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racconti la vicina sexy

SPINGERSI OLTRE

Quelle poche indicazioni ti dicono già tutto: parcheggia, sali le scale, la porta sarà aperta, entra e richiudila alle tue spalle.
Sento il tuo passo che si avvicina, il rumore dei tacchi che cerchi di attenuare per un finto pudore, la serratura della porta che scatta appena accompagnata per fare piano. Ora sei lì ferma per un istante rivolta verso quell’ingresso che hai appena attraversato, le mani ancora appoggiate una sulla maniglia e l’altra sul pannello della porta. Sembra quasi che sia sfuggita al pericolo, invece tu stessa sai che il vero timore dell’ignoto è ora alle tue spalle; lì c’è quel desiderio di affidarti, di sperimentare e scoprire.
Ti volti e quella busta che penzola proprio davanti ai tuoi occhi fa scattare l’adrenalina fino a seccarti la gola, contiene le istruzioni che eseguirai alla lettera, le regole del gioco, contiene la chiave per uscire quando vuoi, è la tua garanzia, è il tuo desiderio di spingerti oltre: è quello che desideri,ora comincia il tuo viaggio.
Lo so, mentre ti sfili l’abito attillato e lo lasci cadere sulla panca, mentre togli orecchini e bracciali ti chiedi dove sono, in quale angolo di quella stanza che non conosci, quale penombra è la mia complice. In quella veste fatta di un completino nero e di un reggicalze che incornicia tutta la tua femminilità muovi i pochi passi che ti separano da quella parete. Uno, due, tre,quattro. Un percorso infinito prima di metterti fronte al muro, stringendo nella mano un paio di calze nere che ti era stato ordinato di portare, ti appoggi alla parete… un respiro …”Sono pronta”.
Mi avvicino senza sfiorarti, avverti solamente il calore del mio respiro sul tuo collo, senti come se il mio sguardo ti riscaldasse la pelle, capisci che ti sto ammirando, ti scopro. I palmi delle mani sul dorso delle tue, con delicatezza prendo una delle calze che hai portato ed inizio a bendarti. Chini leggermente la testa all’indietro e la luce si spegne. Mi assicuro che ti senta tranquilla e per risposta ti giri di scatto buttandomi le braccia al collo: il tuo cuore trasmette tutto il desiderio con pulsazioni impazzite.
Non hai il tempo di capire e sei già sollevata da terra, attraverso stanze a te ignote, senti odori, calore, freddo, scale, è un susseguirsi di luoghi che non ti appartengono e che la tua testa trasforma in un labirinto, finisce solo quando ti senti appoggiare su un letto. Un istante di quiete e subito i tuoi polsi e sono avvolti da morbide corde, capisci subito le conseguenze: sei legata. La testa si sforza di intravedere un barlume di luce ma è inutile, ora nella tua immaginazione vedi solamente una candela, forse più di una… e poi il buio tuo complice.
Le mani sul tuo corpo interrompono ogni pensiero, calde e decise sollevano di poco la tua nuca, ti bacio avidamente. Mia, come la mia preda nella tana, un mezzo sorriso restituisce tutta la tranquillità dopo quei baci: mi dici “baciami ancora!”
Ma non sei nella condizione di dare ordini, scopro il sapore della tua pelle, il turgore dei seni tra le labbra, il calore del respiro mentre scendo e risalgo; indugiando a lungo sui bordi della biancheria: confine tra il desiderio e la realtà.
Bagnata, fremi perché ti penetri mentre con la lingua esploro la tua intimita’, ti stuzzico, affondo; esplodi in un orgasmo che portavi dentro da troppo tempo.

Vedere la tua schiena inarcata, sentire i gemiti, sapere che quei legacci sui polsi ora sono i tuoi complici per aggrapparti mi eccita.
Intingo nella tua bocca un piccolo butt plug in metallo, lo senti freddo, lo inumidisci e quasi sei restia a lascartelo sfilare perché sai che è destinato al tuo lato b; con delicatezza e fermezza lo senti poco dopo mentre affonda tra le tue natiche, si incontra con due dita che ti penetrano la vagina senza ritegno: ti chido “chi sei?”, dillo… quando rispondi “sono la tua puttana” sto già indugiando col mio cazzo tra le labbra di quella figa umida e vogliosa.
Ti scopo con decisione, è quello che voglio, è quello che vuoi. Vieni di nuovo, vengo anch’io dentro di te.
Qualche secondo in cui i nostri respiri sono all’unisono, ti sciolgo i polsi, tolgo la benda.
Ti bacio, mi baci
Buonasera…
…Buonasera… a te

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confessioni proibite

Una volta le confessioni restavano un segreto a tre: il penitente, il prete confessore, e il Padreterno.
Ma nell’era della tecnologia, la privacy del Segreto Confessionale può essere violata con estrema facilità: basta un microfono wireless nascosto nella cabina del confessionale per carpire tutto ciò che viene detto.
È questa l’idea che è venuta a me – Francesco – e Rosario, un mio amico.

Abitiamo in un paesino dell’entroterra siciliano. Qui c’è ancora una cultura retrograda e tradizionalista; tutti casa & chiesa. A cominciare dai miei familiari: il babbo non fa un passo senza prima consultare la lista dei 10 comandamenti, e la mamma sta tutto il giorno a sgranare rosari, con un vestito castigatissimo che non le lascia scoperte neanche le caviglie.

Vi chiederete: come siamo messi a figa? Beh, qui col contagocce. Fra le ragazze c’è ancora la mentalità del restare illibate fino al matrimonio (e se per caso qualcuna te la smolla, ti conviene NON farlo sapere in giro: potresti ritrovarti davanti all’altare nuziale, con un parente della disonorata che ti tiene un coltello puntato alla gola).

Il prete, DON CELESTINO, è un omaccione che presiede la nostra parrocchia da almeno un milione di anni. È grande come un armadio e ha due mani che sembrano badili; non si sgarra con Don Celestino. Se io e Rosario volevamo fare ‘sta bravata del microfono nascosto nel confessionale, dovevamo stare MOLTO attenti a non farci scoprire da lui, o ci avrebbe fatto sputare i denti a bastonate.

I giorni delle confessioni sono il venerdì e il sabato, tra le 2 e le 4 di pomeriggio.
Funziona così: quando Don Celestino entra nel confessionale, all’esterno si accende una lucina che indica ai fedeli che il prete è pronto a ricevere i penitenti.

*****

Oggi è venerdì, così io e Rosario nascondiamo il microfono nel confessionale e dopo ci piazziamo fuori dalla chiesa con uno smartphone.
Puntuale, alle 2.00 Don Celestino inizia a ricevere le prime confessioni. Noi ascoltiamo tutto tramite l’audio del telefonino.
Purtroppo non sentiamo nessuna rivelazione significativa; qualche furtarello, qualche bestemmia, qualche sbronza…
L’unica confessione che attrae il nostro interesse è quando una donna dice:
– «Ho tradito mio marito.»
Ma Don Celestino si limita a replicare:
– «Male, figliola. Per penitenza, recita 30 Ave Maria e prometti di non cadere più in tentazione.»

Rosario commenta deluso:
– «Maledizione…Tutto qui? Speravamo di ascoltare qualche dettaglio piccante, e invece…»

– «Il problema è che Don Celestino non insiste sui particolari», aggiungo io, «Si limita a prendere nota del peccato per sommi capi e poi dà l’assoluzione.»

– «Già, ci vorrebbe un confessore che spinga di più sul chiedere dettagli…»

PING! Una lampadina mi si accende nella testa, formulando all’istante un piano diabolico.

– «Riascoltiamo la registrazione, Rosario.»

– «Ma l’abbiamo già sentita, non c’è nulla di interessante…»

– «Sì, ma stavolta non dobbiamo fare caso a quello che dice il PECCATORE, bensì a quello che dice il PRETE!»

– «E perché?», chiede lui confuso.

– «Cazzo, Rosario, ma sei proprio tardo! Dobbiamo imparare la formula usata dal confessore, così possiamo SOSTITUIRCI A LUI nel confessionale senza destare sospetti.»

Rosario rimane intrigato dalla mia proposta.
– «Bell’idea…Ma come facciamo a neutralizzare Don Celestino durante l’orario delle confessioni?»

Vero. Questo è il problema principale. Ma la mia mente machiavellica trova subito una soluzione.
– «Ascolta, Rosario: io ho in casa un potente lassativo. Domani basterà metterne un po’ nel vino del Don, così dopo pranzo sarà occupato per un’oretta sul cesso. Per lui ritardare un po’ non è un problema; tanto sa che finché la lucina esterna del confessionale non viene accesa, nessuno si presenterà per le confessioni.»

Rosario gongola:
– «Complimenti, France’…È un piano perfetto, degno di Wilcoyote!»

(Al che, io mi tocco le palle ricordando che i piani di Wilcoyote non funzionano MAI…)

*****

Il giorno seguente, all’ora di pranzo entriamo in azione.
Mettiamo di nascosto il lassativo nel vino di Don Celestino, e verso le 2.00 prendiamo le posizioni concordate.
Io mi piazzo all’esterno della chiesa, mentre Rosario si nasconde sul pulpito. Da quella posizione può controllare sia la porta del bagno della Canonica che l’interno della chiesa.

Poco dopo mi arriva un SMS da Rosario: “Tutto OK! Il Don si è chiuso ora nel cesso e sembra che ci starà per un bel pezzo. Via libera!”
Gli mando un messaggio di conferma ed entro in chiesa. Mi intrufolo nel confessionale, accendo la lucina esterna, e resto in attesa.

Dopo qualche minuto sento che la porta sull’altro lato si apre, e dalla grata divisoria mi giunge una voce femminile:
– «Mi perdoni, Padre, perché ho peccato. Ho avuto pensieri impuri su un giovane del paese, e ho fatto sesso con lui anche se non siamo sposati.»

Wow…Ho agganciato subito un pesciolino interessante! Ora devo incalzarla in modo da spremerla a fondo.
(Imitare la voce di Don Celestino non è difficile; in più la parete distorce le voci quanto basta per renderle irriconoscibili, sia da una parte che dall’altra.)

– «Capisco; hai commesso un peccato carnale senza essere maritata. Questo non è bene, figliola.»

Lei: – «Purtroppo non è tutto qui. Mi sono innamorata anche di un ALTRO giovane, e ho cominciato a frequentarli entrambi all’insaputa l’uno dell’altro.»

– «Uhm…Hai una relazione segreta con due uomini, dunque?»

Lei: – «Sì…Ma poi è successo un fattaccio: una sera a casa mia, mentre mi incontravo col primo, si è presentato anche il secondo per farmi una sorpresa. Lì hanno scoperto tutto. Mi sono messa a piangere dalla vergogna…»

– «E loro?», la incalzo io.

Lei: – «Invece di arrabbiarsi, mi si sono avvicinati per consolarmi. Hanno cominciato ad accarezzarmi, poi uno si è tirato giù la lampo dei pantaloni e…Beh, inutile dirglielo, Padre, ha già capito…»

– «No, figliola, io devo sapere OGNI MINIMO DETTAGLIO, per poter stabilire l’entità del peccato commesso. Quindi, mi raccomando: raccontami tutto senza tralasciare nulla.»

Lei: – «Io…ho preso in mano il suo…ehm…cosino…»

– «No, no, macché “cosino”, sentiti libera di usare un linguaggio schietto e spontaneo…Di’ pure “cazzo, culo, figa”, quello che vuoi…Per un prete è la sostanza che conta, non la forma.»

Lei: – «Come vuole, Padre…Dunque, insomma gli ho preso il cazzo in mano e ho iniziato a fargli una sega. Intanto l’altro mi palpava le tette e…Oh, ma devo proprio continuare? Mi vergogno…»

– «Figliola, ricordati che Dio sa già tutto. Raccontarlo anche a me servirà solo a scaricare la tua coscienza. Quindi vai avanti senza imbarazzo.»

Lei: – «Dunque…Senza quasi rendermene conto, mi sono ritrovata un cazzo in bocca e uno in figa…Per un po’ si sono dati il cambio in questo modo, e a me piaceva moltissimo…Ma poi, mentre ne cavalcavo uno, l’altro mi si è messo dietro e me lo ha messo nel culo a tradimento…»

– «E tu hai tratto lascive sensazioni da quel rapporto contronatura? Sii sincera, non puoi mentire di fronte all’Onnipotente…»

Lei: – «All’inizio no, il sedere mi bruciava…Ma poco dopo mi sono abituata e…Sì, mi è piaciuto, ho cominciato a godere come una scrofa pregandoli di non smettere…E dopo qualche minuto ho raggiunto un orgasmo pazzesco…»

– «Male, molto male…Il diavolo entra in noi proprio attraverso i piaceri della carne. Ma vai avanti, povera donna sfortunata…»

Lei: – «Alla fine mi hanno sbor…mi hanno eiaculato in faccia. E mi vergogno a dirlo, ma mi è piaciuto molto. Infine mi hanno proposto di incontrarci di nuovo tutti e tre insieme, e che il cielo mi perdoni, gli ho risposto di sì…»

Io sto facendo una fatica tremenda per non scoppiare a ridere, comunque mi sforzo di mantenere un tono severo:
– «Figliola, quello che mi hai raccontato è molto grave. La tua penitenza sarà questa: dovrai continuare ad incontrarti coi tuoi due spasimanti, ma sempre & solo in coppia. E farti possedere nelle tue cavità impure tante di quelle volte fino a quando non ne ricaverai più piacere.»

Lei: – «Ma che strano…Non ho mai sentito di una penitenza del genere…»

– «Non dubitare di chi parla per bocca del Divino, donna sciagurata. Ora puoi andare.»

Lei: – «Ma…Padre, mi manda via senza darmi l’assoluzione?»

Ostia, mi ha colto in contropiede…Come diavolo è la formula? Devo improvvisare in fretta.
– «Ehm…Certo, certo…Ego te absolvo curriculum vitae quo vadis ora et labora lupus in fabula…AMEN!»

Uff!…Temevo di tradirmi col mio latinorum ad cazzum, ma è andata bene. Sento infatti che la tipa, chiunque sia, esce dal confessionale e si allontana.

Io mi sento gasatissimo per il successo della missione. Prendo il telefonino e mando un SMS a Rosario: “Chi era quella che è entrata?”
Mi arriva la sua replica: “Carmela, la maestrina della scuola elementare.”
Rispondo: “Wow! Sapessi cosa mi ha raccontato…Ti dirò più tardi; lì nessun segno di Don Celestino?”
Lui: “No, sta ancora al cesso.”
Io: “Ok, adesso esco. Ci vediamo fuori dalla chiesa.”

*****

Faccio per alzarmi, quando sento che l’altra porta del confessionale si apre di nuovo. Già; avevo dimenticato di spegnere la lucina all’esterno.
Beh, poco male; finché Rosario non mi avverte dell’arrivo di Don Celestino, c’è tempo per ascoltare un’altra confessione. Sperando che sia interessante come quella di poco fa…

– «Mi perdoni, Padre, perché ho peccato», dice una voce femminile dall’altra parte. La parete distorce il suono, ma dal timbro direi che sia una donna di mezza età.

– «Ti ascolto, figliola.»

La sua risposta è un sussurro:
– «Celestino, sono io…La tua troiona vogliosa e insaziabile!»

Trasalisco incredulo. Oh, questa poi! Il nostro parroco ha una tresca segreta con una paesana?!

– «S-sì, ho capito chi sei…Ehm…Vai avanti, figliola…»

Lei: – «Macché “figliola”, lo sai che devi chiamarmi “Scrofa, puttana, baldracca”…È quello che sono!»

– «Ehm…Certo…Dimmi tutto, lurida mignotta!», le rispondo di getto, cercando di non tradirmi.

Lei: – «Ieri sera ho pensato a te, e non ho potuto fare a meno di bagnarmi come una cagna in calore. Ho preso una zucchina e me la sono infilata nella figa, immaginando che fosse il tuo grosso cazzo. Ma non mi è bastata.»

– «Sei proprio una schifosa bagascia. E allora cosa hai fatto?»

Lei: – «Ho preso una candela e me la sono ficcata nel culo. Ma era troppo poco. Così ne ho aggiunta un’altra, e infine una terza. A quel punto ho cominciato a muoverle avanti e indietro, sempre più velocemente, pensando alla tua verga lunga e dura…»

Io sono sempre più sconcertato. E tra le sue parole e il tono di voce lascivo, il cazzo mi è diventato duro come il marmo.

– «Che porca! E poi…ehm…hai goduto, alla fine?»

Lei: – «Oh sì, come una vacca! Mi basta ripensarci per bagnarmi come una fontana. Anche adesso mi sto ficcando le dita nella figa fradicia. Apri la porticina magica, che ti faccio sentire!»

Sento bussare sulla parete in basso. Vedo così uno sportellino che prima non avevo notato, all’altezza delle ginocchia. Si può aprire solo dalla mia parte.
Tolgo il chiavistello, e subito dopo lei ci infila una mano fino al gomito, puntando indice e medio verso l’alto.
Le sue dita sono tutte bagnate, odorose di umori vaginali. Non ci penso due volte e inizio a succhiarle avidiamente.

– «Uhmmm!…Che sapore delizioso…Te la ciuccerei tutto il giorno, questa bella manina…»

Lei: – «Sai bene che quella “manina” può fare ben altro, porcello d’un parroco!»

Mi sfila la mano di bocca e la abbassa, cercando a tastoni il mio inguine. Mi sbottona i pantaloni ed estrae l’uccello in tiro.
– «Wow, Celestino…Non eri mai stato così pronto, le altre volte!», la sento dire.
Inizia a segarmi, e ovviamente la lascio fare, sconcertato da quella incredibile situazione.

Lei: – «Ohh! Ma senti che randello, oggi…»

– «Fo…forse è per causa dei succhi della tua fregna immonda…Fammene assaggiare ancora un po’…»

Lei: – «Vieni ad abbeverarti direttamente alla fonte di acqua santa, confessore!»

La sua mano mi fa un cenno di invito con l’indice prima di ritrarsi dietro l’apertura.
Non mi faccio pregare: infilo a mia volta la mano nella feritoia, e procedo a tastoni sulle sue gambe fino a raggiungerla tra le cosce.
Scosto le mutandine e le passo un dito sulla fica fradicia, poi le introduco l’indice fino in fondo. Lei spinge in avanti il bacino per offrirsi meglio alla penetrazione.
La sento gemere di piacere, e a quel punto le aggiungo anche il medio nel culo. Poi inizio a muovere le dita avanti e indietro, eccitatissimo.

Lei: – «OOOWWHH!! Sìììì…Scaccia il demonio dai miei buchi impuri, esorcista!»

Aumento il ritmo della doppia penetrazione di dita, e pochi secondi dopo la sento contorcersi mentre ansima forte. È chiaro che sta trattenendo delle urla orgasmiche.
Ritraggo la mano, compiacendomi dell’effetto ottenuto. Dall’altra parte gli ansimi calano pian piano.

– «Ti è piaciuto, vero, sporcacciona? Dillo che Don…che io non ti avevo mai fatta godere così prima d’ora!»

Lei: – «Ahhh!…Sì, oggi sei stato un vero diavolo…Meriti un premio, pretonzolo mio…»

Vedo la sua bocca apparire sul fondo della feritoia, con la lingua che rotea lascivamente attorno alle labbra rosse. Il messaggio è eloquente, ed è un’occasione che non posso lasciarmi sfuggire.
Mi inginocchio in modo da inserire l’uccello nella feritoia, e subito dopo lei inizia a spompinarmi con una abilità da mignotta scafata. La libidine mi prende la testa.

– «Ohh!…Che brava, la mia porcona…Di’ la verità, vacca: quanti ne hai presi?»

Lei: – «Mmhh…Un esercito…SLURP!…E chi li può contare? Non so nemmeno di chi siano i miei figli, con tutti i cazzi che mi hanno sborrato dentro!…SSSHUCC…»

Non posso credere a quel che sta succedendo: sono lì appiccicato alla parete divisoria del confessionale, mentre una sconosciuta mi sta facendo un pompino da favola!
L’eccitazione è incontenibile. Le vengo in bocca, e lei ingoia tutto quanto. Cristo, che sborrata!

Lei: – «Maiale d’un prete, mi hai riempito lo stomaco…Spero che te ne sia rimasta un po’ per domani, quando verrò a trovarti in sagrestia per farmi rompere il culo, come ogni domenica dopo messa…»

– «Ci puoi giurare, sudicia zoccola…Ti inonderò gli intestini fino ad affogare il demonio che ti possiede!»

Sento che la porta dell’altro lato si apre, e il suono dei suoi tacchi che si allontanano.
Io rimango lì mezzo rincoglionito. Che esperienza! Devo proprio fare in modo di ripeterla…

Vedo che mi è arrivato un messaggio di Rosario sul telefonino, ma in questo momento sono ancora troppo stravolto per prestargli attenzione.
Rimango qualche secondo a ripensare a quel che è appena successo. E chi si immaginava che in paese ci fosse una troia del genere? Devo assolutamente scoprire chi è quella gran puttanona; fosse mai che ci scappa una scopata completa…

Improvvisamente la porta del confessionale si spalanca di colpo…e mi trovo davanti Don Celestino che fa una faccia incredula.

– «CHE CI FAI TU LÌ?», mi grida con tono ammonitorio.

Minchia…Beccato come un sorcio sul formaggio! E adesso?
Dico la prima cosa che mi viene in mente:
– «Io…Sono venuto a confessarmi, Don celestino…Ho visto che la lucina all’esterno del confessionale era accesa, e così…»

Il Don mi prende per un orecchio alzandomi di peso.
– «Imbecille! Quello è il posto del confessore; i penitenti devono accomodarsi nell’ALTRO lato del confessionale! 10 anni di parrocchia e non l’hai ancora imparato, France’?»
– «Ha ragione, Don, mi sono confuso…AHIO!…Mi lasci, vado subito al posto giusto…»
– «Bene, allora sentiamo un po’ cosa hai sulla coscienza, monellaccio!»

Uff!…Se l’è bevuta. Ora però mi tocca stare al gioco e fingere di confessarmi.
Vi risparmio i dettagli, dato che erano almeno 8 anni che non mi confessavo…Comunque sia, alla fine il Don mi lascia andare dopo avermi appioppato la penitenza di recitare 180 Pater Noster.

*****

Poco dopo esco dalla chiesa e mi incontro con Rosario.
– «Minchia, France’…Ma cosa è successo? Eppure ti avevo mandato un messaggio che stava arrivando Don Celestino; non l’hai letto?»
– «Va be’, lasciamo perdere…Piuttosto, dimmi: chi era la donna che è entrata per ultima?»
Rosario ridacchia come se fosse stupito dalla mia domanda.
– «Ma come; non ti eri accorto che si trattava di TUA MADRE?!»

!!!
Resto a bocca aperta.
CAZZO!…Non ci posso credere: mia madre ha una tresca col prete del paese…e mi ha fatto un pompino credendo che fossi lui, mentre la sditalinavo fino all’orgasmo!!
Questo è un po’ troppo, in un colpo solo. Mi accascio di botto sui gradini del sagrato.
– «O France’, ma ti senti bene?», mi chiede preoccupato.
– «Uh…Fammi un favore, Rosario…Vai al bar a prendermi un bicchiere di grappa, va’, che ho bisogno di bere qualcosa di forte!»

*****

Rimango lì da solo. Sono confuso; mi viene da ridere e da piangere allo stesso tempo.

Osservo la gente passare. Sono le stesse facce che conosco da una vita, eppure è come se le vedessi per la prima volta. E mi chiedo quali insospettabili segreti si nascondano sotto la superficie di quella monotona vita di paese.

Domani come al solito mia madre andrà a messa, e sempre come al solito dopo si intratterrà con Don Celestino per chiedergli un qualche “consiglio spirituale”. Una ricorrenza di cui non avevo mai dubitato…prima d’oggi.

Scuoto la testa ridendo da solo come un idiota. La vita è piena di sorprese. A volte belle, altre volte no…però vale sempre la pena di scoprirle. (E mentre vedo Rosario che torna col mio grappino, penso: e se provassimo a nascondere una webcam in sagrestia?…)

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che gran zoccola la contessa

La contessa Francesca Maria Felicita Serbelloni Vien du Marrais posò le “Relazioni pericolose” a faccia in giù sul lettino e si guardò attorno.
Ormai la limonata, sul tavolinetto era tiepida e imbevibile.

Cercò con gli occhi la Marta. Non era a portata di voce, ma non aveva né la voglia né la forza per alzarsi. Sperò che per qualche insana ragione uscisse dalla frescura della casa o fosse sorprendentemente così intelligente da pensare che Lei avesse qualche necessità… Si fermò ad osservare con un pizzico di ammirazione il giardiniere che, imperterrito, continuava ad accatastare legna, rami, erba secca e altri vegetali vari al limitare della radura. Sembrava che per lui il caldo non esistesse. Comunque la sua schiena luccicava di sudore.
Non aveva capito se fosse a causa del caldo o di quello che stava leggendo, ma il suo costume mostrava inequivocabilmente che la sua passera sudava. Si alzò stancamente, strisciò verso il bordo della piscina e si lasciò cadere all’interno. Ormai era la terza volta che provava a rinfrescarsi ma aveva notato che l‘acqua diventava sempre più tiepida. Consultò l’orologio e constatò, con fastidio, che il tempo stava volando.

Alessandro aveva finito di accatastare le sterpaglie e aveva acceso gli arbusti. Il fuocherello iniziale era cresciuto velocemente. Sarebbero diventate cenere in breve tempo, sotto il suo sguardo vigile che controllava la combustione.

Non aveva intenzione di salire dall’altra parte dove c’era la scaletta, perciò, anche se con un certo sforzo, si tirò su e si avviò verso il patio. Nel breve tragitto le sembrò di essere già asciutta: entrò nell’ombra e senti subito che, in effetti, non lo era affatto.
Attraverso la vetrata vide Marta che stava spostando alcune sedie. Sicuramente aveva già predisposto quanto necessario per la serata. Lei francamente non ne aveva assolutamente voglia, ma ormai era un’abitudine consolidata: il 14 Luglio era ormai la data del rinfresco di mezza estate di casa Serbelloni.

Non che gli invitati le fossero particolarmente antipatici, erano ormai tutte vecchie carampane ammuffite, le “amiche” della mamma, buonanima. Solo la Vale aveva meno di sessant’anni e solo per la sua presenza, sempre inequivocabilmente sopra le righe, si riusciva ad avere una decente presenza maschile.
L’anno prima si era presentata con un bellissimo vestito blu elettrico, leggerissimo, trasparentissimo e senza dubbio osceno. Man mano che gli occhi degli uomini la fissavano, lei si eccitava sempre più. I capezzoli cercavano di forare il vestito e si vedevano queste bellissime, gonfie fragole. Aveva fatto arrapare tutta la popolazione maschile, compresa quella che non poteva ormai più far danni.
Alle 10 era scomparsa; mi descrisse con dovizia di particolari come si era fatta ripetutamente sbattere da tre signori non più giovanissimi, ma ancora attivi. Con somma gioia aveva potuto constatare che in effetti uno dei tre, con papillon e scarpe di vernice, era dotato di un magnifico cazzo over-size che l’aveva servita “regalmente”. Li aveva gustati a lungo sul lettino in fondo alla radura, il grosso in figa, un altro stabilmente tra le labbra ed il terzo a smanettarsi poco lontano. Dopo il primo “giro” tra le sue cosce, due dei tre l’avevano “sentitamente ringraziata” e si erano fatti di nebbia.

Era allora che il suo “stallone bianco” come l’aveva definito lei, aveva dato il meglio di sé. Le aveva preso la nuca a piene mani e posizionata sul salsicciotto un po’ barzotto. Capendo subito le sue intenzioni, lusingata dell’effetto che faceva sul navigato compagno, aprì subito la bocca e si apprestò a quello che lei pensò fosse un impegnativo duello.
Come si sbagliava. Lo sentì quasi subito riprendere vigore e man mano che si ingrossava faceva il suo lavoro con sempre maggiore difficoltà. Il profumo del cazzo uscito pochi secondi prima dalla sua passera, il sapore dolciastro dello sperma ma soprattutto la compattezza e grossezza dei suoi coglioni la inebriavano. Cercò con gli occhi il viso dello stallone: sorrideva beato del suo cazzo ormai marmoreo. Pochi secondi e si ritrovò nella stessa posizione di prima. Si preparò a gustarsi la seconda pecora della serata.
Poi il sangue le defluì dal cervello e le si offuscò la vista. Le aveva appoggiato velocemente, troppo velocemente, la cappella al buco e aveva spinto.
Le aveva contemporaneamente comunicato la sua intenzione di incularla e quando la cappella era entrata, lei aveva visto le stelle.
Aveva resistito, strozzato l’urlo che le era salito in gola, ed era crollata sulle braccia cercando di disarcionarlo: senza effetto. Ne aveva dovuto aver inculate un bel po’, perché sapeva come rimanere ben saldo. Era entrata solo la cappella: le disse di star calma, ferma e di aspettare. Le comunicò che il più era fatto. Quando l’aveva scopata, poco prima, aveva visto il suo forellino che si apriva ad ogni spinta, che non facesse la santarellina…l’aveva già dato via da un po’….
Era vero, ma la stazza dei suoi precedenti … non era quella dello stallone; non era stupida e cercò di rilassarsi un po’, nonostante il dolore. Il suo primo sverginatore le diceva di spingere in fuori per farlo entrare. Fece così, ma non le sembrò che il dolore migliorasse.
Si accorse dopo qualche secondo che invece un successo lo aveva ottenuto.
Ora aveva i coglioni dello stallone che sbattevano sulle labbra della figa. Ormai aveva il buco anestetizzato dal troppo dolore.
L’aveva sfondata?
Stava sentendo che aveva cominciato a tirarlo lentamente fuori e lei cercò di cagarlo fuori definitivamente. Era una opzione…ma il bastone ormai aveva aperto una strada, era duro, enorme e aveva trovato un ritmo. Lo prese bene, stavolta, con poco dolore e quando sentì che i coglioni le sbattevano ritmicamente sulla figa, capì che forse si sarebbe potuta divertire. Allungò la destra sotto di sé e prese tra le dita le labbra della passera, le strinse e sfregò i polpastrelli sul grillo con forza, quasi con violenza.
Infilò il medio in profondità, fin dove poteva e sentì distintamente il cazzo che entrava e usciva.
Un po’ di dolore c’era ancora, ma la sensazione del cazzo che le stava aprendo il culo era sublime: si aiutò ancora con la destra e al suo cavaliere la mossa piacque molto, la incitò, dicendole che se lei era d’accordo l’avrebbe servita per un po’… quando uscì completamente e glielo rimise in figa le partì un orgasmo lunghissimo che lei cercò, oltretutto riuscendoci, di ampliare con un robusto massaggio al grilletto.

Stava per crollare rilassandosi, quando senti con stupore che il porco non aveva finito: sentì la cappella rientrarle in culo, senza ostacoli di sorta. La fece girare un poco sul fianco e cominciò la vera cavalcata. Sapeva che questa volta non si sarebbe fermato, né avrebbe cambiato canale. Così fu.
Le venne lungamente in culo e lei sentì distintamente la durezza del cazzo gonfio e ciò che le riversava dentro. Anche se era venuto continuò ancora un po’ e la sensazione del cazzo che lentamente si sgonfiava non fu affatto spiacevole, ora l’inculata era più delicata, leggera.
Spinse leggermente per farlo uscire e ci riuscì facilmente.
Lui, da grandissimo porco le chiese di spingere fuori, voleva vedere il suo sperma uscirle dal culo.
In un primo momento si scandalizzò ma poi… dopotutto aveva appena finito di incularla duramente e lei aveva goduto come poche volte, perché no? … spinse.
Il rumore dell’assordante scorreggia condita con spruzzi di sperma li colse impreparati e dopo una frazione di secondo di stupefatta sorpresa cominciarono a ridere come ragazzini. Più ridevano, più si guardavano in faccia e ricominciavano a ridere.
Lui si lasciò cadere al suo fianco e cominciò ad accarezzarle il seno. Le mormorò all’orecchio che anche se rotto suonava bene … prese cavallerescamente il pugno che lei le aveva dato imbronciata e si accoccolò a cucchiaio dietro di lei. Gli chiese di essere discreto e lui garantì per sé, ma anche per i suoi due amici: sapevano come comportarsi. Le chiese se lei era solita non portare intimo ma lei ridacchiando confessò che quella sera aveva bisogno di sesso. Si accordarono per andare via subito: lei non era in condizioni tali da potersi ripresentare alla festa.

Quando aveva finito di raccontare, la Vale le aveva ricordato che l’anno prima, dopo la festa, era restata in casa per un paio di giorni. Le aveva confessato che non riusciva quasi a camminare, da come aveva il culo bruciante. Ad un certo punto si era preoccupata veramente poiché il gonfiore non accennava a passare. Il suo stallone aveva telefonato tutti i giorni, un po’ preoccupato anche lui. Temeva di aver fatto dei danni. Lentamente tutto ritornò “quasi” come prima. Il suo cavaliere le diede qualche “dritta”, alcune indicazioni, e un paio di cremine adeguate (era farmacista). Passarono insieme tutta l’estate, l’autunno e parte dell’inverno. Da come ne parlava Vale doveva essersi divertita molto. Francesca si ripropose di ritornare sull’argomento poiché aveva la curiosità di conoscere le “dritte” e le “indicazioni”. Lei così non lo aveva mai fatto: anche se quando si masturbava aveva accarezzato spesso il buchino e le era piaciuto molto. Quella sera Vale sarebbe venuta, ma le aveva chiesto esplicitamente di non fare la ragazzaccia e di comportarsi da tranquilla “zitella” come la chiamava scherzosamente.

La Marta aveva quasi finito. Le chiese quando sarebbe giunta la ditta del catering e la Marta le garantì che aveva già telefonato. Per le dieci sarebbe stato tutto pronto; comunque, come gli altri anni, sicuramente nessuno si sarebbe presentato prima delle dieci e mezzo. Alessandro aveva finito di ripulire la radura dietro la villa ed era scomparso: sicuramente era in dependance a farsi la doccia, a cambiarsi per la serata: avrebbe dovuto accogliere gli invitati. Salì verso il piano superiore per cambiarsi. Mentre saliva le scale, vide che dietro la dependance c’era Alessandro che aveva pensato bene di darsi una prima sommaria ripulita con la canna dell’acqua che usava per il giardino. Era nudo e la Franci si spostò un poco per non farsi vedere nel riquadro della finestra. Notevole, il ragazzo aveva un fisico notevole. Cercò di vedere come era messo ad attributi: era di fianco e non riusciva a capire. Con suo grande disappunto ora si era girato, vedeva solo il culo e le spalle. Girati, pensava … dai girati… fammi vedere quanto ce l’hai grosso… niente da fare… si era piegato, chiuso l’acqua, rialzato ed entrato nella porta sul retro. Maledizione, era nudo e non ho visto quasi niente, pensò.

Andò liscio quasi tutto. Il solo imprevisto fu l’arrivo, non atteso ma gradito del consorte. Nei tre anni di matrimonio si era fatto vedere, alla festa di luglio, solo la prima volta: solo per gustarsi i complimenti per il restauro della “magione” dei Serbelloni. Con quello che gli era costato….
Giuffredo Esposito aveva fatto fortuna. Ma quel nome e cognome gli stavano stretti. Sposandosi con la Franci aveva raggiunto il suo scopo. Ormai tutti i conoscenti e nell’ambiente, lo chiamavano (talvolta un po’ ironicamente) “Il Conte” e soprattutto aveva un po’ stornato i sospetti sulle sue tendenze: che fosse esclusivamente omo era noto solo ad una ristretta cerchia, oltre che a Franci, naturalmente.
Il loro accordo prevedeva un “matrimonio bianco”. Lui metteva i soldi e lei il titolo nobiliare. Esposito le aveva chiesto di non farsi amanti ufficiali od ufficiosi e di essere discreta per qualche anno. Non pretendeva che diventasse monaca, solo che non lo facesse spudoratamente. Aveva avuto informazione che la contessa era stata molto discreta. Un paio di fugaci “trasferte” durante una gita a Roma (con una vecchia conoscenza …) e a Verona con un giovanotto probabilmente a pagamento. Il suo informatore sospettava inoltre, senza prove concrete, che non disdegnasse una “rimpatriata” con qualche amica fidata. Ma le scappatelle in questione erano sempre avvenute a casa delle signore e anche se aveva passato la notte da loro, non era detto che avessero ….. consumato. Anche se certi atteggiamenti molto “intimi” lasciavano pochi dubbi…. Meglio così.

Quando il consorte le chiese di parlarle in separata sede e lontano da orecchie indiscrete la Franci capì che era qualcosa di importante.
Quello che la sorprese, nell’atteggiamento del suo “marito” fu “l’ira funesta che infiniti addusse lutti ai parenti” come disse lui. Alcune analisi avevano rivelato che non era al massimo della forma (a 74 anni, pensò lei, e con la vita che faceva…) e non voleva assolutamente che i “bastardi, benpensanti baciapile di merda” come definì i suoi parenti napoletani, potessero cercare di ereditare qualcosa: inoltre non gli dispiaceva pensare alla faccia dei suoi compari quando l’avessero saputo….

Le disse che da quel giorno desiderava ardentemente che…. si facesse, riservatamente, adeguatamente fottere fino a rimanere incinta. Quando ciò si sarebbe verificato le avrebbe fatto ricevere un vitalizio di cinquemila euro al mese e un lascito alla sua morte tale per cui “potrai fare la signora tutta la vita”. Sapeva che Esposito era molto riservato su certi argomenti, ma si azzardò lo stesso a chiedergli se era una cosa grave: lui nicchiò un attimo, ma poi le confidò che era un problema circolatorio. Nulla di grave ma era meglio tutelarsi prima. Come le aveva detto non aveva intenzione di sovvenzionare a vita quei parassiti. Le diede un buffetto su una guancia, quasi affettuoso e le disse di divertirsi.
La contessa lo guardò e cercò sul suo viso qualche segno di turbamento, ma le sembrò un uomo assolutamente sereno. Che le avesse detto quelle cose, che si fosse espresso in maniera così tranciante verso i suoi parenti, la turbò non poco. Inoltre non capiva se questa senile voglia di paternità fosse dovuta più ad un desiderio di danneggiare gli altri piuttosto che far in qualche modo felice sé stesso. Le chiese inoltre la sua disponibilità, verso la metà di settembre a presenziare insieme a lui ad un importante avvenimento mondano all’Ambasciata Americana a Parigi. Poteva essere molto importante per i suoi affari e lei accettò senza fare trasparire troppo il suo entusiasmo.

La serata si concluse in maniera assolutamente noiosa, Esposito era risalito in macchina, dopo il colloquio e se ne era andato via così come era venuto. La Vale le aveva fatto ciao con la manina e scortando la nonna ottuagenaria aveva preso la strada di casa. All’una l’ingresso della villa era sgombero da auto, il patio silenzioso e triste, con bicchieri sparsi qua e là, la radura sul retro deserta. La Marta stava raccogliendo i resti del cibo dalla tavola e Alessandro i bicchieri sparsi in giro.
Ripensò a quello che le aveva chiesto di fare Esposito e mentre si apprestava ad andare a letto, passando davanti allo specchio del bagno si fermò a guardarsi.
I capelli ramati gli occhi un po’ allungati e verdissimi, il seno ancora alto e pieno faceva di lei un boccone molto appetibile, pensò: lentamente si girò a guardarsi il culetto. Non lo aveva matronale, sembrava quello di ragazzino.
Si, pensò tra sé: era ora di divertirsi, autorizzata, peraltro da colui che le aveva consentito di vivere alla grande. Cosa poteva volere di più? Non più solo la lingua infernale della Vale. Avrebbe preso cazzo.
Alla grande, anzi in quantitativi massicci. Si addormentò dopo essersi sfinita con un paio di orgasmi: il primo, per scaldarsi, con la fedele manina. Non le bastò: allungò la mano sotto il cuscino, accese il vibratore e se lo infilò dentro la figa, già allagata, lo mise al massimo, si pose a pancia in giù incrociando le gambe per sentirlo meglio stringendolo e mentre il giocattolino le faceva salire il climax si aiutò con il dito sul grilletto. Il godimento arrivò devastante, le contrazioni spasmodiche dell’orgasmo le fecero uscire il dildo, che ormai aveva espletato il suo lavoro.
La mattina dopo si svegliò troppo presto.
Non aveva nessuna intenzione di alzarsi, allungò la mano a cercare il vibratore, si leccò le dita per inumidirsi la figa, lo infilò e senza accenderlo, cominciò a lavorarsi. Quando si sentì vicina al punto di non ritorno si fermò. Lo fece più volte: la mattina si masturbava con calma, voleva che le bastasse sino a sera….
Si riaddormentò.
La svegliò il rumore della motofalciatrice, lontano, ma ugualmente antipatico, ostile. Si alzò con l’intenzione di chiedere ad Alessandro perché aveva iniziato così presto: prima di arrivare alla porta, però, si rese conto che il sole era abbagliante. Guardò l’orologio e si domandò come mai la Marta non le avesse portato la solita colazione. Fece mente locale e si rese conto che probabilmente le stoviglie della sera precedente l’avessero distolta da quell’incombenza. Si allacciò la vestaglia e pensò che forse era meglio così. La sera prima aveva sbocconcellato un po’ troppo e se avesse saltato la colazione la sua linea non ne avrebbe sicuramente risentito! Aprì la vestaglia e si rimirò nuovamente allo specchio. Si avvicinò per vedere meglio tutti i particolari: il seno era tonico, ancora bello alto, lo soppesò con le mani girandosi un po’ di lato per vederlo di profilo. Sì, faceva la sua porca figura. Si girò di fronte, allargò un po’ le gambe, erano lisce e curate, senza inestetismi né cellulite. Si chiese se fosse il caso di curarsi un po’ di più il pelo della passera.
Da “quasi rossa” quale era lo aveva lungo e a cascatella: alla Vale piaceva molto separarlo con la lingua e talvolta glielo prendeva a piene mani tirandoglielo un po’. Ma si sa che gli uomini sono strani e a taluni piace di più la passera implume. La Vale l’aveva così e affermava che a quei porci di uomini dava l’idea di scoparsi una teen implume e ciò li infoiava da matti. Se lo diceva lei…
Decise di chiederle consiglio e di raccontarle la sua nuova libertà. L’aveva già consigliata bene quando aveva ricevuto la proposta di Esposito. Ora che poteva gustarsi cazzi a volontà aveva però il problema di cercarsi quelli giusti. Nella sua cerchia era escluso: i papabili era pochi, stronzetti e con la lingua lunga. La Vale invece, col suo lavoro, aveva un giro diverso, scopava con diversi galletti e se gliene avesse consigliato qualcuno…
D’estate erano praticamente inseparabili, la Vale si occupava di turismo invernale e fino a Ottobre e oltre la stagione era praticamente morta; il telefono, invece, squillò a lungo prima che la voce impastata della Vale le rispondesse. Fece orecchie da mercante alle sue proteste e le disse di arrivare per pranzo.

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Quella gran vacca della mia vicina

Fonte: pornoracconti.com/etero/mature…lla-mia-vicina/

Non mi ero nemmeno accorto quando si trasferirono i nostri nuovi vicini di casa, e men che meno mi importava chi fossero. Pian piano feci amicizia con i figli, che erano più piccoli di me di una decina d’anni, ma che ci univa la passione per il pallone, ma ancora non mi interessavo alla madre, che era sì molto bella, ma che non si mostrava mai in atteggiamenti provocantemente eccitanti.

Passarono un paio d’anni da quando si trasferirono, ed io continuavo le mie partitelle in strada con i figli dei vicini, quando cominciai a guardare la loro mamma (Ilaria) con occhi più attenti: capelli castani, una faccia da troia bocchinara, due tette da infarto(una quarta bella soda), due cosce da percorrere con la lingua avanti e indietro per ore e ore, un culo alto e sodo, il tutto racchiuso in 170 cm. di altezza.

Non perdevo occasione per spiarla mentre stendeva o raccoglieva legna nel suo giardino, eccitandomi a guardare come il vento sollevasse, fino a mezza coscia, la gonna leggera che indossava spesso e volentieri. Ormai le seghe, con relative sborrate, con lei come unica protagonista non si contavano più. Un giorno d’inverno successe l’inaspettato.

Stavo aspettando che Ilaria uscisse per spiarla come al solito, quando si aprì il portoncino di casa sua e apparve lei con una stretta tutina di colore verde, chiusa da una cerniera che partiva da sotto al collo per fermarsi in direzione della sua figa, tutina che metteva in risalto tutte le sue forme compreso i capezzoli che spingevano impertinenti contro la leggera stoffa verde.

Il mio cazzo si alzò immediatamente sull’attenti ed io, non capendo più niente per via di quello spettacolo incredibile, mi sporsi troppo facendomi scoprire da lei con il cazzo in mano. Cominciai a preoccuparmi della sua possibile reazione negativa, quando rimasi letteralmente a bocca aperta mentre lei, avvicinatasi a me, si inginocchiò prendendosi in bocca il mio uccello incominciando un lento su e giù che partiva dalla cappella fino ad arrivare alle palle sempre più gonfie di sperma che lei, ogni tanto, mordicchiava provocandomi dei grossi brividi di piacere.

Ero talmente eccitato per quel fantastico pompino, che, senza avvisarla, le scaricai in fondo alla gola un mare di sborra calda, che lei, senza fare una piega, ingoiò tutto senza lasciarsene sfuggire una goccia. Si rialzò lentamente, strofinandosi addosso a me, ed il mio cazzo, al suo strusciarmi le tette sulla cappella, si ridestò immediatamente. Si mise in piedi, mi baciò con passione travolgente, e mi disse che non vedeva l’ora di riassaporare una buona dose di sperma, visto che il marito, da molto tempo, non la soddisfaceva sessualmente.

Io le strinsi le sue chiappe tra le mie mani, e la attirai ancor di più verso di me, facendole sentire tutto il mio cazzo che premeva sulla sua figa. Lei mi sorrise, dicendomi che finalmente aveva trovato un vero stallone al contrario di quella mezza sega del marito cornuto, e mi disse che avremmo proseguito in casa sua, visto che per un paio d’ore sarebbe stata libera.

Facemmo appena in tempo a richiuderci la porta alle spalle che subito mi e si spogliò completamente e, spingendomi spalle alla porta, si inginocchiò nuovamente davanti al mio batacchio, ma questa volta, dopo una veloce leccatina alla mia cappella, mi imprigionò il cazzo tra le sue stupende ed enormi bocce, cominciando una spagnola stupenda, finché non arrivai al limite di una nuova travolgente sborrata, ma lei, accortasi della mia prossima venuta, si staccò dal mio cazzo e, rialzatasi in piedi, si avvinghiò con le sue cosce incrociate dietro la mia schiena, e si impalò sulla mia verga andando su e giù sempre più velocemente.

Dopo dieci minuti di su e giù, venimmo contemporaneamente, e, per via della incredibile sborrata, le gambe mi cedettero, facendoci finire a terra tutti e due, con il mio cazzo ancora dentro la sua figa. Una volta ripresasi dall’orgasmo squassante, ricominciò a stuzzicarmi il cazzo, che rispose quasi subito alla sua lingua che ripuliva i miei e i suoi umori. Volli ricambiare quel suo giocare con la mia verga, girandomi e leccando le sue grandi labbra, passando poi al loro interno, mordicchiando il clitoride che sporgeva per via dell’eccitazione sempre maggiore. Quel sessantanove ci portò nuovamente ad uno stato di pura libidine, al punto che, lei, mi chiese di sfondarle anche il buco del culo.

Io non persi tempo, e, mettendola a novanta gradi, le infilai prima uno, poi due ed infine tre dita nel suo buchino, fino a che non glieli estrassi tra i suoi lamenti di goduria, e le infilai fino alle palle il mio cazzo. Inizialmente provò un dolore atroce ma, in seguito, cominciò a godere, arrivando ad avere anche tre orgasmi, uno di seguito all’altro, mentre io affondavo con colpi sempre più poderosi il mio cazzo nel suo intestino, aggrappandomi contemporaneamente alle sue pere che strizzavo con mio, e suo, gran piacere. Andammo avanti per un quarto d’ora, finché non godemmo ancora una volta insieme. Ci apprestavamo a rivestirci, quando si spalancò la porta ed entrò sua cognata Monica che, vedendoci mezzi nudi, si mise ad inveire contro la cognata svergognata, si rigirò per uscire ed aprì la porta.

Ilaria a quel punto si tuffò contro la porta, e, afferrando la cognata per la camicia, la strattonò talmente forte che la stessa si strappò, rivelando come Monica fosse senza reggiseno. Alla vista di quella lotta, ma, soprattutto, di quelle due tette di una terza abbondante che ballonzolavano libere, mi avvicinai alle due litiganti e, facendo scostare Ilaria, bloccai, con una mia mano, le mani di Monica dietro la sua schiena, cominciando a stuzzicare i suoi capezzoli, che non tardarono a mostrare tutta l’eccitazione che stava montando in lei.

Le sollevai la gonna, le strappai le mutandine e le infilai il mio cazzo nella sua figa ormai sbrodolante. Ilaria si eccitò nuovamente, e si chinò sotto di noi passando, con la sua lingua, a stuzzicare ora le mie palle, ora la figa e il culo di Monica che stava urlando tutta la sua goduria. Tra il disappunto di Monica, le estrassi il cazzo dalla figa per poi infilarglielo, piano ma inesorabilmente, nel suo culo che, nonostante la sua verginità, accolse tutta la mia verga. Continuavo ad alternare il mio cazzo, tra la sua figa ed il suo culo, per venti minuti circa, finché non venimmo contemporaneamente, lei per la quarta volta ed io per la prima con lei.

Da quel giorno io, Ilaria e Monica ci facciamo delle gran scopate appena possiamo, e Monica mi ha promesso che, prima o poi, mi farà assaporare quel gran pezzo di figa della figlia.

Edited by Broke. – 26/9/2017, 20:22

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