqua in mezzo ai piccoli seni. I capezzoli erano protesi in avanti. Aveva la fica completamente rasata, proprio come piace a me, le grandi labbra era molto carnose.
Improvvisamente l’idea che forse, in quello stesso momento, il vichingo stesse sventrando la bocca di Anna con il suo uccello, mi salì lungo la schiena come una scossa.
Presi Diana, una mano dietro alla nuca e una sul culo, e le infilai la lingua in bocca. Cercai dolcemente la sua lingua, le sue labbra avvolgevano le mie. Il culetto era bello sodo, un filo di cellulite lo rendeva più vero. Potevo prendere tutto il gluteo con la mano.
Spostai i miei baci lungo il collo, Diana iniziò a gemere. Girai il piercing intorno ai capezzoli, erano grossi come una pasticca Leone. Non me la sentii di mordicchiarli, pensai che non le sarebbe piaciuto.
Era, forse, più una cosa da Anna.
Chissà cosa stava facendo la mia cagnetta.
Scesi ancora, nell’ombelico si era formata una bollicina di schiuma. Il sapore era decisamente amaro. Appoggiai entrambe le ginocchia sul piatto doccia. Per fortuna, grazie al mio lavoro, è una posizione a cui sono abituato. Aprii le grandi labbra con le dita, il clitoride mi stava chiamando. Era molto grande, più di quello che ero abituato a ciucciare. Girai delicatamente la lingua, alzai gli occhi verso il viso di Diana, mi guardò anche lei, il suo sorriso mi fece indurire l’uccello.
Ma tutta la mia attenzione era per lei, tenni il cazzo nei pantaloni.
Diedi qualche colpo con la mia pallina di acciaio contro il clitoride, Diana fece un paio di urletti. Scesi con la lingua fino alla fessura, entrai e uscii ripetutamente. Poi tornai al clitoride, penetrandola ad uncino con due dita. Capii che mi stavo muovendo bene quando mise le sue mani, fino a quel momento impegnate a stringere i capezzoli, sopra la mia testa, tenendola spinta contro la fica. I suoi gemiti si fecero più rumorosi, iniziai a pensare che qualcuno avrebbe potuto sentirci, nel silenzio del camping. A Diana non sembrava interessare per niente, o magari era proprio quello ad eccitarla. Questi pensieri non mi distrassero dal mio compito; continuai a leccargliela fino a quando non sentii un fiotto caldo sulle dita. Lentamente le tirai fuori per leccarle, avevano un buon sapore. Questa cosa probabilmente eccitò Diana che, con la mano ancora dietro alla mia nuca, strinse i capelli tirandomi su di forza. Non mi aspettavo questa aggressività da parte sua, fui ben lieto di scoprirla.
Ci baciammo nuovamente, anche se sarebbe più preciso dire che fu lei a baciarmi. Mi leccò avidamente le labbra, voleva il suo succo, non mi opposi.
Mi diede un bacio sulla fronte, poi mi invitò ad uscire, senza mai smettere di sorridermi. Avevo l’uccello che pulsava dalla voglia, però mi consideravo soddisfatto. Con grande dispiacere mi lavai i denti, togliendomi dalla bocca il sapore di Diana.
Tornai verso le tende, intanto l’acqua della doccia aveva ricominciato a cadere sul piatto di ceramica, dalla cabine usciva ancora quella voce così dolce
“Che cosa sei?
Che cosa sei?
Che cosa sei? Cosa sei?…
Non cambi mai
Non cambi mai
Non cambi mai, proprio mai!…”
Arrivato alla piazzola vidi che fuori non c’era nessuno, le luci erano accese sia nella nostra tenda che in quella di Stefano. Iniziai a domandarmi quanto tempo fossi rimasto al bagno. Ma d’altronde Anna aveva sicuramente avuto da fare.
La nostra tenda era composta da una zona comune al centro, alta circa due metri, e da due camere ai lati. In quella di sinistra avevamo gonfiato il materassino matrimoniale, quella di destra fungeva da armadio.
Aprii la zanzariera ed entrai nella zona comune, in quel momento Anna uscì dalla camera. Si fiondò sulle mie labbra, mi baciò intensamente. Si allontanò e iniziò a passarsi la lingua intorno alle labbra. Il sapore del dentifricio la deluse, lo vidi nei suoi occhi, di color turchese sotto alla luce della lanterna led appesa al soffitto della tenda. La guardai attentamente, notai uno schizzo bianco sul suo seno, doveva essere la sborra di Stefano. Alzai nuovamente lo sguardo, il sorriso di Anna era carico di provocazione. Leccai lo schizzo, poi ciucciai avidamente i capezzoli. Li morsi con energia, Anna mi strinse i capelli. Mi tirai su e ci baciammo, i suoi occhi erano pieni di soddisfazione.
Prese il beauty con i prodotti da bagno e mi disse di aspettarla, quindi aprì la zanzariera per uscire. Ne approfittai per seguirla fuori dalla tenda e fumarmi una sigaretta. Guardai il bel culo di Anna allontanarsi da me, è sempre una bella visione.
Spostai la mia attenzione verso la tenda di Stefano e Diana, la luce era spenta. Mi guardai intorno, tutto taceva. Sgattaiolai silenziosamente verso la camera in cui dormivano, li potevo sentire bisbigliare.
Lei gli raccontò, nei dettagli, quanto successo nella doccia. Lui apprezzò, poi le disse quanto era accogliente la bocca di Anna. Dopo non sentii più parole, ma solo gemiti di piacere. La tenda incominciò a muoversi, io tornai al nostro giaciglio.
Ero eccitato da morire. Mi infilai nella camera, nudo, pronto a riempire Anna di piacere.
Quando entrò rimasi, come accade sempre, folgorato dal suo corpo. L’altezza della tenda la costringeva in ginocchio, i capelli scendevano sui seni. Aveva uno sguardo da monella, le domandai se le era piaciuto l’uccello di Stefano. Mi rispose che si, le era piaciuto, e che aveva ingoiato ogni goccia di sborra.
Le feci notare che non era del tutto esatto.
Sorrise e si buttò sul mio cazzo, non ne aveva mai abbastanza. Leccò le palle, poi salì con la lingua fino alla cappella, sentii un brivido salire lungo la schiena. Si fermò, e fissandomi negli occhi mi chiese come fosse la bocca di Diana. Quando le dissi che non lo sapevo fece una smorfia di delusione. Però poi raccontai di quanto era dolce la sua fichetta, allora le labbra di Anna avvolsero il mio uccello. Iniziò a succhiarlo di gusto, lo mandava talmente a fondo, che potevo sentire dei piccoli conati sulla cappella. Fiumi di saliva colavano fin sotto le palle. Era davvero infoiata. Andò avanti per qualche minuto, ero in estasi.
All’improvviso mi salì sopra e si infilò il cazzo nella fichetta fradicia.
Mi si avvicinò al volto e mi disse che il membro di Stefano era largo come un pugno, poi mi infilò la lingua in bocca e cominciò a cavalcarmi. Godevo pensando alla bocca di Anna allargata fino a farle male. La presi con forza per i capelli e le tirai indietro la testa, quindi le violentai i capezzoli. Con la mano rimasta libera le schiaffeggiai il culo, che con forza batteva sulle mie anche. Leccai e morsi ripetutamente i capezzoli, uscii un liquido amarognolo. Continuammo fino a quando dissi che stavo per venire. Anna scese da cavallo e prese in bocca il mio uccello, era vicino all’eruzione. Un fiume di sborra calda scese lungo la gola di Anna, era il secondo della serata.
Ero sfinito, chiusi gli occhi pensando a Diana. La volevo

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