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la figa di mia madre

Ieri sono stata con due ragazzi (Raconto di una MILF)

Sono Marika, ho 50 anni, divorziata e madre di uno splendido 20enne che studia fuori sede quindi ho praticamente la casa tutta per me quando voglio.

Pur avendo 50 anni, non sono per niente da buttare, anzi!

milf-con-2-raqgazziQuinta di reggiseno, due tette che stanno ancora su nonostante un naturale appesantimento, fianch larghi e un bel culo, gambe tornite e pelle bruna, quello che si definirebbe un tipico corpo mediterraneo e, di quando in quando, mi diverto ad adescare ragazzi che potrebbero benissimo essere miei figli.
Ieri per esempio sono andata in discoteca con un paio di amiche e, avvicinatami al bancone del bar per prendere dei drink, ho notato questi due ragazzi, bellocci ma niente di più, che mi fissavano con insistenza il sedere.

Intrigata dalla situazione, e curiosa di vedere se entrambi sarebbero stati disposti a fare qualcosa di trasgressivo, nell’attesa del drink mi girai e mi appoggiai di schiena al bancone, mettendo volutamente il petto esageratamente all’infuori e quindi lasciano libere le mie tette di svettare attraverso lo scollatissimo abitino bianco che indossavo.
Inutile dire che ai due ragazzi per poco non uscivano gli occhi fuori dalle orbite e il secondo, un biondino palliduccio e all’apparenza piuttosto anonimo, sputacchiò un po’ della birra che stava bevendo.

In compenso ciò mi permise di dare un’occhiata alla sua patta, notando che il rigonfiamento che la riempiva si era fatto molto voluminoso.

Anche l’altro, un brunetto leggermente più affascinante, ebbe una reazione considervole, ma la sua dotazione non sembrava reggere il confronto con l’amico.
Feci a entrambi un sorrisetto malizioso, presi i drink che avevo ordinato e poi mi diressi al centro della pista da ballo a dimenarmi un po’, lasciando le mie curve giunoniche libere di muoversi e sballonzolare.
Non fu una gran sorpresa sentirmi subito toccata da qualcuno alle mie spalle, e non lo fu nemmeno vedere che ad avermi avvicinata era il brunetto, sicuramente il più spegiudicato dei due.

Il biondino ben dotato era invece affianco a me, decisamente più distante, ma la sua patta era ancora bella gonfia.

Sorrisi ancora una volta, stavolta solo al biondino, mentre dimenavo il culo sulla patta del brunetto alle mie spalle, poi allungai la mano verso il più dotato dei due e me lo posi proprio di fronte, attaccato al mio seno. Lo bacia abbassionatamente ficcandogli la lingua in bocca di forza e contemporaneamente gli strinsi il pacco, constatando come nelle mutande quel ragazzino avesse una vera e propria bestia. Il brunetto, geloso, mi prese i fianchi e sembrò come se mi avesse voluto inculare attraverso i vestiti che ci separavano.
A quel punto dissi: “Ragazzi, non vi dispiace dividervi le cose, vero?”
“N..no” rispose il biondino.
“Dipende però da cosa ci offri” ribattè il brunetto, più spigliato.
“Vi propongo di andare via e andare a ballare a casa mia, solo noi tre, tu davanti – dissi rivolta al superdotato – e tu dietro, e poi magari facciamo anche cambio! E ovviamente senza vestiti opprimenti!
Il biondino a quel punto sembrò trovare molto più coraggio e, baciandomi con passione, mi infilò nemmeno troppo discretamente la mano sotto il vestito, soprendendosoi di trovare la mia figa scoperta e senza mutandine, ma infilandomi convinto le dita al suo interno.
A quel punto salutai le mie amiche, che però avevano già visto tutto, e, prendendo i due ragazzi per mano, li condussi alla macchina e poi, tempo 5 minuti, eravamo a casa mia, tutti nudi, io in ginocchio di fronte alla nerchia bella grossa del brunetto e al bastone di carne lungo 25 centimetri del biondino, imboccandoli a turno.

Vennerò in fretta sotto i colpi della mia lingua e mi imbrattarono viso e tette, ma questo ovviamente non ci avrebbe fermati.

Prendendo il comando, e sconfiggendo anche un’iniziale invidia, i due mi misero a pecorina sul letto, sopra il biondino ed io, sapendo già cosa fare, mi impalai su quell’enorme pezzo di carne che, affondando fino in fondo, arrivò a toccarmi la cervice. Quando cominciò a pompare, vidi letteralmente le stelle e provai un godimento incredibile, ma nel frattempo il brunetto mi aveva leccato per bene il culetto e, senza chiedere il permesso, mi inculò con un solo colpo.

Fortuna che ero abituata perchè nemmeno lui scherzava in quanto a dimensioni!
Venni così tante volte che nemmeno seppi più distinguere quanto avevamo scopato e quando si erano scambiati cambiato posto, sfondandomi figa e culo a turno, ma alla fine ci ritrovammo all’alba stesi sul letto, loro accoccolati viino a me come due bambini che succhiano il latte dalle tette della loro mamma, io coperta invece del loro “latte” dalla testa ai piedi, e soddisfatta come poche volte in vita mia.

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I ricordi di una prostituta

Respiro.
Finalmente sono a casa, ma non so cosa mi aspetta. Anzi, so cosa mi aspetta, ma non riesco ad accettarlo perché non è giusto.
Ho deciso di estraniarmi, uscire fuori da me stessa e guardare le mani dei miei fratelli che mi picchiano a sangue. Li guardo con compassione. Qualche lamento esce dalla mia bocca, ma lo soffoco all’istante. Non servirebbe a nulla, neanche ad alleviare il dolore.
Ma che dolore poi… Io non provo più nessun dolore. Sono morta. Morta dentro. Una morta vivente che cammina, parla, respira. Sono fatta anche di sangue, vedo, visto che del sangue mi esce dal naso.
Li guardo impassibile. Sento le urla di mia madre che dice: “Basta! Lasciatela stare! È la mia bambina”.
Mio padre, invece, fuma una sigaretta in silenzio e si dondola avanti e indietro, avanti e indietro, come fosse impazzito.
Questa è la mia famiglia. Ve la presento: io, mia madre, mio padre e miei due eroi, i miei fratelli, entrambi più grandi di me.
Fin qui niente di strano, direte voi, e io sono d’accordo, ma voi non sapete chi sono io.
Vi starete chiedendo come mai mi stiano picchiando. Abbiate pazienza. Tra un po’ ve lo racconto. Ci arrivo. Adesso non riesco perché le loro cinture che sbattono sul mio corpo mi distraggono, e dovrò pur respirare. Non riesco a parlare, a respirare, a raccontare le mie disgrazie mentre vengo picchiata. Dai, non perdete questa scena! Sedetevi lì e guardatemi.
Perché rido? Perché loro mi stanno purificando. Uh, sono i miei fratelli maggiori ed è il loro compito. Mia mamma non ha voce in capitolo, mio papà è debole e non viene preso in considerazione. Non è uomo, e quindi i miei poveri fratelli devono farsi carico della mia purificazione. Che avete? Perché storcete il naso? Vi state annoiando mentre aspettate che cominci la mia storia? Ma dai, abbiate un po’ di pazienza! Vedrete che prima o poi la smetteranno.
Fanculo sto sangue che non smette di scorrere! Non riesco a vedere. Oh, la cintura mi ha preso nel viso.
Di nuovo la voce di mia madre: Smettetela!
Ma perché urla? Lasciali fare!
Adesso si intromette mio papà. “No, non nel viso, glielo distruggerete. Ci rimarrà a casa a vita!”.
Le cinture ora cambiano direzione. Abbandonano il viso ma continuano a percuotermi con forza tutto il corpo. Adesso si sono fermate! I miei purificatori, ora, sono stanchi ma soddisfatti. Hanno fatto proprio un bel lavoro! Non mi muoverò per almeno un mese, ma chi se ne frega? Dove volete che vada? Adesso vi racconto. Aspettate che respiro. Ho la gola secca, voglio bere. Qualcuno mi porta un po’ d’acqua? Non vedo… chi è che mi sta portando da bere? Oh, la mamma. Ma perché piange? Dai, dai mamma, adesso non è il caso di fare la frignona, su. Grazie dell’acqua!
Dove eravamo rimasti? Ah, vi stavo raccontando di me. Io sono…
Tanto tanto tempo fa, o, meglio ancora, 350 giorni e 6 ore fa, io ero una bella ragazza, quasi 17enne, con lunghi e folti capelli castani, mossi, due occhi grandi da cerbiatta, una bocca come una rosa appena sbocciata e pronta di essere annusata, non ancora pronta per essere colta. Avevo ancora bisogno di attenzioni, ma non importa. L’età ti fa credere che tutto sia possibile, così mi innamorai.
E’ stato bello il mio primo amore. Il cuore mi batteva all’impazzata, le farfalle mi svolazzavano nello stomaco, gli occhi vedevano solo splendore. La ragione non esiste nell’amore, e a 16 anni ancora meno. Aveva 4 anni più di me. A lui regalai per la prima volta il mio corpo, la mia verginità. A pensarci bene, mi ha fatto male la prima volta e anche la seconda, ma credevo fosse normale. Lui non era tenero. Si impossessò di me quasi subito, senza nessun preliminare, appena fummo soli in quella baracca abbandonata. Prima mi infilò le mani sui miei seni abbondanti, bianchi come il latte, poi cominciò a mordermeli e succhiarli con forza, il suo cazzo era già pronto a sfondarmi come un palo duro tra le cosce. Entrò subito, di colpo, a fondo. Urlai di dolore, mi morse le labbra e soffocò il mio grido nella sua gola. Poi muoveva con forza il bacino. Sembrava mi volesse lacerare le viscere. Ma poi finì. Uscì fuori di colpo e mi riversò tutto il suo piacere sul corpo. Chiusi gli occhi. Pensavo fosse un incubo. Mi avevano fatto credere che far l’amore è bellissimo! Mi avevano ingannata. L’abbiamo fatto altre volte, in posti più assurdi, in situazioni assurde, in bagno, al parco, dietro un albero, nel canale, ogni volta che il suo animale avesse voglia di mangiare la mia figa. Alla fine cominciò a piacermi questo suo modo selvaggio, e finii per godere pure io. Non so come i miei fratelli scoprirono tutto, e allora cominciarono i guai. Mi picchiarono perché dovevamo lasciarci. Non era l’uomo giusto per me. “Ma io lo amo!” dissi loro.
Cominciarono ad offendermi. Mi dicevano urlando: “Tu non sai niente! Lui è un poco di buono. Tu ragioni solo con l’utero, come tutte le donne”.
Anche all’epoca subii in silenzio tutti gli insulti, le violenze, gli schiaffi, gli sputi, ma all’epoca avevo il suo amore che mi dava forza, e quindi non ci badai.
Così come non ci pensai due volte ad andare con lui a casa sua quando me lo propose. Volevo amarlo in pace e non sopportavo quando parlavano male di lui alle sue spalle. Come si permettevano i miei fratelli di parlar male del mio amore? L’avrei difeso a vita e avrei dato per lui la mia stessa vita.
A casa sua viveva solo con la madre, che, oltre sguardi torvi e qualche parola tra i denti, non mi disse mai altro. Io cucinavo per lui, pulivo, lavavo. Facevo tutto quello che avrebbe fatto una brava mogliettina. Ed ero felice.
I miei fratelli mi cercarono, ma io non volli vederli. “Che vadano al diavolo!” mi dissi cercando di guardare avanti con l’entusiasmo e la gioia di una 17enne.
Aspettate! Stanno bussando alla porta della mia camera…
“Chi è? Aprite per favore! Non riesco a muovermi. Entra!
“Oh, sei tu! Che ci fai qui?”.
Mi state chiedendo chi è? E’ la mia amica. O meglio, era la mia amica. Sì, prima di partire e farli vergognare tutti per quello che ho fatto.
Cosa vuole sta qua?! Shshshsh… sentiamo.
Oh, mi abbraccia. Rido beffarda. Che vuoi bambina? Vai nel tuo mondo e non sporcarti nel mio schifo. Non devi toccare la merda, altrimenti puzzi. Non te l’hanno detto?
Ah, già, tu non hai fratelli che possono insegnartelo. Ok, vieni che te lo insegnano i miei.
“Piange questa. Dai, che mi entrano le lacrime sulle ferite e mi bruciano. Smettila”.
Ride. Che strana che è! Non la riconosco più.
Cosa sta dicendo? E’ proprio fuori di testa! Mi dice “che fortuna che sei andata in Italia! Si, ti hanno picchiata, ma non importa. Tu hai scoperto il mondo. Hai vissuto in pieno”.
E’ proprio bambina. Non capisce niente. Vediamo. Mi chiede se mi piace ciò che ho visto. Adesso voi state zitti. Devo parlarle. Aprirle gli occhi a questa stronza. Voglio farle sparire quello stupido sorriso dalla sua faccia ingenua.
“Ehi, ehi, piano signorina sognatrice! Va a prendermi una sigaretta”.
Me la porta. L’ accendo. Le mangio il filtro. Vorrei aspirare sigaro puro. Questa schifezza non la sento per nulla, ma mi accontento.
“Vieni a vedere il mio mondo. Guarda i segni delle sigarette spente sul mio corpo! Vedi? C’è ancora del pus che esce. Non sono ancora guarite. Non spaventarti, bambina. Non fanno più male. Sono solo un’ombra della merda del mondo nel quale ho vissuto.
Vieni, avvicina l’orecchio. Ti racconto un segreto: il mio utero è lacerato e io non potrò mai più avere bambini. Ero incinta, mi hanno fatta abortire con un ferro caldo. Urli? Ha ha ha che spiritosa! A me hanno fatto male e tu urli di dolore. Svegliati bambina, svegliati, vai dalle braccia della tua mamma e del tuo papà, lontano dai miei film horror che ti agiteranno i tuoi sogni tranquilli.
Fanculo tu e la tua faccia candida da bebè! Sparisci!
Che fai? Mi abbracci? Vattene! Capisci? Altrimenti… altrimenti ti racconto cos’è successo molto prima, come sono stata tradita quel giorno dal mio amore, il giorno del suo compleanno.
Non vuoi andare? Ti avevo avvisata. Non hai voluto darmi retta.
Ascoltami bene. Cerca di non perdere nessuna parola del mio racconto, impara da i miei errori se ne sei capace. Ma tu sei troppo preziosa. Nessuno ti permetterebbe di sbagliare. Ti stanno addosso, col fiato sul collo, e tu, come una marionetta, segui tutto alla virgola, come se non avessi nessun desiderio. Credo, questo tuo carattere accondiscendente ti abbia salvato il culo. Odiavo il carattere che non hai mai avuto. Anzi, una volta lo odiavo, ora non più.
Dov’eravamo? Ah… avvicinati ancora. Si, va bene così.
Come dicevo, era il giorno del suo compleanno. Il mio amore voleva un regalo da me. Voleva il mio culo. Eh, ricordando il dolore che mi aveva provocato la prima volta nel prendermi la figa, mi ero rifiutata di darglielo. Lui però lo sognava, e io decisi di regalarglielo per il suo compleanno.
Sua mamma quel giorno era andata da sua sorella. Finalmente la casa era tutta per noi due! Pulii, preparai il pranzo, poi mi misi un perizoma con dietro un fiocchetto rosso e aspettai con ansia che lui arrivasse. Non vedevo l’ora di dargli il regalo, il mio regalo per lui. Ma non venne solo. Venne con certi suoi amici che non conoscevo, e alla cui sola vista mi si accapponò la pelle talmente poco mi sembrarono raccomandabili. Lo guardai interrogativa, ma non disse nulla. Il tavolo pronto. Mi sentii ridicola con il mio fiocco rosso sul culo. Andai in camera nostra. Mi chiusi a chiave delusa. Volevo piangere. Mi seguì.
“Apri la porta!” mi disse.
Ubbidii.
“Che hai?” mi chiese.
Gli raccontai con le lacrime agli occhi quello che volevo fare con lui e quanto avrei voluto fosse da solo.
Allora chiuse la porta alle nostre spalle e gli donai, anzi, prese brutalmente anche il mio culo per la prima volta. Piansi di rabbia. Non volevo farlo così. Volevo fosse tutto perfetto. Ma lui, come un animale, pensò solo ai suoi istinti. Mi mise a pecorina e poi si mise dietro di me. Mi allargò le cosce con le sue gambe, mi aprì le natiche e, una volta che ero in posizione, mi infilò il cazzo di colpo fino in fondo. Urlammo entrambi. Credo avesse fatto male anche a lui stavolta. Poi si fermò un attimo e, appena regolarizzato il respiro, si mosse come forsennato, spaccandomi in due dal dolore. Mi venne dentro, cazzo, mi venne dentro.
Mi pulii dallo sperma e dal sangue e mi vestii, lui mi diede un bacio sfuggente con un semplice grazie e mi disse di raggiungerlo dagli altri.
Piansi un po’, ma poi mi passò.
“Oggi andiamo al mare!” mi disse distaccato.
“Perché?”.
“Perché voglio festeggiare con te e i miei amici” mi rispose.
Storsi un po’ il naso, ma null’altro. In fondo, era il suo compleanno e non volevo certo rovinargli la festa.
Lunga la strada, interminabile. Arrivammo verso sera. Entrammo in un appartamento vecchio e sudicio. Mi sembrava tutto strano e mi chiedevo come mai fossimo finiti lì.
Cenammo, bevemmo, poi non ricordo più nulla. Quando mi svegliai, del mio amore non c’era più traccia. Ero rimasta in balia di quei quattro. Ebbi paura.
Chiesi a loro: “dov’è il mio amore?”.
Mi dissero: “ora tu sei nostra. Il tuo amore ti ha venduta a noi. Gli hai fatto proprio un bel regalo per il compleanno, bambolina. In cambio ha ricevuto una bella cifra”.
Risi forzatamente. “E’ uno scherzo, vero?”.
La mia risata si trasformò in smorfia di dolore quando capii che non lo era. Urlai terrorizzata con quanto fiato avessi in gola e corsi fuori per scappare. Mi presero, mi picchiarono, mi rasarono i capelli a zero… i miei bellissimi capelli.
Risero. “Così non puoi più scappare” mi dissero. Dalle nostre parti, le donne non possono andare per strada con la testa pelata. E’ una vergogna. Arrivò di nuovo la notte, e quella notte, senza la luna, quei quattro mi fecero salire in un gommone e partimmo per il loro paradiso.
Non sto li a raccontarvi le onde del mare, la paura che mi avvolgeva ogni volta che lo scafo andava in velocità e schivava qualche onda, quando mi sembrava di cadere in mare, o la nausea dovuta al mare mosso. Tutto questo era niente in confronto a ciò che avrei dovuto affrontare in seguito.
Una volta scesi in Italia, nel paese dei sogni di tutte le mie coetanee, ci aspettavano altri uomini. Mi vennero vicino. “Uh, ma che bella!” dissero.
“Peccato senza capelli, ma le mettiamo la parrucca e subito a lavorare”.
Mi fecero l’occhiolino. Restai muta. Loro, poi, si misero a parlare in disparte. Sentivo le loro voci, ogni tanto alzavano la voce e riuscivo a comprendere frammenti di frasi che la mia mente cercò di decifrare. “Vale molto di più… è giovane, bella… questa sarà la vostra gallina dalle uova d’oro. Abbiamo fatto anche i documenti falsi per aumentarle l’età, sono costi”.
Alla fine si accordarono e sembrarono tutti felici. I quattro ripresero la strada del ritorno e io camminavo come una sonnambula con i miei nuovi padroni.
Posso dirvi con orgoglio che non gli ho reso la vita facile. Ne combinavo di tutti i colori, e loro si vendicavano. Come quella volta che nascosi i soldi. Volevo tenerli per me, per costruirmi una vita, ma loro mi scoprirono e mi torturarono spegnendomi le sigarette sul corpo. Una volta feci per denunciare il mio protettore, ma una mia collega fece la spia, mi picchiarono e mi dissero che, se qualcuno di loro fosse finito dentro per colpa mia, gli altri mi avrebbero tagliata a pezzi e sciolta nell’acido come non fossi mai esistita. E io ci credetti. E credeteci anche voi, erano capacissimi di farlo. Ma non era solo la paura di morire. La mia paura più grande era il non sapere dove andare se fossi scappata. Tradita da tutti. Tradita dalla mia famiglia per aver tentato di impormi con la violenza il loro pensiero invece di farmi comprendere col dialogo i loro timori. Tradita dal mio amore per avermi venduta come un oggetto qualsiasi. Non riuscivo nemmeno a piangere. Dicono che le lacrime smorzino il dolore, ma io non scoprii mai questo beneficio. Ero convinta che le lacrime, il dimostrarmi debole, provare sentimenti, mi avrebbero tradita.
Poi rimasi incinta. Come vi raccontai all’inizio, mi fecero abortire con un ferro caldo, senza portarmi in nessun ospedale perché ero clandestina. Mi abbandonarono in mezzo alla strada con un pugno di soldi per tornare a casa. Svenni per strada. Un passante mi accompagnò all’ospedale. Non dissi nulla nonostante le domande insistenti. Guarii, e una volta guarita tornai a casa.
Questo è il benvenuto da parte dei miei familiari. La festa in mio onore. E si, sono io la festeggiata.

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Ho fatto l'amore con mia madre

Avevo ormai 16 anni, li avevo compiuti proprio la settimana scorsa.
Mamma mi aveva preparato una bellissima torta con tante fragole, lamponi e mirtilli, crema pasticcera e gelatina. Proprio come piace a me.
Lei sa che e’ la mia torta preferita, quante volte me l’ha preparata la mia mamma.
Sono Giulio, ho 16 anni e frequento la terza liceo.
Mamma si chiama Gloria, ha 34 anni, non e’ sposata perche’ rimase incinta quando aveva soli 17 anni e quello sciagurato di mio padre quando seppe della cosa penso’ bene di defilarsi, lasciandola sola con un bambino da crescere.
Bell’esemplare di padre degenere.
Mamma, che e’ una donna molto bella, dimostra meno degli anni che ha, e’ un tipo giovanile, ama tenersi in forma andando in palestra nei ritagli di tempo che il suo lavoro le concede.
E’ impiegata presso gli uffici della locale biblioteca.
Quando seppe di essere rimasta incinta fu aiutata dai miei nonni che le fecero terminare la scuola e conseguire il diploma.
Di colpo da ragazzina divento’ donna, mise da parte tanti progetti, tanti sogni, tante aspirazioni, solo per dedicarsi a me, per crescermi e per farmi diventare grande.
Da quella tragica esperienza con mio padre non ebbe piu’ altri uomini e questo nonostante avesse ed abbia un fisico da far perdere ancora la testa a chiunque.
Mamma e’ alta 1,70, ha degli occhi verdi da cerbiatta, dei capelli corti a caschetto biondi e sopratutto un fisico da modella. Dicono che sia bella quanto la prima Meg Ryan di C’e’ posta per te, ed in effetti assomiglia moltissimo all’attrice americana.
Quando usciamo a fare la spesa o a prendere un gelato in centro mi accorgo che molti la guardano sempre con certi occhi…
Dieci anni fa, dopo aver abitato con i nonni siamo andati poi a vivere in un appartamentino che mamma ha comperato facendo un mutuo.
Niente di eccezionale, due locali piu’ servizi.
Abbiamo sempre dormito in due nel lettone matrimoniale, primo perche’ non c’era un’altra stanza, secondo perche’ siamo sempre stati un’unica cosa nella nostra vita.
A 16 anni devo confessare che era da tempo che iniziavo a pensare al sesso.
Da due anni avevo cominciato a farmi le seghe come qualsiasi adolescente della mia eta’,
appena potevo, ovviamente di nascosto, scaricavo qualche filmato porno da Emule e poi immaginandomi un mondo erotico tutto mio, passavo momenti bellissimi a masturbarmi.
Era quello il mio modo di vivere la mia sessualita’, con le ragazzine avevo timidezza e non mi sentivo ancora abbastanza sfrontato ed audace.
Poi il mio prototipo di donna da amare, da toccare, da baciare, da chiavare rispondeva alle caratteristiche di mia madre.
Bella, bionda, occhi chiari, culo perfetto, due seni sodi….una Adv bocca da baciare.
Erano questi i contorni dei miei sogni.
Mamma era solita abbracciarmi durante la notte, aggrapparsi a me mentre dormiva, in fondo ero io l’uomo di casa, l’ometto della sua vita.
Mi dismostrava sempre tanto affetto e tanto amore.
Le volevo bene TOTALMENTE…
Alcune volte dovevo girarmi dall’altra parte perche il contatto con lei nel lettone mi procurava delle erezioni impressionanti e mi ritrovavo spesso a rifugiarmi in bagno a masturbarmi per dare sfogo alle mie voglie represse.
Giunse un sabato sera in cui stavamo guardando insieme su Sky un film. Si trattava, data l’ora tarda di un film abbastanza piccante con alcune scene abbastanza passionali in cui i protagonisti si scambiavano effusioni e anche di piu’.
Eravamo entrambi sul divano, avvolti insieme in un plaid, mamma con il suo pigiamino estivo composto da calzoncini e maglietta, io in boxer e magliettina della salute.
Notai che le scene di sesso alla televisione non avevano lasciato insensibile Gloria, mia madre. Lo vidi dai suoi capezzoli che liberi dalla mancanza del reggiseno erano diventuti duri e turcidi tanto da essere evidenti attraverso la maglietta.
Io pure mi ero alquanto attizzato a vedere quelle scene, pur nascosto nei boxer il mio uccello era diventato di marmo, quei quasi 30 centimetri di cazzo erano difficilmente nascondibili. Avevo un cazzo enorme, me ne ero accorto gia’ paragonandolo a quello dei miei amici sotto la doccia a basket.
Mamma se ne accorse, mi guardo’ negli occhi e sorridendomi mi pose la sua mano sul mio membro.
A mia volta le sorrisi, solo come un amante sorride al suo amore, avvinai le labbra alla sua bocca e la baciai.
Delicatamente, quasi sfiorandola.
Bacio che ripetemmo due, tre volte prima di sentire la lingua di lei cercare di intrufolarsi alla ricerca della mia.
Passammo lunghi attimi a limonare come due ragazzini, ero invaso da una voglia mai provata, da una ricerca sfrenata di passione.
Afferrai il suo seno e iniziai a tastarlo, poi passai a toccare il suo bel culo e non potei trattenermi dall’avvicinarmi alla sua natura.
Fu lei a liberarsi degli sleep quasi colpevoli di essere un freno a quello che stava succedendo.
Le leccai la figa prima con impeto, poi con la lingua cercai solo i suoi sapori.
Erano anni che quella fessurina non aveva piu’ provato sensazioni amorose, ben depilata, tranne un piccolissimo triangolino biondo, era in perfetta coreografia con tutto il resto del suo stupendo corpo.
Mamma ormai accalorata come una gattina in calore, si rivolse a me dicendomi “Tesoro, adesso ti voglio….non aspetto altro che di averti….ti desidero come niente al mondo…adesso, subito”.
La presi in braccio e la portai in camera da letto, era completamente nuda,
mi sfilo’ di dosso boxer e maglietta e si fermo’ a toccarmi il pene con le sue manine, lo afferro’ con entrambre e poi lo avvicino’ alla bocca. Inizio’ a succhiarlo, poi a leccarlo, poi ad ingoiarlo.
Il mio cazzo pulsava di piacere, la bocca di mamma non riusciva a contenerlo che per meta’ e cercai di aiutarla ritmando con la sua testa nelle mie mani quello scivolare su e giu’ del mio pene nella sua bocca.
Mamma era ormai invasa solo dalla voglia di scopare, di chiavare, di avermi, di prendere quel cazzo dentro di lei.
Smise si spompinarmi e aspetto’ solo che il suo uomo le facesse provare piacere.
Le allargai le gambe e le poggiai il glande sulle sue labbra, erano umide, bagnate dei suoi umori.
appena spinsi lo sentii scivolare dentro, aveva una fessurina stretta mamma, infatti nell’infilare in figa il mio pene percepivo come una stretta allo stesso.
Mi sembrava di aver colmato il poco spazio disponibile.
La impalai sino all’attaccatura dei miei testicoli. Avevo messo dentro la sua figa tutto il mio cazzo. Tutto.
Incredibile come fossi riuscito a far scomparire in quel piccolo pertugio un’asta grossi grossa.
Lei avendolo totalmente dentro di se inizio’ a cavalcarmi son una frenesia mai vista. Anni di castita’, di voglie non soddisfatte finalmente adesso potevano sfogarsi in pieno…Cavalco’ come una puledrina, in maniera sfrenata.
Non ci volle molto e si accascio’ su di me dopo aver avuto un primo orgasmo.
Decisi di farla sfogare e di seguito riprese a cavalcarmi altre 5-6 volte sempre con il raggiungimento del suo piacere.
Dopodiche’ la sistemai a quattro zampe nel bel mezzo del lettone, alla pecorina.
La infilzai prendendola da dietro.
Iniziai poi a chiavarla senza piu remore, Sentivo il bisogno di spingerle sino in fondo il mio cazzo e non lesinavo forza e colpi molto forti.
La stavo sbattendo forte, non pensavo di farle male, e lei pretendeva quella violenza, mi diceva di fare sempre piu’ forte, sempre di piu’.
Meraviglioso sentirla prossima all’orgasmo e nello stesso tempo anch’io sprizzarle dentro le viscere il mio seme caldo.
Avevamo raggiunto l’apoteosi.
Avevo chiavato mia madre e lei aveva goduto come mai.
Ci baciammo a lungo…
era solo l’inizio.

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La cagna del liceo

inizio una nuova serie di racconti. I racconti saranno inseriti in varie categorie

Guardo l’ora sul cellulare semi nascosto sotto il libro, sono le 10.50. Alzo la mano per attrarre l’attenzione del prof in cattedra. Mi fa’ un segno con la testa.

“Posso andare in bagno?” Chiedo.

Non risponde nemmeno, mi fa’ solo un gesto con la mano. Mi alzo e velocemente esco dall’aula. il rumore delle mie nike sembra il frastuono di un concerto rock nel silenzio del corridoio.

Entro piano nel bagno riservato ai maschi e subito vedo appoggiato al muro di fronte a me Mattia. Ha già in mano la piccola gopro, ma non capisco se è accesa. Mi avvicino a lui per baciarlo ma lui mi ferma.

“Ragazzi anche oggi c’è Martina la più cagna del liceo Erasmo.”

Da quello che dice capisco che la telecamera è accesa. Continuo a avvicinarmi a lui fino quasi toccarlo. Sento la sua mano entrare nei miei jeans senza sbottonarli. La sua mano scende sul pube, fruga tra il tessuto del mio intimo fino a raggiungere la mia femminilità. Lo sento raspare sul mio clitoride senza nessun contegno. Lascio cadere la testa all’indietro, tento di godermi il momento, ma lui leva la mano.

“Ultima porta in fondo.” Mi dice.

Percorro lo stretto corridoio che c’è davanti a cessi con le porte fino all’ultima. Guardo all’interno, ci sono due ragazzi, li conosco solo di vista. Due spilungoni, uno biondino e l’altro moro con il viso devastato dall’acne, a terra c’è uno zainetto. E’ il biondino che mi spinge in ginocchi sullo zainetto.

“Oggi la nostra cagnetta se ne prende due.” Commenta Mattia.

I due spilungoni tirano fuori i loro cazzi e quasi me li sbattono in faccia. Sono veramente immensi. Non credo di aver mai maneggiato attrezzi così grossi in vita mia.

faccio quello che devo fare. Comincio dal glande del biondino, per poi tentare di ingoiarne il più possibile. Lui rimane fermo e mi lascia fare. Uso i denti, non mi sembra che si lamenti. Lo lascio per dedicarmi all’altro. Lui invece non sta fermo, anzi spinge e tenta di scoparmi la bocca. Faccio un po’ di resistenza e poi me lo tolgo di bocca. Gioco ancora un po’ con le due grosse cappelle, le strofino tra di loro. So che a molti ragazzi non piace e lo faccio apposta. Sento Il moro butterato sussultare, non gli è piaciuto.

“Siete pronti?” Chiede Mattia.

Sento la sua mano prendermi per i capelli e piegarmi la testa all’indietro. Come per istinto spalanco la bocca e tiro fuori la lingua. So cosa mi aspetta. Il primo a venire è il biondino una venuta non eccessiva ma assai liquida, subito dopo viene anche l’altro, uno schizzo molto denso che si mescola con quello del suo compare nella mia bocca. Guardo tra le ciglia e vedo Mattia piegarsi verso di me, e lo vedo far cadere uno spunto direttamente nella mia bocca. Vedo che mette via la telecamerina, apro gli occhi, mi giro verso il cesso che è dietro di me e sputo, sputo lo sperma di questi due sconosciuti e lo sputo del mio fidanzato.

Mi alzo e me ne torno in classe, non li saluto nemmeno.

Oggi è sabato si finisce alle 12.30. Aspetto fuori di scuola il mio fidanzato Mattia, gli vado in contro lo abbraccio e faccio per baciarlo. Un bacio alla francese, con la lingua. Lo sento scattare tra le mie braccia.

“Dopo quello che hai fatto con quella bocca? Mi dice.

Lo lascio andare, mi ha fatto incazzare. Torno a casa in motorino. A casa c’è solo il mio fratellino, oggi non è andato a scuola perché sta male. Mia madre è andata a fare la spesa e in farmacia.

“Hey come butta?” Gli chiedo.

“Sto male, ho la Febbre Marty.”

Mi avvicino a lui che è sotto lo coperte, faccio per dargli un bacio, sulla fronte come faceva la mamma con me. Mi avvicino ancora un po’ ma mi blocco.

“Dopo quello che ho fatto con questa bocca?”

Preparo la tavola, se arriva mio padre e mi trova a casa a far niente sono cazzi. A pranzo come al solito quasi non ci parliamo. Anzi si parla solo dei problemi di quella stracciapalle di mia sorella Maria.

Dopo mangiato me ne vado in camera mia, faccio un pisolino e per le diciotto sono pronta a partire. Sono vestita sportiva, jeans neri t-shirt bianca e nike silver. L’appuntamento è per le otto di sera al Mc vicino al centro. Mentre sono per strada verso il fast food sento che mi arrivano dei messaggi sul cellulare. Arrivo al luogo del mio incontro, metto il motorino sul cavalletto e leggo i messaggi. Sono decine. Sono foto oscene, foto di cazzi, messaggi che mi dicono che sono una cagna, che vogliono godere con me. C’è anche un link a un video, il mittente è Mattia, il video ha un nome inequivocabile: “la cagna del liceo Erasmo ne prende due.” Non ho il coraggio di guardarlo.

Entro al fast food e trovo le mie amiche. Anche loro hanno già visto il video. Sghignazzano anche loro.

Eccole li le mie amiche. C’è Romina, mia compagna di classe, c’è Melissa, la più figa di tutte, fisichino sottile, lunghi capelli castani e un viso da modella, e poi c’è Alice, è la più grande del gruppo, capelli castani con riflessi biondi e verdi, braccia e il decoltè tatuati.

Le battute si sprecano. So che anche loro a letto non sono da meno ma loro non sono sui video che girano sulla rete.

Non mi va di mangiare Bevo solo una coca zero e poi ci avviamo tutte verso la disco dove facciamo le ballerine.

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