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Paola ha tradito il suo uomo nel bagno dell’hotel

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Le primissime luci dell’alba, a cavallo della notte rivelano la facciata più realistica di quel luogo dove l’apparenza e lo sfarzo regnano sovrani per la maggior parte del tempo.

Ma a quell’ora, quell’agglomerato di finte promesse lasciava il posto ad un panorama ben diverso, scarno, silenzioso, nudo.

E’ l’ora in cui l’anima mendace e disonesta del posto, esausta ed appagata va a farsi benedire, dopo la nottata di alcool, sorrisi e pubbliche relazioni, proprio come il trucco di quella ballerina sudata del Sunrise.

Cavoli, Maverick aveva ragione.

Una serata sprecata tra insulse cagnette affamate di mance.

Un senso di profonda insoddisfazione sembra aver preso il controllo di ogni parte del mio corpo, mentre finisco il mio Negroni sbagliato, come tutto il resto, nella hall di questo hotel che pare non avere più nulla da offrirmi, prima di cedere il passo a “domani”.

Cazzo. No.

Mi volto, incuriosito dall’eco delle parole decisamente fuori luogo e dall’inequivocabile rumore che solo una donna riesce a fare quando capitola dritta sul pavimento.

Lo spettacolo che mi si prospetta davanti è dei migliori che potessi desiderare, lei è ancora per terra, di schiena, protesa in avanti e con le ginocchia divaricate contro il pavimento freddo, offrendomi proprio il lato più gradito, mentre cerca di fare leva sulla mano dell’amica visibilmente infastidita.

racconto-erotico-tradimentoNon c’è nessuno a parte noi ed il fatto che la megera che la accompagna possa accorgersi che le sto, palesemente, guardando il culo non mi preoccupa, anzi.

La osservo e penso che tacco 12, caschetto castano e la difficoltà di mantenersi in equilibrio erano tre fattori più che sufficienti per attizzarmi, per il contesto scarno della serata

. Il mio corpo è in perfetta sintonia con quel che sto pensando e la reazione non tarda a premere contro i pantaloni.

Grazie all’espressione chiaramente contrariata dell’amica, che punta lo sguardo nella mia direzione ecco che appena tornata in piedi, si volta anche lei.

Sorride.

Bene.

Ottimo.

Levati dai piedi.. – penso.

Si sistema i capelli e la gonna, ha già abbandonato il mio sguardo eppure sembra continuare a giocarci maliziosa, pur non incontrandolo.
Paola..

– Tranquilla. Ho solo bisogno di sedermi un po’, non posso rientrare in stanza così.

La voce è alta, probabilmente voleva che io ascoltassi. Probabilmente vorrebbe anche altro.

Molto probabilmente, lo avrà.

Si spostano sulle poltrone dietro l’ascensore, non passano neanche tre minuti che la profezia si avvera, quel manico di scopa si allontana sparendo sulla larga scala che porta alle camere.

E’ sola. E’ fatta.

Il ragazzo del bar sta rientrando, il mio bicchiere è vuoto ed il resto bello pieno; lei se ne accorge: del bicchiere e del resto.

Inverte la posizione delle gambe accavallate, mentre penso alla persona che l’attende in camera.

racconto-tradimentoL’idea di scivolare fra le calde gambe della donna di un altro, godendo di ogni sua fessura mentre il suo uomo l’aspetta, mi sta letteralmente facendo colare per il desiderio.

Con la scusa di un altro drink, le passo davanti raggiungendo l’angolo bar. La mia giacca nasconde l’inevitabile.

Sento i suoi occhi da gatta scrutarmi e la sorprendo in un movimento ondulatorio lento e furtivo sulla poltrona, deve essere eccitata. Probabilmente, anche in lei l’idea di farsi possedere all’improvviso da qualcuno che non ne avrebbe alcun diritto, sta avendo la meglio.

Si alza e viene verso di me. Ci guardiamo.

Mi supera con passo incalzante e sento il suo profumo mentre capisco che i nostri occhi hanno già fatto le presentazioni e si sono già detti tutto ciò che c’era da dire.

Abbandono il bar, il barista che sembra essersi imbarazzato al posto mio ed ogni pensiero negativo riguardo alla nottata, per raggiungerla in bagno.

Nella zona condivisa della toilette non c’è nessuno. E questo sembra essere il giusto epilogo a conclusione di una nottata di…

E poi esce lei. Di fronte al lavandino con un grande specchio non c’è spazio per entrambi, mi ritraggo per farle spazio ma sono eccitato come un toro e lei è splendida vista da vicino.

Accenna un sorriso cortese mentre si sistema davanti al lavandino per sciacquarsi le mani e non sembra sorpresa del fatto che sia rimasto dietro di lei. Il nostro sguardo si incrocia ancora, nello specchio questa volta, io la sto guardando senza il minimo pudore, non c’è ombra di esitazione, voglio entrare dentro di lei e voglio che lei lo sappia, ora.

Non posso aver equivocato, quella donna sapeva perfettamente come lanciare messaggi ed io sono molto bravo a coglierli.

Ed infatti, eccolo li. L’invito. Il segnale chiarissimo ed il punto di non ritorno al tempo stesso.

Chiude il rubinetto e si asciuga le mani guardandomi ancora, attraverso lo specchio, questa volta è seria e sensuale. Poggia le mani sui bordi del lavandino e divarica leggermente le gambe.

A quel punto mi avvicino e la sto già spingendo verso di me, con le mie mani sul suo ventre, mentre i nostri occhi non si sono mai lasciati

. Posso finalmente sentire il suo profumo che si mescola con il calore della sua pelle ed affondo nel suo collo, mentre la mia mano destra penetra con forza prima sotto la gonna e poi prepotentemente dentro di lei, che geme con gli occhi socchiusi ed inarca la schiena premendo contro il mio sasso che ormai reclama ogni sua parte, tutte insieme.

La presa della mia mano sinistra sul suo seno non mi soddisfa più, ora voglio altro, ora voglio piegarla completamente al mio piacere, voglio entrare fino in fondo a quel mondo che non è mio e rubare tutto.

Preso dalla foga di un animale affamato, le allargo le gambe e tiro fuori l’affare d’oro, lei sembra avere un attimo di apparente esitazione.

Tempistiche standard penso, mentre ormai sto affondando nella sua carne morbida e la tengo per le braccia.

Ogni esitazione e accenno di preoccupazione sono scivolate via in una frazione di secondo, così come ora scivolo dentro di lei, che si piega sempre di più, offrendomi quell’isola inondata di piacere e desiderio.

Scivolo dentro e fuori, sempre più velocemente, sempre più violentemente.

Sento ogni nervo del mio corpo tendersi, tutti all’unisono verso un’unica meta.

Porto la mano destra sulla sua spalla e stringo la presa, mentre con la mano sinistra le spingo il capo costringendola a piegarsi ancora di più. Sono vicino all’esplosione mentre continuo a sbattere il mio corpo contro il suo, come a raggiungere l’unico scopo della mia vita.

Sudo e la sento mugolare, in quella posizione scomodissima ma non mi importa, sto per riempire quel corpo che non mi appartiene, sento il calore che si spande e voglio arrivare dentro di lei con tutta la forza che possiedo.

Mi spingo più dentro, le lascio la spalla e metto entrambe le mani sui suoi fianchi, lo sento, sono vicino, lo sento arrivare.

La tengo ferma, ansimante contro il mio bacino ed esplodo. Finalmente godo, con tutto me stesso, mentre lei è costretta dalla mia presa a ricevere tutto il mio succo.

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Racconto erotico: Dentro il bagno del ristorante

Un ristorante, un bel caldo e una donna provocante: non vi sembrerà vero, ma ho avuto una grande esperienza di tipo sessuale grazie al ristorante di un mio amico, nel quale ultimamente mi reco molto più spesso per poter riuscire ad avere un rapporto come l’ultima volta.

sesso-in-bagnoEra sera, nel mese di luglio: le donne, come si sa, sono molto provocanti d’estate, visto che indossano un tipo d’abbigliamento che ti fa venire la pelle d’oca solo a vedere la donna che lo indossa.
Io non sono un bellissimo ragazzo ma posso dire che, il mio modo di fare e soprattutto come mi presento, riesco ad attirare tantissime donne.
Mi ricordo che, il mio amico, mi fece sedere nel tavolo all’aperto, dove le donne solitamente si radunano: l’occhio mi cadde subito su una donna molto attraente, che mi fece battere fortissimo il cuore.
Era vestita in nero, con tacchi a spillo e scarpe aperte, con un vestito nero con tanto di minigonna che lasciava intravedere il suo sesso, il quale era sprovvisto di biancheria intima.
Posso subito dire che mi sentivo duro come non mai: la donna aveva anche il seno molto grande che sembrava stesse per uscire fuori dal vestito.

Rimasi per un quarto d’ora ad osservare quella donna, che mi sorrise diverse volte: io ovviamente ricambia il suddetto modo di fare, alla faccia del marito, il quale era davanti a me, con le spalle rivolte verso il mio viso.
La cosa mi faceva ridere molto: lei guardava il marito e ogni tanto spostava gli occhi verso di me.

I nostri sguardi si incrociarono diverse volte quella notte, ed il mio cuore batteva all’impazzata.

La salutai anche con la mano, per avere la conferma del fatto che lei ci stesse provando con me: la bella bionda, non appena il marito si alzò dal tavolo, mi fece un eloquente gesto di avvicinarmi.
Mi chiese il mio numero, in maniera che potesse mandarmi i messaggi in tempo reale, ovvero in maniera che potesse comunicarmi quello che pensava.
Veloce glielo diedi e mi accomodai nel mio tavolo, attendendo il suo messaggio: la prima cosa che mi disse era che si stava rompendo del marito e delle sue continue telefonate di lavoro.
Mentre lei parlava col marito, ogni tanto mi mandava dei messaggi e soprattutto mi guardava e sorrideva: le inviavo delle immagini simpatiche, giusto per farla ridere e soprattutto prendevo in giro il marito.

Improvvisamente, la bella ragazza mangiò una pasta: il mio amico è solito portare delle paste alla panna prima del pranzo o cena, per inaugurare il pasto.
Ebbene, quando con la panna fece un gioco con la lingua, l’unica cosa che riuscii a scrivere fu Wow: non mi sembrava vero che la ragazza giocasse in questo modo con la sua bocca, usando la lingua e le labbra come se non avesse mai mangiato una pasta.
La ragazza non fece altro che rispondere con una semplice domanda: Ti piacerebbe se lo facessi a te, se ti mangiassi in questo modo?
Ero troppo eccitato: da quel momento, le allusioni sessuali si susseguirono, ed ogni pietanza diveniva l’oggetto della provocazione.

Banane, spaghetti, cocco, kiwi e tantissimi altri cibi vennero utilizzati per poter avere delle battute divertenti che fanno eccitare allo stesso tempo.
La ragazza decise di venirmi ad incontrare nel bagno: con una scusa, lei andò in bagno e dopo cinque minuti, decisi di raggiungerla.

Dissi al mio amico di non fare entrare nessuno nel bagno: con la moglie di quel tizio li, troppo impegnato a parlare di lavoro al telefono, passai la mezz’ora più intensa della mia vita.
La feci sedere sul piano dei lavandini, e lei si alzò il vestito: la ragazza era completamente nuda e mi chiese di assaggiarla.

Era un piacere immenso: sentivo il suo sapore e lei che gemeva dal piacere.

Cambiammo posizione diverse volte e lei mi fece godere con la bocca, applicando lo stesso gioco che fece con la pasta e la banana.
Nuovamente lei sopra i lavandini, con le gambe aperte ed il vestito alzato: facemmo sesso per quindici minuti, in maniera violenta.
Le mie mani la toccarono dappertutto e i suoi gemiti di piacere mi eccitavano veramente tantissimo anche se avevo una paura matta di essere scoperto.
Ero felice e stanco allo stesso tempo: questa bella ragazza era in grado di farmi provare il paradiso con la sua voce eccitata e col suo modo di fare.
Ci ricomponemmo e decidemmo di uscire a turno dal bagno: suo marito non si accorse di nulla.
Di tanto in tanto, io mi sento telefonicamente con la bella bionda vogliosa, cosa che mi permette di divertirmi tantissimo grazie a lei, specialmente a casa sua, quando il marito non è presente per motivi di lavoro che dice che sono importanti.

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RACCONTI EROTICI: Padrona per una notte..

E’ venerdì sera. uscendo dal mio studiosto gia’ pensando che sono pronta a tutto, tranne che rincasare.
Stasera non mi va, stasera non torno.
Le mie figlie sono fuori e lui certamente sta già aspettando gli amici, per la solita notte di poker.
Faccio tutto con comodo; mangio qualcosa alla trattoria che hanno aperto da poco, a pochi isolati dal mio ufficio.
Il parcheggio è pieno, il locale stipato; tuttavia, io sono sola e quindi mi rifilano un posticino piccolo piccolo, nascosto dal classico frigo delle torte gelato.
Tutto è regolare, fin troppo, sino a quando la suoneria di un telefonino mi raggiunge.
Riconosco quella melodia, l’ho già sentita. Da chi, però?
Sbircio tra i tavoli e vedo mio cognato. E’ sua, quella suoneria.
Faccio per alzarmi, … mi accorgo appena in tempo che l’adorato cognatino non sta godendosi la compagnia di mia sorella.
La cosa non mi stupisce più di tanto. Nonostante sia mia sorella, sangue del mio sangue, l’ho sempre ritenuta una donna troppo mite; troppo docile, per come lui si propone. Aspetto quindi l’attimo nel quale lui si gira, per alzarmi, pagare il conto ed andarmene.
Vedere quella scena, però, non mi è assolutamente piaciuto, e, “Se mia sorella è una placida donna, io non lo sono affatto”,penso.
Ripercorrendo la via di casa, decido di chiamarlo. Con la sua voce al telefono, azzardo un “Disturbo?” e un “Dove sei?”
Lui dice “Non disturbi affatto, mia cara, sono ad una cena di lavoro”.
“Dev’essersi alzato in piedi”, penso, a giudicare dal silenzio assoluto attorno a lui.
Da bravo puttaniere, aggiunge “Sapessi che palle, ma sai com’è…”
“Certo, certo!”, gli do corda. “Non voglio trattenerti, volevo solo chiederti se domani mattina
vieni con me “alla soffitta”. Mi hanno chiesto di allestire il locale per la serata fetish e mi rompo , ad andarci da sola. Così mi son chiesta se…”
Neppure il tempo di finire il discorso, che già mi chiede quando vederci. Decidiamo per le 11, davanti al locale. Lo avviso che faremo tardi, probabilmente e che, alla soffitta, non c’è campo, e che il cellulare non prende.
“Non preoccuparti”, dice lui, “avviso Carla”.

Il locale, in realtà, deve essere pronto per la sera di lunedì, e solo io ho le chiavi del portone, e saranno ormai tre giorni che ci sto lavorando dentro.
Arrivo prima di lui, e lo avviso con un sms, dicendogli che non lo aspetto fuori.
Mi spoglio dei miei abiti e inizio a curare ogni mio dettaglio; indosso calze in latex nere, agganciate al reggicalze di un accattivante bustino nero intrecciato sul seno.
Le scarpe, altissime, sono rigorosamente lucide e nere
Ogni cosa ha questo colore; tutto, tranne il mio umore.
Slego i miei lunghi capelli, e mi trucco alla luce della lampada in bagno; fisso i miei occhi, riflessi dallo specchio.
Puntualissimo, lui suona. Mi affretto quindi ad abbassare le luci. La porta si apre, grazie al tiro posto sotto al bancone. Spunta in cima alla scalinata.
“Lucrezia!”
Rispondo “Scendi, sono giù. Aspettami sul palco!”
Grido, e i miei occhi lo osservano. So che ama il fetish. Lo lascio quindi salire sul palco, ad armeggiare con gli attrezzi… immagino che si stia eccitando.
Aspetto un altro po’, ma risalgo la scalinata e chiedo se può farmi da cavia.
“Cosa devo fare, dimmi?”
Mi siedo in un punto buio, e chiedo di indossare le polsiere della croce di Sant’Andrea.
Lui sorride, sembra quasi imbarazzato. Ma io so che lo vuole. Insisto; e, di certo, non fatico.
Il primo polso è agganciato. “Prova a mettere anche l’altro. Ci riesci?”
Lui risponde “E’ faticoso, ma non impossibile”. Di certo, l’eccitazione di quei momenti, lo porta a impegnarsi per agganciare anche la seconda polsiera.
“E… ed ora, spalanca le gambe, e dimmi se sei comodo. Descrivimi cosa provi”
Lui blatera qualcosa. Gli chiedo se è solito fare questo tipo di cose, o se fanno parte solo dei suoi sogni irrealizzati.
 “Ma che dici?”, mi risponde ridendo.
“Perché? Vuoi forse dirmi che mia sorella non ti permette queste cose?”
“No, non è quello, ma sai…”
Io allora inizio a scendere lenta la scala. Lentissima. Non mi vede ancora; io parlo e lui mi risponde.
Mentre scendo, azzardo un “…e così, tradisci mia sorella…”
In un tono perentorio, spara un “Certo che no”.
… mi fermo; predo dalla poltrona le mie fruste e continuo a scendere la scalinata.
Da come mi guarda, deve aver capito (o quantomeno, intuito) le mie intenzioni…
Accenno ad una mezza risata, dicendo che deve star tranquillo. Salgo finalmente sul palco
e mi trovo faccia a faccia con lui. Deglutisce a fatica, mentre, con il frustino, lo accarezzo tra le gambe. “Gradisci della musica?”.
Ma nemmeno aspetto la risposta; e già una musica blues accompagna il mio gioco.
Come una pantera, giro attorno alla croce, godendomi la sua espressione di curiosità e paura.
Mi fermo dietro a lui; le mie mani tirano i capelli verso me. “Mi fai male! Sei matta? Dai, smettila!”
“Oh no, non lo sono. La matta è mia sorella, ogni volta che ti crede!”
“Scusami , ma proprio non ti capisco. Se è uno scherzo, ti dico che sta diventando di cattivo gusto!”
“Ah, si??”
Torno davanti a lui, e prendo a slacciargli la camicia. Le unghie gli solcano il collo, fino ad arrivare al petto. So che non mi importerà nulla, di ciò che mi dirà. Delle preghiere che urlerà.
Con una mano afferro decisa i suoi coglioni, chiedendogli se li ha, e vuole essere così gentile da tirarli fuori.
“Slegami, liberami!”. Io lo rassicuro, “Tranquillo, lo faro”.
Il suo sesso ormai è duro, decido così di liberarlo. Passo la frusta sulla cappella e, ogni tanto, lo schiaffeggio. Passo la mia lingua, lenta, sul collo. Mordo i bordi delle sue labbra.
“Che ne dici, vuoi essere il mio cane?”
Gli faccio indossare il collare ed il guinzaglio. Scatto qualche foto.
“Mi spieghi, perché a me?”
“Semplice. Sono la parte peggiore di mia sorella. Sono ciò che lei non avrà mai il coraggio di essere. Ricordi quante volte mi ha detto che ero il suo opposto?”
E continuo. “Ed ora dimmi: ieri dov’eri?”
Lui dice “Ad una cena di ….”
La mia mano strinse nuovamente i coglioni.
“Dove, scusa?”
“Si, devi credermi”, arrendendosi ai miei desideri.

Inizio a slacciare la prima manetta dal suo polso. Cerca di scagliarsi contro di me.
“Stronza, sei una stronza!”
Scoppio a ridere e gli ricordo che la padrona sono io, e che non sarebbe facile spiegare certe foto a quella perbenista di mia sorella.
e dico “se devo essere sincera, nemmeno la serata di lavoro che hai trascorso, guarda caso, con quelle due puttanelle”
Il mio gioco prosegue
“…ed ora inginocchiati!”. Lui capisce che non scherzo. “Anzi, sai che ti dico? Spogliati, ed indossa quel paio di pants nere. Spicciati!”
Lui dice “Ma… ! Posso spiegarti…”
“Ti ho detto, spogliati”
Veloce si toglie ogni cosa, e lo ritrovo come il migliore dei cagnolini ai miei piedi.
“Ed ora vieni, andiamo a fare un giro per la sala”.
Salgo e scendo sulla gradinata per quasi 5 minuti, poi lo porto verso il bancone del bar. Riempio con dell’acqua il secchiello del ghiaccio e lo faccio bere come avrebbe desiderato il mio cane.
Seduta sullo sgabello, dondolavo la gamba. “Ehi cane! Ti piace la gamba della tua Padrona?”
“Certo, moltissimo!”. Lo colpisco con il piede, ricordandogli che era un cane e perciò non poteva parlare. “Avvicinati, ora”. Faccio così; due carezze sotto al suo mento, mentre lo accarezzo tra le gambe con la scarpa.
 “Se ti piacciono le scarpe della tua Padrona, potresti dimostramelo …del resto, ti manca solo la parola, questo si sa”. Non se lo fa ripetere.Inizia a passare la sua lingua lungo il tacco a spillo.
“Bravo, bene continua … mi piace vederti così!! Ti prometto che, quando avrai finito, avrai una ricompensa”. La sua lingua consuma le mie scarpe, sino ad eccitarmi. Mi diverto, a passare sui miei capezzoli e sopra la sua schiena, il ghiaccio del frigo bar. Vedo i brividi scorrere sul suo corpo e questo mi fa impazzire. “Ora stai fermo. Da bravo, stai seduto su due zampe”.
Mi siedo così, comoda sul bancone, e appoggiando i piedi sugli sgabelli, prendo a fargli vedere cosa sapevo fare con quel frustino. Non mi toglie gli occhi di dosso, la sua bocca quasi sbava. Io inizio a far scivolare il manico del frustino sotto lo string di latex, divertendomi a far schioccare gli elastici del reggicalze, a fargli ricordare che ciò stava vivendo, non era un sogno.
“Ora riprendi da bravo, a leccare”
Riparte così dal piede, ma, preso da un raptus di voglie, si ritrova presto con il viso tra le mie cosce.
“Ehi, ma come osi! Vergognati!”. Lo frusto più volte sulle natiche, per poi dirgli che, forse, ero stata troppo cattiva e che per farmi perdonare, gli avrei permesso di tornare con il suo muso tra le mie gambe. La sua lingua allora raggiunge la mia natura. “E’ bravo”, penso stronzamente. “Persino sprecato, per quella santa donna di mia sorella”.
“Voglio alzarmi, spostati!”. Come una cagna scodinzolo il culo vicino al suo viso.
“Che aspetti? Non mi vuoi?”. Come una furia, le sue mani mi prendono sui fianchi. Mentre lo string stava scivolando a terra, mi giro, mordendo la sua bocca e il suo collo.
Voglioso, finiva di liberare i seni dal bustino, mentre la mia lingua indecente lo cercava, godendo ad ogni suo cedimento.
“Forse mi aveva sempre desiderata”, penso.
Inizio a camminare, di nuovo, portandolo a 4 zampe, verso i divanetti. Metto al centro del salottino di specchi, e lo supplico di fare quel ciò che un cane avrebbe fatto.
Con violenza mi prende. Mi gira con il viso rivolto verso lo schienale. Sento finalmente mordere la mia schiena, il mio collo. Schiaffeggiare il mio culo; sembrava ed ansimava veramente come un cane.
Montandomi come un ossesso, avrebbe voluto dirmi tanto, lo sentivo. Ma sapeva che sarebbe stato peggio. Continuava così, in quel possedermi, sino a sfilarlo, e venirmi sulla schiena.
Era stato bravo, dovevo ammetterlo. Slaccio il suo collare e riprendo a salire la scalinata.
“Vai, sei libero” gli dico, mentre divertita gioco con la frusta.
Eppure…non sono ancora soddisfatta …

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A letto con la mia collega di corso. Un racconto peccaminoso

Essere iscritto all’ordine dei giornalisti mi comporta alcuni oneri fastidiosi, tra questi quello di dover frequentare obbligatoriamente alcuni corsi.

Quindi ho scelto un corso il meno fastidioso possibile, in una città vicina alla mia, e un po’ controvoglia ci sono andato.

A risollevare la situazione fu l’arrivo della mia “collega” Ida.
In realtà Ida non era una proprio una collega, lavoravamo in due giornali diversi, per di più concorrenti, ma quando una vicenda giudiziaria comune tra i nostri giornali ci aveva, per forza di cose, avvicinato, nacque tra noi una certa intesa, e lei si era rivelata molto disponibile e simpatica, al limite del civettuolo.
Questo comportamento però aveva uno scopo: il suo giornale era rimasto a corto di collaboratori e lei mi aveva proposto di lavorare per loro.

Io avrei accettato al volo ma facevo il difficile, e quindi ero costantemente oggetto delle attenzioni e delle adulazioni di Ida.

Ma essere al centro dell’attenzione di una bellissima ragazza dal viso di bambola, capelli ricchi e biondi, occhi grandi color nocciola, labbra piccole ma carnose, una terza misura bella soda e un sedere anch’esso sodo ma grande, due natiche piene e ben sostenute che non ispiravano altro se non pensieri impuri di sculacciarle e penetrarne la rosellina che nascondevano, non poteva che essere un enorme piacere.
Ci salutammo calorosamente e poi lei si sedette accanto a me, dividendo un banchetto malandato.

Il corso iniziò ma io e Ida ce ne infischiammo e parlammo del più e del meno per un po’ finchè lei, guardandomi civettuosamente, poggiò la sua mano quasi nell’interno coscia.
“Allora, ha preso una decisione sulla mia offerta?”
“Non ancora… cioè, sono molto tentato, ma forse potresti aggiungerci qualcosina…”

le dissi, e nel frattempo le misi una mano sul sedere, approfittando del fatto che eravamo seduti in ultima fila.
Lei sorrise mentre la sua mano ormai era giunta sul pacco, già notevolmente gonfio: “Qui mi sembra che ci sia qualcuno molto attizzato dalla mia offerta…

però io sono fidanzata”. Era ovvio che quel tentativo di resistere era solo di facciata.
“Siamo in un’altra città, occhio non vede e cuore non duole – e nel frattempo le strinsi una natica – Io so solo che qui c’è qualcosa di molto interessante di cui vorrei approfondire la conoscenza!”
Le strappai un mugolio di sopresa, ma di risposta lei strinse il mio pene, ormai eretto: “Anche qui c’è qualcosa che mi piacerebbe provare…anche più volte, se accetterai la mia offerta”
Cominciò a masturbarmi da sopra i pantaloni, io le ficcai la mano dentro i suoi e le strinsi meglio una chiappa liscia come il velluto, poi con un dito le raggiunsi l’ano.

Il sospiro che le strappai, improvviso ed altamente erotico, per poco non mi fece venire.
“Conosco una albergo qui vicino, firmiamo il foglio di presenza e poi andiamo” le dissi.
Dopo dieci minuti di petting furtivo, firmammo e poi scappammo nell’albergo lì vicino.

Presa una camera per la notte, ci infilammo di fretta nell’ascensore dove, chiuse le porte, finalmente cominciammo a limonare selvaggiamente, le lingue che si intrecciavano furiose.

Nel frattempo le avevo aperto la stretta camicia e le avevo letteralmente strappato il reggiseno, liberando due magnifici globi di alabastro sormontati da piccoli capezzoli rosati ben eretti che cominciai subito a stuzzicare.

Vagammo per i corridoi praticamente mezzi nudi e finalmente raggiungemmo la camera, dove gettai di forza Ida sul letto.

Mi stesi su di lei e la presi dolcemente per il collo, cominciandole a mordicchiarle i capezzoli: “Ora comando io.

Fa’ quello che voglio e domani lavoreremo insieme”. La denudai completamente, mordendole via il perizoma, poi mi girai su di lei per un 69 che lei approvò senza fiatare; così mi ritrovai a gustarmi la sua dolce fichetta e il ciuffo di peli biondi che la sormontava mentre Ida, espertissima, si faceva scopare in bocca.
Urlò, venne rilasciando del dolce nettare, e a quel punto mi alzai e la feci mettere a pecorina. Impugnai saldamente il mio pene e la penetrai con un solo colpo, strappandole un urletto ma dandomi subito da fare.

A ritmo forsennato cominciai a pomparla, facendola venire un’altra volta, ma quel succo stavolta non finì nella mia bocca, ma lo raccolsi con la mano e lo usai per lubrificarle l’ano.
Senza smettere di pomparla, le dissi: “Sei pronta?”
“Si! Si! Spaccami!”
Non me lo feci ripetere due volte e, anche lì, con un solo colpo, un po’ più forte, la inculai.

Urlò per il dolore stavolta, e un po’ di sangue le fuoriuscì dall’ano, ma non mi importava, volevo solo scoparla e schiaffeggiarle quelle enormi chiappe bianche come il latte.

In quel momento era solo la mia vacca da monta e poi, alla fine, anche lei riprese a goderne, smenacciandosi violentemente la passera sempre più bagnata.

Dopo un altro quarto d’ora di monta, le venni sulle natiche ormai rosse pomodoro e, stanco, le dissi: “Ok, accetto la tua proposta”.
Lo facemmo altre tre volte quella notte. Il mattino dopo ero nella mia nuova redazione, come co-direttore proprio assieme a lei. Perchè? Beh, il motivo principale fu che così avremmo condiviso l’ufficio e, ovviamente, il comodo divanetto al suo interno!

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