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LA MIA PRIMA INCULATA

Quando eravamo fidanzati con il mio ragazzo facevo di tutto. Scopavamo, naturalmente, ma amavo anche prenderlo in bocca fino a farmi venire sulla lingua. Lo sperma poi finiva regolarmente buttato giù tutto fino all’ultima goccia. Oddio, quanto mi piaceva! Mi piaceva farmi leccare e il mio ragazzo era davvero braco con la lingua e con le mani. Una sera eravamo nella cantina del palazzo dove c’era un materasso e dove andavammmo spesso a fare le nostre porcate. Ero distesa su un fianco e il mio ragazzo stava dietro di me e provò a spingere il suo cannone nel mio culetto vergine. Non volevo e lui smise, portando le sue mani sul mio seno e sulla fichetta depilata che avevo. Iniziò a massaggiarmi e ad eccitarmi. Ero veramente arrivata al limite e sentivo la mia fica emettere umori in quantità industriale. Ma lui smise e passò ad accarezzarmi i glutei fino ad arrivare a spingere il dito fradicio in prossimità del buchetto. Lo lasciai fare perchè mi piaceva. Poi iniziò a spingere per farlo entrare ed io mi irrigidii. “Rilassati, vedrai che ti piacerà” mi disse. Provai ad ubbidire, erilassai i miei muscoli. il suo dito mi entrò dentro e lo sentii proprio entrare. Non era male. poi lo tolse, e sentii qualcosa di più grosso spingere fra i glutei. Sputà della saliva sulla cappella prima e sentivo che era bagnata. Poi dette un piccolo colpo rapido e mi svergino il culo. Sentivo male, avrei urlato se non mi avesse tappato la bocca. Poi lentamente la lasciò libera e ricominciò a titillarmi il clitoride che mi piace tanto. Nel frattempo il suo cazzo mi era entrato dentro e lo sentivo andare su e giù. Avevo la sensazione di essere squartata, ma incredibilmente godevo! ANche lui, per fortuna non ci mise molto a godere e lo sentii riempirmi l’intestino del suo sperma caldo. Avevo la sensazione che mi facesse un clistere. Lentamente scivolò fuori e cercai di richiudere velocemente il buco per non far uscire nulla, ma non ci riuscii e sentii colarmi sulle cosce un fiotto caldo e vischioso. Non mi piacque molto e lo abbiamo fatto solo altre due volte. Questo racconto è tutto vero

Ultime ricerche

LA FOTOCOPIATRICE

Quello che mi è successo quel giorno in ufficio è stampato nella mia mente e mi perseguita in tutte le mie fantasie erotiche. A Febbraio dello scorso anno stavo lavorando in ufficio quando mi sono reso conto di aver terminato la carta della mia stampante, cosi mi sono recato nella stanza dove si trova la macchina delle fotocopie con annesso stanzino dove sono stipate le risme di carta da utilizzare in seguito. Dato che lo stanzino è molto piccolo dopo essere entrato mi richiudo la porta alle spalle per poter muovermi più comodamente all’interno, ma mentre sono dentro sento delle voci provenire dalla stanza accanto e riconosco quelle di Maria e di Francesco due colleghi dello studio, e visto che era ora di pranzo e non avevo voglia di parlare con loro decido di restare nello stanzino sino a quando non avessero terminato, ma dato che la curiosità non è solo donna mi sono messo a spiare dal buco della porta quello che facevano. Maria indubbiamente è una donna molta bella, avrà circa 40 anni e quel giorno indossava un completo formato da gonna e giacca di color blu e una camicetta bianca, calze nere e scarpe con tacco alto, ed era lei che stava facendo le fotocopie mentre Francesco era lì di fianco e le parlava di lavoro, ma ad un certo punto lui si porta alle sue spalle e con la mano inizia a sfiorargli le gambe salendo lentamente verso il suo sedere, lei si volta dicendogli se è impazzito, che sono in ufficio e che non vuol rischiare di essere licenziata, ma lui la interrompe ricordandogli che sono tutti a pranzo e che sono rimasti da soli in ufficio, poi con tutte e due le mani le prende la testa e tenendola ben ferma si avvicina con la sua, e la bacia con molta passione, all’inizio lei cerca di allontanarlo poi si lascia andare e le loro lingue si muovono sempre più velocemente dentro le loro bocche. Io resto senza respiro con la paura di essere scoperto, ma anche con una grande eccitazione che mi saliva dentro, cosi continuo a guardarli mentre si baciano poi lui porta le sue mani sul sedere di lei e lo strizza con molta forza, poi le tira su la gonna e le scopre le gambe, io le vedo il perizoma nero e le autoreggenti, sento il mio cazzo diventare duro cosi porto la mano sopra i pantaloni e inizio a toccarmi mentre ormai lui le ha infilato la mano dentro il perizoma e inizia a toccarle il clito e la fica. ento i suoi gemiti di piacere intanto lui gli sfila la giacca e gli sbottona la camicetta, il suo seno e chiuso dentro un reggiseno nero che lui si appresta a slacciare, le sue tette sono sode e i suoi capezzoli duri, lui prende le sue tette in mano e inizia a stringerle e massaggiarla poi con le dita prende i capezzoli li tira e inizia a giocare con loro e infine avvicina la bocca alle tette di lei e inizia a succhiarle e leccarle poi mordicchia i suoi capezzoli. Io non resisto più mi slaccio i pantaloni prendo il io cazzo in mano e inizio a segarmi mentre li continuo a guardare. Ad un certo punto lui la fa inginocchiare, lei gli slaccia i pantaloni gli abbassa i boxer e gli prende il cazzo in mano e inizia a muoverlo lentamente, poi si avvicina con la bocca e con la lingua inizia a leccargli la cappella poi prosegue con tutto il cazzo ed infine lo infila dentro la bocca e inizia a succhiarlo tutto, lui gli prende la testa con le mani e inizia a spingerla sempre più forte fino a farlo entrare tutta nella sua bocca, lei continua a succhiare poi lo toglie dalla bocca ci sputa sopra e rincomincia a succhiare. Il più bel pompino che abbia mai visto in vita mia, si vedeva che le piaceva veramente leccare e succhiare il cazzo, il suo viso che normalmente mi dava la sensazione di professionalità ora mi faceva pensare solo che fosse una troia. Dopo aver terminato di spompinare lei si alza in piedi, lui gli sfila il perizoma la prende in braccio la appoggia contro il muro e inizia a scoparla prima lentamente poi sempre più velocemente, i suoi gemiti di piacere sono sempre più forti mentre lui continua a fotterla, poi la fa scendere e la fa mettere a 90° appoggiata alla macchina delle fotocopie, infila il suo cazzo dentro di lei e inizia a scoparla con una violenza di colpi, quasi volesse spaccarla in due mentre lei ormai era in preda ad un gemito continuo. Io non sapevo più cosa fare, ero lì che mi segavo ma avevo una gran voglia di uscire e di scoparla ovunque ma sapevo benissimo che non potevo farlo cosi non potevo far altro che continuare a guardarli. Ad un certo punto lui lascia cadere della saliva sul suo culetto e poi con il dito prima lo passa sopra la saliva e poi lo infila lentamente nel buchino, poi di colpo sfila il cazzo dalla sua fica e lo appoggia sul buchino del culo e inizia a spingere lentamente, vedo il suo cazzo sparire dentro il suo culo e sento lei godere nonostante che si sia portata una mano sulla bocca per cercare di non farsi sentire, ora è sparito tutto dentro di lei e poi riappare lentamente per poi risparire ancora, lui la stava inculando mentre lei con la mano si stava toccando la fica ancora bagnata dal piacere. A quel punto non sono riuscito a trattenermi e sono venuto contro la porta mentre lei urlava dal piacere che le dava quel cazzo dentro il culo. Alla fine lui la fa inginocchiare le mette il cazzo in bocca fino a quando non viene dentro la sua bocca, e fargli bere tutto il suo sperma. Da quel giorno fare una fotocopia non è stata più la stessa cosa..

La prima e l'ultima volta

Un racconto di Pulcina70

Siamo seduti vicini davanti al computer. Io manovro il mouse e la tastiera, lui
siede accanto a me. Stiamo navigando su internet alla ricerca delle informazioni
che gli servono.
Sento che si avvicina sempre di più, la sua spalla sinistra
sfiora la mia spalla destra. Poi appoggia la sua mano sul mio ginocchio, una
presa leggera, per testare la mia reazione.
Io non reagisco, continuo a fare
quello che sto facendo. Lui appesantisce la mano. Con lentezza muove le dita a
salire verso la mia coscia. Ho un brivido che altera il tono con cui sto
parlando, ma non dico niente e non faccio niente per fermarlo. La sua mano sale
sempre di più e scivola nella parte interna della coscia. Io giro la testa verso
di lui, lui si gira a guardarmi: i suoi occhi sono torbidi di
desiderio.
Toglie la mano e la porta sopra la mia, quella che tiene il mouse.
La prende con delicatezza e la porta sotto la scrivania, la guida fino al
cavallo dei suoi pantaloni, la poggia sopra e la spinge. Sento la sua erezione
che cresce sotto la mia mano.
La muove piano, continuiamo a guardarci, i
respiri leggermente alterati.
“Abbiamo bisogno di un altro posto per fare
questo tipo di ricerche”, non riconosco la mia voce che dice una cosa del
genere.
Lui sorride, mi lascia la mano, che faccio riemergere sopra la
scrivania.
Usciamo, in silenzio e ci avviamo verso la sua macchina. Sale e mi
apre lo sportello, salgo anche io. Avvia il motore e parte, non oso chiedergli
dove ha intenzione di andare.
Prende la statale, “Mi accendi una sigaretta?”
lo faccio e gliela porgo, poi ne accendo una anche per me.
Superiamo il
semaforo dell’autostrada e lui continua. All’altezza della rotatoria del centro
commerciale, imbocca la strada verso il mare. Entra in un sentiero sterrato e
poi si ferma vicino a un casale abbandonato in mezzo a una grande distesa di
terra incolta. Spegne il motore e scende, lo seguo. Allunga la mano per prendere
la mia e mi porta dentro il casale.
L’interno è buio e abbandonato, i muri
sono scrostati, il pavimento, rotto in più punti, è pieno di terra, la sento
sotto le scarpe.
Si gira e mi guarda, lo stesso sguardo di prima, torbido,
gli occhi stretti, la bocca leggermente aperta come se facesse fatica a
respirare. Mi tira a sé, mi circonda la vita con le braccia, si china e mi
bacia.
Subito cerca la mia lingua, mi bacia con foga, come se dovesse finire
tutto in un attimo, come se fosse l’ultima cosa che potrà fare, l’unica
possibilità. Io lo assecondo: gli concedo la mia bocca, pronta a concedergli
tutto quello che vorrà, sono totalmente persa.
Mi toglie il cappotto, mi
sfila il maglione e poggia le mani sui miei seni sopra al reggiseno. Stringe con
forza. Con il dito fa uscire prima uno e poi l’altro dei miei seni dalle coppe
del reggiseno, si allontana di un passo per guardarmi.
Io resto immobile,
inerme, aspetto che faccia quello che vuole. Si china e tira giù la cerniera
degli stivali, piega una gamba per togliermene uno, poi l’altra. Sale con le
mani fino a trovare la chiusura dei pantaloni, li slaccia e li tira giù. Mi
muovo per toglierli, lui mi aiuta.
Sono in piedi, di fronte a lui, in
reggiseno e mutande, i seni fuori dalle coppe e lui mi guarda, i suoi occhi sono
come infuocati.
Prende le mie mani, le unisce e mi afferra i polsi con una
sola mano; mi tira e mi trascina vicino al muro. Alza le mie braccia e mi lega i
polsi a una corda che pende da un trave del soffitto. I miei piedi sono ancora
poggiati a terra. Si sposta per contemplarmi di nuovo e sul suo viso affiora un
sorriso che mai gli ho visto, un sorriso soddisfatto, cinico, sadico. Il mio
cuore comincia ad accelerare i battiti.
Si toglie la giacca, la felpa e la
maglietta, rimanendo a torso nudo. Contemplo il suo torace scolpito, dispiaciuta
di non poterlo toccare.
Si avvicina e mi bacia. “Questo non lo dimenticherai
mai.”
Con la mano aperta mi carezza il collo, scendendo verso i seni, il
ventre, il monte di Venere, le cosce, le gambe, i piedi. Mi sfila i calzini.
Risale con i polpastrelli dal piede fino a tornare al collo. Fa questo cinque,
dieci volte. Comincio ad ansimare, voglio di più e lui lo sa e farmi aspettare
gli piace.
Afferra i seni con le mani e stringe, sempre più forte, io gemo
sempre più forte fino a urlare, persa tra il dolore e il piacere.
Si stacca
da me e si allontana, vedo che è andato di lato e si è chinato a terra. Non
riesco a parlare, a chiedergli niente. Si rialza e torna verso di me. In mano ha
qualcosa che non riesco a capire. Quando è vicino mi rendo conto che ha preso
una corda, di quelle spesse, da imbarcazione.
Con un filo di voce gli chiedo
“Cosa vuoi fare?”
Non mi risponde, ma mi guarda e di nuovo mi sorride in quel
modo che mi fa paura. Alza il braccio e sferra un colpo secco sui miei seni,
imprigionati nelle coppe del reggiseno, scoperti e fermi, bersaglio facile da
colpire.
Urlo, il dolore è forte. Sferra un altro colpo. Urlo ancora. Di
nuovo mi colpisce e si ferma come ad ascoltare l’eco del mio urlo che si smorza
dentro la stanza. Poi, una serie di frustate di seguito, una dietro l’altra,
senza neanche avere il tempo di respirare. Il dolore è forte, le mie urla mi
riempiono le orecchie.
Si ferma, ansimante, l’espressione soddisfatta. I seni
mi bruciano, mi sento quasi svenire. Si avvicina e mi accarezza, coccola i miei
seni arrossati per i colpi ricevuti. Li lecca, prende in bocca i capezzoli e li
stuzzica con la lingua.
Con una mano mi carezza le cosce in circolo, poi alza
l’orlo delle mutande fino a scoprire le natiche. Si stacca di colpo e con la
corda mi frusta le natiche e le cosce. Di nuovo le mie urla riempiono la
stanza.
Si ferma e mi guarda ancora. Io sono stravolta, ho le guance striate
di lacrime, il respiro affannato, gli occhi sbarrati dalla paura.
Lui sembra
soddisfatto di quello che vede, si lecca il labbro superiore. Si avvicina, mi
prende i capelli e li tira fino a farmi piegare la testa.
Mi lecca il collo,
si avvicina all’orecchio: “Questo è solo l’inizio. Mi piace il suono della tua
voce quando ti faccio male.”
Mi leva le mutande con un movimento secco e
violento, poi prende una caviglia e la lega ad un’altra corda legata a sua volta
a un peso di piombo e così fa anche con l’altra caviglia.
Mi ritrovo appesa,
con le gambe divaricate e nuda.
Piega la corda che aveva già usato per farla
più piccola e inizia a colpire il pube davanti, cambiando poi direzione per
frustare direttamente la mia vagina, con velocità. Il dolore è tale che perdo i
sensi.
Mi sta bagnando con dell’acqua, quando rinvengo. “Perché?”
“Non c’è
un perché. E’ così e basta. Da quando ti ho conosciuta ho avuto solo voglia di
torturarti, di sentire le tue urla di dolore. Ora che sei sveglia, ti scopo.
Sono veramente arrapato.”
Senza darmi il tempo di replicare, afferra le mie
gambe e mi penetra, a fondo.
Mio malgrado sono bagnata e il suo pene eretto è
molto grande, lo sento molto dentro di me. Inizia con movimenti lenti, affondi
lunghi, poi aumenta il ritmo, sempre più veloce.
Non sento più il dolore,
anche se la vagina mi brucia per le ferite.
I suoi movimenti mi riempiono
completamente, la velocità stimola i miei sensi, lo assecondo con il bacino e
alla fine godiamo insieme.
Lui resta dentro, gli ultimi spasmi, mi accarezza
la testa, mi bacia il collo con delicatezza.
“Ora ti slego.” Esce da me e si
stacca, mi sento svuotata, il mio corpo brucia, non solo per le frustate.
Mi
slega le caviglie e poi i polsi. Io non riesco a tenermi in piedi e lui mi
sorregge, abbracciandomi, mi contiene. E’ tenero, dolce, non sembra lo stesso
uomo che poco prima mi frustava, sadico.
Mi aiuta a vestirmi, io non ho la
volontà di fare nulla, dipendo completamente da lui.
“Stai bene? Ce la fai a
tornare a casa? “
Annuisco. Non so dove è finita la mia voce.
Seduti sulla
sua macchina, sulla via del ritorno, mi dice “Immagino che questa sarà la prima
e l’ultima volta.”
Mi giro a guardarlo, mentre guida con calma, lui si gira
per qualche secondo verso di me, il tempo di vedermi annuire di nuovo.

Pulcina 70

Gang Bang

Il marito di L. la trattava come una troia, anche davanti agli amici. A volte la dava in prestito ad amici e conoscenti, che potevano usarla come volevano, a patto di riportarla indietro in buone condizioni. Una sera il marito le annunciò una sorpresa.

L. fu condotta in un garage abbandonato e le furono messe ai polsi ed alle caviglie delle manette larghe, di cuoio nero, da bondage. Dopo qualche prova, le caviglie furono lasciate libere, mentre le manette dei polsi furono agganciate ad un paranco sospeso al soffitto. Il cavo del paranco fu tirato in modo che L. toccasse terra solo con la punta dei piedi. 

Il primo a fottere L. fu il marito. La scopò a lungo, sostenendole il bacino con le mani. All’inizio, L. sollevò i piedi e li congiunse dietro di lui, quasi abbracciandolo. Poi rinunciò a quella posizione, troppo faticosa, e si lasciò sbattere dal cazzo del marito restando in piedi.

Il secondo uomo afferrò le caviglie di L. e se le mise sulle spalle prima di cominciare a scoparla. Il suo cazzo largo, che la penetrava a fondo, diventò il centro di gravità di L. Ad ogni colpo, L. sobbalzava come una bambola di pezza. L. ebbe un orgasmo quando l’uomo le infilò un dito nel sedere e le chiese: “Ti piace, troia?”.

Il terzo uomo decise di fottere L. nel culo. Abbassò il paranco che le sosteneva i polsi in modo che L. fosse piegata a novanta gradi, con la testa leggermente più in basso delle anche. Poi si mise dietro di lei, infilò le sue gambe tra quelle di L., e le allargò fino alla larghezza giusta. Aprì con violenza le natiche di L., quasi volesse spaccarle, e l’ano di L. si tese sotto le luci forti del garage. L’uomo lo lubrificò velocemente con le dita bagnate di saliva, ma le fece male, soprattutto quando infilò tre dita dentro di lei e le fece vibrare. Poi l’uomo infilò il suo cazzo dentro di lei e cominciò a fotterla. Il cazzo era grosso, leggermente arcuato, e le faceva molto male. L’uomo si divertiva ad uscire, aspettare che l’ano di L.  si richiudesse, ed a rientrare con violenza. Ogni volta, che il cazzo rientrava, il dolore per L. era quasi insopportabile. L. non chiese di smettere, ma si limitò a mugolare in silenzio.

Quando il terzo ebbe finito, L. aveva bisogno di orinare. Provò a chiedere educatamente di andare in bagno, ma la sua richiesta fu accolta da un coro di sghignazzate. Qualcuno trovò una vecchia bagnarola e gliela mise sotto. “Falla qui, troia” disse una voce. Le sghignazzate aumentarono. Il paranco venne tirato in modo che L. fosse di nuovo in piedi, con i piedi nella bagnarola. L. non era abituata a farla davanti a tutti, ma non resisteva più. Il getto dell’urina le bagnò le gambe, ed i piedi rimasero immersi nella sua stessa urina. La bagnarola fu messa via, ma qualcuno disse: “Dopo dovrai berla, troia”.

Quella sera L. fu scopata da una decina di persone. Alcuni volti erano conosciuti (amici del marito), altri erano sconosciuti. Alcuni la scoparono in piedi, ma la maggior parte preferì abbassare il paranco, metterla a novanta gradi con le gambe molto larghe, e fotterla nella fica o nel culo. Diversi di quelli che la scoparono in fica la fecero mugolare di piacere, o gridare fino all’orgasmo. Sebbene L. fosse stata ben aperta dietro, quelli che la scopavano nel culo spesso la fecero mugolare di dolore.

Di solito, mentre qualcuno scopava L. da dietro,  un altro uomo usava la sua bocca, le ordinava di ripulirgli il cazzo con la lingua, oppure le scopava la bocca, venendo nella sua gola. Un uomo si mise a pecorino davanti a lei, si allargò le natiche ed ordinò al L. di pulirgli il culo con la lingua. “Lecca bene, fino in fondo, troia”. L. non vomitò davanti a quella richiesta: senza una parola, si limitò ad eseguire, con doviziosa precisione, finché l’uomo non fu soddisfatto . L. non sentiva neanche nausea, non sentiva i sapori forti dei cazzi che prendeva in bocca. Si limitava ad eseguire ciò che le veniva richiesto, senza lamentarsi. Rimase impassibile anche quando un uomo le pisciò sul viso, sugli occhi, sui capelli.

Quando tutti gli uomini furono soddisfatti, uno di loro prese la bagnarola con il suo piscio, e le ordinò di bere. L. cercò di eseguire come meglio poteva, anche se molto del piscio cadde dalla bagnarola su di lei, sulle sue spalle, sul suo seno. 

L. amava suo marito, e considerò la gangbang di quella sera come un compito da eseguire per dimostrare il suo amore. Fu molto orgogliosa di aver eseguito tutto al meglio delle sue possibilità.

L. ha comunque dei limiti su cui è molto ferma: odia il dolore (niente frustate), non vuole avere a che fare con la merda (scatting) e non vuole far sesso con animali. A parte questo, L. accetta tutto. Ed a volte gode, anche.  

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