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racconti in culo

Una Nerchia Rispettabile

Era piena estate, Rebecca e Valentina abitavano nelle case prospicienti al lago di Rallo, in un borgo medievale, che lentamente andava spopolandosi. Il lavoro era calato da tempo, la crisi aveva fatto il resto, le università lontane dal Paese avevano ridotto la popolazione con ondate di studenti migratori, che una volta finiti gli studi non sprecavano anni di sacrifici, per tentare di riqualificare la terra che aveva dato loro i natali. Rallo però era stupendo, prima o poi l’Unesco se ne accorgerà.
Si divide in due parti: una bassa con uno splendido lago, dove appunto vivevano le due giovani amiche e la parte arroccata piena di vicoli granitici, budelli a strapiombo sul vuoto, feritoie ormai piene di rifiuti lasciati da barbari moderni, ma sempre incivili. Si erano moltiplicati bene si vede, per arrivare fino a Rallo. Ciò non toglieva la bellezza, soprattutto della parte alta, dove viveva Ivan.
Tutte le mattine, dalla parte alta del borgo, con un recalcitrante asino color fumo, Ivan faceva la sua comparsa sulle rive del lago di Rallo, faceva abbeverare la bestia e la lasciava libera di mangiare il fieno. In quella zona c’era tanto fieno di secondo taglio, una prelibatezza avrebbe ragliato col dono di parola il suo asino.
Ivan non era bellissimo, ma neanche da buttare via. A dirla in breve: per scopare non aveva bisogno di usare il cloroformio. Di ragazzi giovani ce n’erano pochi e questa era un’enorme arma a suo vantaggio e stando le voci pare che le armi enormi fossero due. Nelle notti d’estate, i racconti bagnati delle fanciulle intorno al fuoco parlavano di gare a chi ce l’avesse più lungo tra lui e l’asino. Tantissime risate in quelle notti non caldissime per via del lago, che portava un alto indice di umidità, a parte quello delle mutandine di studentesse in vacanza o ragazzine del posto.
Ogni volta che arrivava in riva al lago, Ivan era solito raccogliere i mozziconi, le bottiglie di vetro vuote per restituire un po’ di decoro alla sua Rallo, insomma cancellava i bagordi delle serate precedenti. Non che ne usassero molti, ma ogni tanto toglieva anche preservativi.

Una mattina però trovò due perizomi neri, con dei merletti a contorno. La cosa lo colpì di primo appunto, ma poi come tutte le mattine lasciò pascolare il suo asino e tagliò un po’ di legna sul solito ceppo.
Finito di sudare, non aveva dimenticato il recente ritrovamento, caricò la legna sull’asino e tornò a casa. Ovviamente per tutta la strada di ritorno si domandò a chi potessero appartenere e come mai il ritrovamento così vicino, fece mille fantasie lesbo a riguardo, ma davvero non riusciva a farsi una ragione e nella sua mente nessun volto familiare poteva prendere la forma di una coppia di ninfette lecca figa alle prime armi. Arrivato a casa era troppo eccitato, chiusa la bestia nella stalla, si masturbò in maniera repentina, un centinaio di sali e scendi sospirati, un mezzo urlo finale e riempì di seme il lavandino, mentre con l’altra mano odorava l’intimo delle sbadate presunte lesbiche. Ivan aveva un cazzo enorme, lui ormai forse non ci faceva più caso, ma una ragazzina del posto avrebbe dovuto usare due mani e forse non sarebbe riuscita a ingoiare la sola cappella, se non fosse morta soffocata.
Quella stessa sera, carico a molla e con livelli di testosterone altissimi, non pago della sborrata pomeridiana, si diresse verso il lago per dipanare i suoi dubbi e scoprire qualcosa di più riguardo quelle eccitatissime frequentazioni notturne. La prima sera purtroppo non notò nulla di compromettente, qualche coppietta in disparte, qualche compagnia chiassosa, canzoni a tutto spiano, insomma la tipica serata sotto la luna di agosto.
La sera dopo, con 2 teli e un piccolo stereo notò la presenza di 2 ragazze giovani, sulla ventina. Rebecca e Valentina, amiche fin dai tempi dell’asilo, cantavano le canzoni dei Coldplay e ridevano di gusto dopo essersi sussurrate all’orecchio chissà cosa. Uno sguardo complice e finirono senza costume dritte dentro al lago, a schizzarsi acqua addosso e continuare a ridere come delle sceme. Le mutandine lasciate in riva e i loro marmorei culi in acqua. Rebecca, capelli ricci castani, occhi verdi, denti bianchissimi e un naso all’insù, fisico normale a parte il culo di un altro livello e due piedini da Cenerentola. Valentina era meno appariscente, capelli biondi, occhi azzurri slavati, un sorriso con dentoni sporgenti, recuperava abbondantemente nelle parti basse con un fondoschiena palestrato e 2 caviglie affilate di cristallo.
Uscirono dall’acqua, una strizzata ai capelli e tornarono sugli asciugamani. Nude.
Non c’era nessuna lesbica, nessun segreto, nessun fatto da osservare in lontananza, solo 2 amiche complici e beatamente giovani che con infinite risate mandavano affanculo il mondo. Ivan era un po’ sconsolato, ma dato che ormai aveva percorso qualche chilometro a piedi per venire giù al lago decise di farsi un bagno pure lui, dopotutto a 19 anni se lo meritava dopo giornate faticose, spaccare la legna non era di certo una passeggiata. Si tolse i jeans, la canottiera a strisce bianche e nere che sembrava un ombrellone, le mutande e sparì nel lago. Ci rimase a lungo, anche per sbollentare i pensieri roventi di quel giorno non proprio ordinario. Rebecca e Valentina lo avevano notato e a loro non pareva vero di poter appurare le leggende metropolitane a suo riguardo, non aspettavano l’ora che tornasse a riva per asciugarsi e rivestirsi, nel frattempo le loro guance cominciavano a farsi un po’ più rosse e le orecchie più calde.
Venne il momento che l’equino Ivan uscisse, a riposo era sconcertante, fondamentalmente c’era poca differenza tra la sua mazza a pieno regime e a riposo, si trattava solo di volume, ma in lunghezza ci eravamo quasi. L’espressione delle giovani fanciulle fu quasi di terrore, erano eccitate da tale visione, ma davvero facevano fatica a capacitarsi di tale mostruosità, l’asino ne uscì mini dotato. Timidamente non fecero nulla per attirare l’attenzione e lo lasciarono rivestire, ma una volta sparito dal radar, cominciarono a masturbarsi a vicenda, in maniera davvero violenta, con praticamente l’intera mano dentro le rispettive fighe, ansimando e gemendo, quasi piangendo a singhiozzo. Ivan si era perso lo spettacolo, era venuto per quello, ma in maniera sbadata era stato troppo arrendevole…non fosse che tornò sui suoi passi per raccattare il portafogli perso togliendo i pantaloni. Fu allora che fugò tutti i suoi dubbi, le lesbiche esistevano eccome e vivevano al lago di Rallo! Le due timide succhiatrici di vagine non se ne accorsero neanche, che Ivan era davanti a loro, con il rettile nelle 2 mani al massimo della sua erezione. Avrebbe potuto farci il salto in alto.
La più ingorda di tutte era Rebecca, che vantava più esperienze dell’amica, non ci pensò un secondo di più e capì che avrebbe passato tutta la sera a curarsi dell’asta di Ivan. Valentina, fondamentalmente innamorata dell’amica, non fece che assecondare quell’improvvisato trio e attaccarsi al clitoride già fradicio della compagna di merende. La formazione era bella che formata, Ivan eretto in tutti i sensi e le due sospiranti bagnate a seguire, travolte letteralmente dalla passione improvvisa. Ivan era resistente, la sega del pomeriggio gli aveva dato un enorme vantaggio e Rebecca lavorava aiutandosi con 2 mani e ne avrebbe volute avere altre due e le avrebbe avute se non avesse avuto il clitoride che pulsava di immenso piacere. Valentina quando alternava colpi di lingua assestati al bottoncino, le grandi labbra e le piccole era inarrestabile, Rebecca la chiamava la Moulinex della micina. Ivan si godeva dall’alto lo spettacolo, vedeva quei culi a forma di pesca e non poteva che immaginarsi il resto, nel frattempo da basso il manubrio continuava ad essere lucidato con grande intensità.
Valentina era una maga, al culmine del piacere Rebecca urlò: “Sborrami in bocca, dai sborrami nello stomaco” , ma Ivan era distante dall’eruttare e Rebecca capì di averglielo detto perché ebbra di piacere e lasciò continuare l’opera alla sua amica , mentre lei ricambiò le attenzioni con le dita e nel frattempo con quel poco di saliva che le era rimasta cominciò a preparare la strada a Ivan, per trapanare il culo della Vale. Al lago non potevano concedersi molto, ma negli annoiati pomeriggi di Rallo, spesso si divertivano con strap on di dimensioni equine pure loro, ovviamente uno in carne ed ossa non se lo sarebbero mai immaginato.
Ivan, spaccava pure la legna, ma stupido non era e in perfetta sintonia con il piano sodomitico di Rebecca, sfilo il cazzò dalla bocca della Vale e molto lentamente cominciò a farsi strada dentro lei, da dietro. Lentamente, molto lentamente, perché il rischio di aprirla in due era probabilissimo. Il suo culo era di ferro, con le curve delle chiappe ben delineate e l’assenza di inestetismi vari, davvero era perfetto e sembrava quasi peccato intaccarlo in qualche modo, ma il piacere superava qualsiasi remora e la Vale non camminò proprio perfettamente per giorni. La sua unica fortuna fu che Ivan, capita l’emergenza, dopo averle già fatto ingenti danni, preferì le più tradizionali vie stantuffandola a colpi irregolari, perché lei lentamente da dentro tendeva a gonfiarsi e ridurre sempre di più il diametro di azione, per poi scaricare un getto assurdo all’apice del piacere, facendo quasi fatica a stare a gattoni. Rebecca, che conosceva perfettamente l’amica sua, avidamente si sciacquò la faccia e cercò di leccarne il più possibile.
Ivan fu capace di venire abbondantemente sulle lingue delle due porcelle, che continuarono a limonare per ore e tanta fu la voglia di non lavarsi i denti per giorni. Si rivestì e risalì nella parte medievale, come un cavaliere con l’asta smorzata dopo una lotta furiosa, epica.
Negli stanchi pomeriggi estivi, Rebecca e Valentina giacciono spesso distrutte e completamente fradice sui divani di casa, con un solo e unico pensiero in testa. Quella fu proprio una nerchia rispettabile.

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LA CUGINA IN VACANZA

Quando rientrai in casa, avevo ancora nelle orecchie il suono delle casse che rimbombava. Era stata una serata lunga, l’estate stava per finire ed io e i miei amici cercavamo di sparare le ultime cartucce della stagione nel Panter, il locale più in voga del paese. La piccola dependance in cui abitavo d’estate, all’interno della proprietà che era stata dei miei nonni e dei nonni dei loro nonni prima di loro, era molto accogliente. Una volta richiusa la porta, sentii delle voci provenire dalla piccola sala in cui era presente un televisore dei primi anni novanta. -C’è qualcuno?- domandai ad alta voce, leggermente intimorito. -Sì… sto guardando un film. Avrei riconosciuto la sua voce in mezzo ad un milione di voci: Marzia. Entrai in sala e corsi a salutarla con un abbraccio quasi fraterno. Non ci vedevamo da un paio d’anni, sebbene fossimo cresciuti assieme. -Allora cugino? Come stai? -Bene, tu piuttosto? Cosa mi racconti? -Un sacco di cose, ma che ne dici di parlare dopo il film? Ti va di guardarlo assieme a me? -Certo. -Grande. Iniziai a guardare la televisione in maniera distratta. Più cercavo di rimanere con lo sguardo fisso sulle immagini, più finivo per guardare Marzia. Era cambiata. Aveva un nuovo taglio di capelli che le donava molto, un top svolazzante e una gonnellina estiva che metteva in risalto delle cosce lunghe e affusolate. Il seno era acerbo come sempre, un po’ come le modelle delle grandi passerelle. Cercai di non guardarle le labbra. Erano di un rosa acceso, carnose e ben delineate. Dovetti nascondere la mia erezione accavallando una gamba. Marzia si avvicinò. Era stupenda. Era il frutto proibito. Era tutto ciò che non potevo avere e al contempo l’unica cosa che desideravo con tutto me stesso. Si avvicinò ancora un po’. Le nostre spalle si toccavano. Non disse nemmeno una parola, si limitò ad allungare il braccio, facendo scendere la sua mano sul mio membro. Ad un tratto l’erezione che covavo non era più un segreto, bensì un qualcosa di concreto e reale. Restammo in silenzio, con lo sguardo impegnato a fingere di seguire le immagini del televisore. La sua mano scivolò sotto i miei pantaloni e i miei boxer. Iniziò a stringere il mio pene inturgidito con le sue dita esili. Riuscivo a sentire anche il suo anellino d’argento, mentre la sua mano era impegnata a masturbarmi vigorosamente. -Ti piace?- disse, interrompendo quel silenzio surreale. -Sì.- risposi, ansimando. Infilai una mano nel suo top, arrivando a solleticarle un capezzolo irto. Avevo sognato quelle tettine milioni di volte, adesso erano tra le mia dita, intente a stuzzicarle. Cosa dovevo fare? Dovevo limitarmi a vivere la cosa in maniera del tutto passiva? Dovevo forse impormi con un gesto mascolino? Le fantasie sessuali si rincorrevano nella mia testa. Fermai la mano di Marzia, afferrandole il polso. Sbottonai i miei pantaloni per poi calarmeli fino alle caviglie, dopodiché misi una mano sulla testa di mia cugina e la spinsi sul mio cazzo. Lo accolse nella sua bocca umida, quella stessa bocca che mi stava facendo impazzire fino a qualche minuto prima. Quella stessa bocca che adesso cingeva il mio cazzo. La sua testa bionda continuava a salire e scendere, cercando di provocarmi un orgasmo. Era uno dei migliori pompini della mia vita. Feci scivolare la mano sulle sue chiappe, dopo averle sollevato la gonna ed essermi fatto strada nelle sue mutande. Le sfiorai la fica. Era bagnata. Cominciai così a giocare con il buchino del suo culo, mentre Marzia continuava a succhiarmi il cazzo a ripetizione. Iniziai ad infilarle la punta dell’indice e falange dopo falange arrivai ad infilarle tutto il dito nel culo. Un lieve sussulto di piacere mi fece esplodere in un orgasmo. Marzia fece per allontanare la testa, ma io la spinsi in giù con entrambe le mani, facendole ingurgitare tutto il pene, eiaculando l’amplesso nella sua gola. Il mio sperma nella sua bocca. Quella bocca così perfetta e inumidita dalla saliva. Marzia riemerse dal mio orgasmo e sorridendo disse -Mi piace questo film.

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Amo il culo di Federica.

Amo
il culo di Federica. E’ bello trattare Federica come una cagnetta,
lanciare il giornale perchè lei me lo riporti, farmi fare un pompino
prima di colazione. E’ bello averla sempre inginocchiata sotto il
tavolo, tra le gambe della mia sedia. Federica è una brava cagnetta,
silenziosa, ubbidiente, scrupolosa. Ma il suo culo …. è la prova
dell’esistenza di Dio. Mi piace farla stare piegata a 90 gradi sulla mia
scrivania, con le mutandine abbassate e il culo in fuori, per delle
ore, mentre studio, telefono, guardo la tv. Le mie mani sono sempre su
di lei, o dentro di lei, in quella fica stretta dall’odore dolce e
salato insieme, o nel buchetto piu’ stretto, che lei rilascia perchè la
possa scavare meglio.

A volte, quando sono piu
eccitato, la prendo per scoparle la fica, o per incularla. Lei solleva
un pò il culo per favorirmi, ma non più di tanto. E’ pigra, vuole  che
faccia tutto io. Se la sbatto con più forza, geme di piacere, dimena
la testa ma non mi chiede mai nulla di più. Quando ho finito, avvicino
il cazzo alla sua bocca perchè me lo ripulisca con la sua saliva. Questo
lo fa con precisione, con dedizione: le piace sentire in bocca il cazzo
del suo parone. In fondo mi vuole bene. Stasera la vestirò da ponygirl e
la porterò ad un’esposizione. Federica ama essere esposta. Per lei ho
preso un coda di veri peli di cavallo, con un butt plug in vetro molto
grande. Sarà un piacere lubrificarla e riempirla con il butt plug.
Federica odia il frustino, ma stasera ne ho comprato uno apposta per
lei. Lo collaudo subito, lasciandole tre segni rossi sulle sue
bellissime natiche rosate. Sugli occhi di Federica spuntano dei
lucciconi, e mi dice che sono un sadico pervertito. Ma mi ama.

Alcuni
ospiti cominciano ad arrivare. Federica mi sussurra nell’orecchio che
deve pisciare. Le ordino di farla in un bacile bianco preso da uno dei
bagni. Lei diventa rossa, mi sussurra: “Sei un porco” e si accoscia sul
bacile. La amo quando fa così.  Un uomo mi chiede di usare la sua bocca,
ed io, ovviamente, acconsento. Quando Federica si avvicina a noi, con
l’espressione imbronciata, le faccio segno che deve soddisfare l’uomo.
L’uomo, un orrido sessantenne dal viso butterato, non sta nella pelle.
Federica si inginocchia davanti all’uomo e, guardandomi con sdegno,
estrae il suo cazzo e lo succhia …

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RACCONTI EROTICI: Padrona per una notte..

E’ venerdì sera. uscendo dal mio studiosto gia’ pensando che sono pronta a tutto, tranne che rincasare.
Stasera non mi va, stasera non torno.
Le mie figlie sono fuori e lui certamente sta già aspettando gli amici, per la solita notte di poker.
Faccio tutto con comodo; mangio qualcosa alla trattoria che hanno aperto da poco, a pochi isolati dal mio ufficio.
Il parcheggio è pieno, il locale stipato; tuttavia, io sono sola e quindi mi rifilano un posticino piccolo piccolo, nascosto dal classico frigo delle torte gelato.
Tutto è regolare, fin troppo, sino a quando la suoneria di un telefonino mi raggiunge.
Riconosco quella melodia, l’ho già sentita. Da chi, però?
Sbircio tra i tavoli e vedo mio cognato. E’ sua, quella suoneria.
Faccio per alzarmi, … mi accorgo appena in tempo che l’adorato cognatino non sta godendosi la compagnia di mia sorella.
La cosa non mi stupisce più di tanto. Nonostante sia mia sorella, sangue del mio sangue, l’ho sempre ritenuta una donna troppo mite; troppo docile, per come lui si propone. Aspetto quindi l’attimo nel quale lui si gira, per alzarmi, pagare il conto ed andarmene.
Vedere quella scena, però, non mi è assolutamente piaciuto, e, “Se mia sorella è una placida donna, io non lo sono affatto”,penso.
Ripercorrendo la via di casa, decido di chiamarlo. Con la sua voce al telefono, azzardo un “Disturbo?” e un “Dove sei?”
Lui dice “Non disturbi affatto, mia cara, sono ad una cena di lavoro”.
“Dev’essersi alzato in piedi”, penso, a giudicare dal silenzio assoluto attorno a lui.
Da bravo puttaniere, aggiunge “Sapessi che palle, ma sai com’è…”
“Certo, certo!”, gli do corda. “Non voglio trattenerti, volevo solo chiederti se domani mattina
vieni con me “alla soffitta”. Mi hanno chiesto di allestire il locale per la serata fetish e mi rompo , ad andarci da sola. Così mi son chiesta se…”
Neppure il tempo di finire il discorso, che già mi chiede quando vederci. Decidiamo per le 11, davanti al locale. Lo avviso che faremo tardi, probabilmente e che, alla soffitta, non c’è campo, e che il cellulare non prende.
“Non preoccuparti”, dice lui, “avviso Carla”.

Il locale, in realtà, deve essere pronto per la sera di lunedì, e solo io ho le chiavi del portone, e saranno ormai tre giorni che ci sto lavorando dentro.
Arrivo prima di lui, e lo avviso con un sms, dicendogli che non lo aspetto fuori.
Mi spoglio dei miei abiti e inizio a curare ogni mio dettaglio; indosso calze in latex nere, agganciate al reggicalze di un accattivante bustino nero intrecciato sul seno.
Le scarpe, altissime, sono rigorosamente lucide e nere
Ogni cosa ha questo colore; tutto, tranne il mio umore.
Slego i miei lunghi capelli, e mi trucco alla luce della lampada in bagno; fisso i miei occhi, riflessi dallo specchio.
Puntualissimo, lui suona. Mi affretto quindi ad abbassare le luci. La porta si apre, grazie al tiro posto sotto al bancone. Spunta in cima alla scalinata.
“Lucrezia!”
Rispondo “Scendi, sono giù. Aspettami sul palco!”
Grido, e i miei occhi lo osservano. So che ama il fetish. Lo lascio quindi salire sul palco, ad armeggiare con gli attrezzi… immagino che si stia eccitando.
Aspetto un altro po’, ma risalgo la scalinata e chiedo se può farmi da cavia.
“Cosa devo fare, dimmi?”
Mi siedo in un punto buio, e chiedo di indossare le polsiere della croce di Sant’Andrea.
Lui sorride, sembra quasi imbarazzato. Ma io so che lo vuole. Insisto; e, di certo, non fatico.
Il primo polso è agganciato. “Prova a mettere anche l’altro. Ci riesci?”
Lui risponde “E’ faticoso, ma non impossibile”. Di certo, l’eccitazione di quei momenti, lo porta a impegnarsi per agganciare anche la seconda polsiera.
“E… ed ora, spalanca le gambe, e dimmi se sei comodo. Descrivimi cosa provi”
Lui blatera qualcosa. Gli chiedo se è solito fare questo tipo di cose, o se fanno parte solo dei suoi sogni irrealizzati.
 “Ma che dici?”, mi risponde ridendo.
“Perché? Vuoi forse dirmi che mia sorella non ti permette queste cose?”
“No, non è quello, ma sai…”
Io allora inizio a scendere lenta la scala. Lentissima. Non mi vede ancora; io parlo e lui mi risponde.
Mentre scendo, azzardo un “…e così, tradisci mia sorella…”
In un tono perentorio, spara un “Certo che no”.
… mi fermo; predo dalla poltrona le mie fruste e continuo a scendere la scalinata.
Da come mi guarda, deve aver capito (o quantomeno, intuito) le mie intenzioni…
Accenno ad una mezza risata, dicendo che deve star tranquillo. Salgo finalmente sul palco
e mi trovo faccia a faccia con lui. Deglutisce a fatica, mentre, con il frustino, lo accarezzo tra le gambe. “Gradisci della musica?”.
Ma nemmeno aspetto la risposta; e già una musica blues accompagna il mio gioco.
Come una pantera, giro attorno alla croce, godendomi la sua espressione di curiosità e paura.
Mi fermo dietro a lui; le mie mani tirano i capelli verso me. “Mi fai male! Sei matta? Dai, smettila!”
“Oh no, non lo sono. La matta è mia sorella, ogni volta che ti crede!”
“Scusami , ma proprio non ti capisco. Se è uno scherzo, ti dico che sta diventando di cattivo gusto!”
“Ah, si??”
Torno davanti a lui, e prendo a slacciargli la camicia. Le unghie gli solcano il collo, fino ad arrivare al petto. So che non mi importerà nulla, di ciò che mi dirà. Delle preghiere che urlerà.
Con una mano afferro decisa i suoi coglioni, chiedendogli se li ha, e vuole essere così gentile da tirarli fuori.
“Slegami, liberami!”. Io lo rassicuro, “Tranquillo, lo faro”.
Il suo sesso ormai è duro, decido così di liberarlo. Passo la frusta sulla cappella e, ogni tanto, lo schiaffeggio. Passo la mia lingua, lenta, sul collo. Mordo i bordi delle sue labbra.
“Che ne dici, vuoi essere il mio cane?”
Gli faccio indossare il collare ed il guinzaglio. Scatto qualche foto.
“Mi spieghi, perché a me?”
“Semplice. Sono la parte peggiore di mia sorella. Sono ciò che lei non avrà mai il coraggio di essere. Ricordi quante volte mi ha detto che ero il suo opposto?”
E continuo. “Ed ora dimmi: ieri dov’eri?”
Lui dice “Ad una cena di ….”
La mia mano strinse nuovamente i coglioni.
“Dove, scusa?”
“Si, devi credermi”, arrendendosi ai miei desideri.

Inizio a slacciare la prima manetta dal suo polso. Cerca di scagliarsi contro di me.
“Stronza, sei una stronza!”
Scoppio a ridere e gli ricordo che la padrona sono io, e che non sarebbe facile spiegare certe foto a quella perbenista di mia sorella.
e dico “se devo essere sincera, nemmeno la serata di lavoro che hai trascorso, guarda caso, con quelle due puttanelle”
Il mio gioco prosegue
“…ed ora inginocchiati!”. Lui capisce che non scherzo. “Anzi, sai che ti dico? Spogliati, ed indossa quel paio di pants nere. Spicciati!”
Lui dice “Ma… ! Posso spiegarti…”
“Ti ho detto, spogliati”
Veloce si toglie ogni cosa, e lo ritrovo come il migliore dei cagnolini ai miei piedi.
“Ed ora vieni, andiamo a fare un giro per la sala”.
Salgo e scendo sulla gradinata per quasi 5 minuti, poi lo porto verso il bancone del bar. Riempio con dell’acqua il secchiello del ghiaccio e lo faccio bere come avrebbe desiderato il mio cane.
Seduta sullo sgabello, dondolavo la gamba. “Ehi cane! Ti piace la gamba della tua Padrona?”
“Certo, moltissimo!”. Lo colpisco con il piede, ricordandogli che era un cane e perciò non poteva parlare. “Avvicinati, ora”. Faccio così; due carezze sotto al suo mento, mentre lo accarezzo tra le gambe con la scarpa.
 “Se ti piacciono le scarpe della tua Padrona, potresti dimostramelo …del resto, ti manca solo la parola, questo si sa”. Non se lo fa ripetere.Inizia a passare la sua lingua lungo il tacco a spillo.
“Bravo, bene continua … mi piace vederti così!! Ti prometto che, quando avrai finito, avrai una ricompensa”. La sua lingua consuma le mie scarpe, sino ad eccitarmi. Mi diverto, a passare sui miei capezzoli e sopra la sua schiena, il ghiaccio del frigo bar. Vedo i brividi scorrere sul suo corpo e questo mi fa impazzire. “Ora stai fermo. Da bravo, stai seduto su due zampe”.
Mi siedo così, comoda sul bancone, e appoggiando i piedi sugli sgabelli, prendo a fargli vedere cosa sapevo fare con quel frustino. Non mi toglie gli occhi di dosso, la sua bocca quasi sbava. Io inizio a far scivolare il manico del frustino sotto lo string di latex, divertendomi a far schioccare gli elastici del reggicalze, a fargli ricordare che ciò stava vivendo, non era un sogno.
“Ora riprendi da bravo, a leccare”
Riparte così dal piede, ma, preso da un raptus di voglie, si ritrova presto con il viso tra le mie cosce.
“Ehi, ma come osi! Vergognati!”. Lo frusto più volte sulle natiche, per poi dirgli che, forse, ero stata troppo cattiva e che per farmi perdonare, gli avrei permesso di tornare con il suo muso tra le mie gambe. La sua lingua allora raggiunge la mia natura. “E’ bravo”, penso stronzamente. “Persino sprecato, per quella santa donna di mia sorella”.
“Voglio alzarmi, spostati!”. Come una cagna scodinzolo il culo vicino al suo viso.
“Che aspetti? Non mi vuoi?”. Come una furia, le sue mani mi prendono sui fianchi. Mentre lo string stava scivolando a terra, mi giro, mordendo la sua bocca e il suo collo.
Voglioso, finiva di liberare i seni dal bustino, mentre la mia lingua indecente lo cercava, godendo ad ogni suo cedimento.
“Forse mi aveva sempre desiderata”, penso.
Inizio a camminare, di nuovo, portandolo a 4 zampe, verso i divanetti. Metto al centro del salottino di specchi, e lo supplico di fare quel ciò che un cane avrebbe fatto.
Con violenza mi prende. Mi gira con il viso rivolto verso lo schienale. Sento finalmente mordere la mia schiena, il mio collo. Schiaffeggiare il mio culo; sembrava ed ansimava veramente come un cane.
Montandomi come un ossesso, avrebbe voluto dirmi tanto, lo sentivo. Ma sapeva che sarebbe stato peggio. Continuava così, in quel possedermi, sino a sfilarlo, e venirmi sulla schiena.
Era stato bravo, dovevo ammetterlo. Slaccio il suo collare e riprendo a salire la scalinata.
“Vai, sei libero” gli dico, mentre divertita gioco con la frusta.
Eppure…non sono ancora soddisfatta …

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