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sesso con mia zia porno

SPINGERSI OLTRE

Quelle poche indicazioni ti dicono già tutto: parcheggia, sali le scale, la porta sarà aperta, entra e richiudila alle tue spalle.
Sento il tuo passo che si avvicina, il rumore dei tacchi che cerchi di attenuare per un finto pudore, la serratura della porta che scatta appena accompagnata per fare piano. Ora sei lì ferma per un istante rivolta verso quell’ingresso che hai appena attraversato, le mani ancora appoggiate una sulla maniglia e l’altra sul pannello della porta. Sembra quasi che sia sfuggita al pericolo, invece tu stessa sai che il vero timore dell’ignoto è ora alle tue spalle; lì c’è quel desiderio di affidarti, di sperimentare e scoprire.
Ti volti e quella busta che penzola proprio davanti ai tuoi occhi fa scattare l’adrenalina fino a seccarti la gola, contiene le istruzioni che eseguirai alla lettera, le regole del gioco, contiene la chiave per uscire quando vuoi, è la tua garanzia, è il tuo desiderio di spingerti oltre: è quello che desideri,ora comincia il tuo viaggio.
Lo so, mentre ti sfili l’abito attillato e lo lasci cadere sulla panca, mentre togli orecchini e bracciali ti chiedi dove sono, in quale angolo di quella stanza che non conosci, quale penombra è la mia complice. In quella veste fatta di un completino nero e di un reggicalze che incornicia tutta la tua femminilità muovi i pochi passi che ti separano da quella parete. Uno, due, tre,quattro. Un percorso infinito prima di metterti fronte al muro, stringendo nella mano un paio di calze nere che ti era stato ordinato di portare, ti appoggi alla parete… un respiro …”Sono pronta”.
Mi avvicino senza sfiorarti, avverti solamente il calore del mio respiro sul tuo collo, senti come se il mio sguardo ti riscaldasse la pelle, capisci che ti sto ammirando, ti scopro. I palmi delle mani sul dorso delle tue, con delicatezza prendo una delle calze che hai portato ed inizio a bendarti. Chini leggermente la testa all’indietro e la luce si spegne. Mi assicuro che ti senta tranquilla e per risposta ti giri di scatto buttandomi le braccia al collo: il tuo cuore trasmette tutto il desiderio con pulsazioni impazzite.
Non hai il tempo di capire e sei già sollevata da terra, attraverso stanze a te ignote, senti odori, calore, freddo, scale, è un susseguirsi di luoghi che non ti appartengono e che la tua testa trasforma in un labirinto, finisce solo quando ti senti appoggiare su un letto. Un istante di quiete e subito i tuoi polsi e sono avvolti da morbide corde, capisci subito le conseguenze: sei legata. La testa si sforza di intravedere un barlume di luce ma è inutile, ora nella tua immaginazione vedi solamente una candela, forse più di una… e poi il buio tuo complice.
Le mani sul tuo corpo interrompono ogni pensiero, calde e decise sollevano di poco la tua nuca, ti bacio avidamente. Mia, come la mia preda nella tana, un mezzo sorriso restituisce tutta la tranquillità dopo quei baci: mi dici “baciami ancora!”
Ma non sei nella condizione di dare ordini, scopro il sapore della tua pelle, il turgore dei seni tra le labbra, il calore del respiro mentre scendo e risalgo; indugiando a lungo sui bordi della biancheria: confine tra il desiderio e la realtà.
Bagnata, fremi perché ti penetri mentre con la lingua esploro la tua intimita’, ti stuzzico, affondo; esplodi in un orgasmo che portavi dentro da troppo tempo.

Vedere la tua schiena inarcata, sentire i gemiti, sapere che quei legacci sui polsi ora sono i tuoi complici per aggrapparti mi eccita.
Intingo nella tua bocca un piccolo butt plug in metallo, lo senti freddo, lo inumidisci e quasi sei restia a lascartelo sfilare perché sai che è destinato al tuo lato b; con delicatezza e fermezza lo senti poco dopo mentre affonda tra le tue natiche, si incontra con due dita che ti penetrano la vagina senza ritegno: ti chido “chi sei?”, dillo… quando rispondi “sono la tua puttana” sto già indugiando col mio cazzo tra le labbra di quella figa umida e vogliosa.
Ti scopo con decisione, è quello che voglio, è quello che vuoi. Vieni di nuovo, vengo anch’io dentro di te.
Qualche secondo in cui i nostri respiri sono all’unisono, ti sciolgo i polsi, tolgo la benda.
Ti bacio, mi baci
Buonasera…
…Buonasera… a te

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Marica: una dea del sesso

Ancora oggi ripensando a quella stagione giovanile intensa e caotica della mia vita privata, rimugino con un misto di dispiacere e con un sorriso ironico, al tempo trascorso insieme a Marica: una donna veramente importante che mi ha fatto godere appieno le gioie del sesso, sia dal punto di vista passionale che carnale, non risparmiando nulla al lato fisico, mentale e sentimentale della mia persona e contribuendo a farmi diventare l’uomo che sono oggi. Come una divinità dell’amore, come Afrodite nell’antica mitologia Greca, Marica rappresentava la potenza irresistibile dell’amore e l’impulso alla sessualità che stanno alla radice della vita stessa e l’incarnazione del più lussurioso e libidinoso amplesso.

Quando la conobbi un pomeriggio d’inverno, preferendola ad una sua amica da tutti considerata bellissima e desiderata e infatuata dal sottoscritto, non ebbi alcun dubbio: il suo ipnotico sguardo, languido e sensuale, la sua figura alta, le sue mani lunghe e le sue dita affusolate come tentacoli, il suo corpo erotico e carnale, la sua intelligenza spicciola e la sua classe dovevano essere mie, dovevo assolutamente averla e possederle, con un senso nell’immediato di bisogno fisico.

L’arte amatoria e del corteggiamento e dell’adulazione, caposaldi del mio modus operandi nel campo delle conquiste femminili, su di lei ebbero l’effetto di farla uscire con me e di frequentarla; la miccia esplose quando nelle nostre prime effusioni amorose di una storia nata per gioco tra noi, mi denudai dalla cintola in giù facendole vedere e sentire la mia prestante eccitazione nei suoi confronti. Uno scambio di sguardi d’intesa al limite dello sconcio e la nostra passione sessuale e carnale non aveva ormai nessun ostacolo: eravamo perfettamente in simbiosi. La definizione usata da lei con le sue amiche nel descrivere il sottoscritto era “ben messo”, come seppi in seguito; questo fatto aumentò a dismisura il mio ego fallocentrico e la mia spavalderia sessuale.

Rimembro ancora, usando un lessico altamente pornografico per ben rendere l’idea, il primo pompino che Marica eseguì come un’opera d’arte al sottoscritto: le lunghe mani che impugnavano l’asta, la voracità della lingua sulla mia cappella che si alternava ai testicoli, la sua bocca carnosa che avidamente ingurgitava il mio turgido pene, i capezzoli del suo seno che si strusciavano oscenamente contro la mia intimità, il tonfo del mio cazzo sbattuto sulle sue labbra e sulle sue guance, il mio lungo orgasmo ingoiato dalla sua insaziabile voracità.

Un ossimoro amava definirmi tra i nostri innumerevoli amplessi, ghiaccio bollente ero per lei: ghiaccio a livello sentimentale, fuoco nella sfera sessuale. Un mare completamente piatto in amore in contrapposizione ad un oceano tempestoso a livello passionale…superficialmente non potevo chiedere di meglio: “E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare”, mi venivano in soccorso le rime di un grande Poeta, frutto di una passione giovanile a giustificare il tutto. Sesso spinto senza alcuna complicazione sentimentale, il massimo per un maschio sano dell’allora mia età. Marica si concedeva a tutte le mie voglie, godendo appieno del suo corpo e del mio; io appagavo il suo fuoco senza nessun compromesso o promessa, in completa libertà.

Facevamo l’amore ovunque, con gioia e divertimento, come se fosse la cosa più naturale dell’universo intero: in pieno giorno in un parcheggio pubblico, venendo incontenibilmente in cinque minuti cavalcato dalle sue cosce, ricevendo e dando in qualsiasi momento sesso orale, o la notte copulando furiosamente in auto come due amanti clandestini una, due, tre volte sino allo sfinimento dei nostri giovani corpi.

Una cosa mi colpiva nel suo concedersi carnalmente: la continua ricerca della masturbazione durante qualsiasi amplesso, con una foga tale delle sue lunghe mani affusolate sul suo clitoride, che la portava ogni volta che la possedevo a soglie di piacere altissime. Io stesso cominciai a masturbarmi copiosamente mentre la penetravo, in ogni rapporto, accentuando al massimo i nostri favolosi orgasmi. La nostra confidenza relazionale e fisica aumentò in modo esponenziale, cosa che non appartiene minimamente a due innamorati: mi confessò che da ragazza sicurante aveva perso la verginità applicando quella pratica. Imparai per la prima volta nella mia vita ad ascoltare il godimento del corpo di donna, le vibrazioni e gli impulsi che emanava durante il sesso, ad accentuare e a portare al massimo i picchi del piacere comandati da quel tanto temuto da noi maschi orgasmo femminile; ad assaporare il gusto di ogni fluido e orifizio femminile e a percepirne il profumo.

Indubbiamente piacere genera piacere: spesso accade nella natura umana, inspiegabilmente, come mai paghi sino in fondo, che il semplice gioco sessuale, si trasformi e vada oltre, spingendoci al limite e la complicità diviene esasperata. Come quella volta a Venezia, in una piccola calle, presi da dietro Marica sollevandole le gonne e gustandomi il suo meraviglioso culo portandola ad un veloce orgasmo e venendole in bocca, il tutto accompagnato dal brivido di un passante sconosciuto che ci colse in fragrante.

O quella volta che facemmo l’amore io, lei e due sue amiche a me sconosciute: l’orgia giocosa dei nostri corpi nudi, l’urlo volgare dei nostri gemiti, i nostri lussuriosi baci che si alternavano ora tra uomo e donna, donna e donna, il mio pene che penetrava in successione la carne e l’insaziabile e libidinosa voglia di tre donne, il segno dei nostri liquidi orgasmi, l’estasi e lo sfinimento di banchetto carnale, l’orgasmo procurato da donna a donna.
Ormai non resistevo più alle richieste della mia Dea, come un servile adepto seguivo ogni sua richiesta e ogni sue ordine amplificando al massimo il mio e il suo piacere, ossessionato dalla mia continua voglia di lei. Non paghi ci spingemmo oltre, sino al punto che Marica mi confessò il suo sogno erotico per eccellenza: essere presa contemporaneamente da due uomini. Solamente con me si era aperta a questa intima confessione e grazie a me avrebbe coronato questo suo intimo e osceno desiderio.

Convinsi, con un finto distacco, un mio caro e fidato amico in questa nuova e folle impresa amorosa, spinto e combattuto dal desiderio di possederla senza freni ed inibizioni, nuovamente eccitato dal futuro piacere portato all’estremo. Ricordo ancora l’estasi e l’ardore con il quale la mia Dea si concesse e si deliziò contemporaneamente con due uomini. Si spogliò lentamente in una danza da odalisca, facendo ammirare e donando a noi due virili maschi una visione accecante del suo corpo in calore, ostentando e aprendo oscenamente ogni pertugio della sua carne ai nostri intimi e volgari tocchi. In modo famelico si avventò sui nostri membri terribilmente eretti di fronte a tanta sensualità; ricordo ancora l’arte con cui alternativamente ci masturbava e ci leccava uno alla volta o tutte e due assieme, portandoci a picchi di piacere inauditi, elevando i nostri peni ad oggetti sacri del suo piacere. E come ci ordinava di mangiarla e di leccarla e di masturbarla nella sua umida intimità e nel suo ano, mentre lei a turno continuava a leccare i nostri cazzi, sino a penetrarla alternativamente nella sua carne. Non c’erano regole in queste gioco di sesso di fronte al piacere carnale: io e il mio amico eravamo stupiti ed estasiati da tanta voglia e dagli orgasmi di Afrodite che si succedevano ai nostri poderosi colpi e nel vedere quello splendido corpo di donna completamente in nostro possesso, in un modo che nessuna nostra giovanile fantasia erotica aveva minimamente potuto immaginare.

Non ancora sazia si spinse oltre: mentre il mio amico continuava a prenderla prossimo ormai all’imminente orgasmo, mi donò e mi implorò di penetrarla da dietro tra i suoi splendidi e sudati glutei o come volgarmente mi gridò lei nell’oscenità del momento di prendermi il suo culo. In un turbinio di sguardi lussuriosi, di gemiti osceni, di contatti carnali, di indicibili incitamenti i nostri corpi si fusero insieme. I nostri peni, prima lentamente e poi sempre più decisi, si strusciavano internamente ed esternamente nella sua intimità, che allargandosi inaspettatamente ed oscenamente ci accolse umida ed infuocata. Sentii il mio amico raggiungere un convulso orgasmo vibrando dentro di lei e lanciandomi uno sguardo complice di riconoscenza; sentii Marica contorcersi in un folle orgasmo lanciando completamente la testa all’indietro e serrando al massimo attorno al mio sesso le sue natiche, delirando oscenità, e accentuando ed estremizzando all’eccesso lo sguardo languido e sensuale di quando l’avevo conosciuta, perdendosi completamente nel suo intimo piacere.

Abbassai gli occhi deliziandomi con la vista del mio stesso sesso completamente immerso nella carne di quella Dea soprannaturale e spingendo al massimo il mio corpo e la mia libidine, fui colto da un lunghissimo orgasmo dentro Marica, amplificando all’acceso il mio piacere e gustando ogni spasmo del mio corpo, rimanendone quasi stordito.

Proprio in quell’istante vedendo il mio amico uscire da Marica e lei completamente persa nei suoi pensieri mi resi conto di una cosa, come un fulmine a ciel sereno, come una stretta allo stomaco: per quanto potessi prenderla e possederla in ogni modo e soggiogarla alla mie voglie, lei non sarebbe stata mai completamente mia. Una gelosia assurda si impossessò di me, guardando odiosamente anche il mio incolpevole amico: la desideravo ancora, non sessualmente, ma desiderarlo farla mia, che il suo respiro fosse il mio, che il battito del suo cuore fosse mio, che il suo animo fosse mio; desideravo soggiogare il suo il suo spirito libero. Una morsa attanagliò il mio cuore: l’amavo. Il piacere estremo provato, l’apoteosi dei sensi raggiunta, fece largo simultaneamente al dispiacere e al disincanto più assurdo: stavo quasi impazzendo.

In ogni creatura vivente la dea Afrodite, se vuole, sa accendere il desiderio, che procede come un incendio, travolgendo ogni regola. Al di là delle regole, al di là della giustizia, una forza possente travolge ogni creatura e la spinge a osare ciò che non avrebbe mai osato se fosse stata in senno. Poiché quando ama, ognuno sembra perdere la ragione, e si lascia trascinare dalla passione, quella di Afrodite è considerata una follia appunto, ma di tipo particolare: “i più grandi doni vengono agli uomini da parte degli dèi attraverso la follia, quella che viene data per grazia divina” (Platone).

Confessai la mia follia d’amore a Marica e che il suo ossimoro non era più tale, ma caldo e infuocato nei sentimenti, scommettendo sul gioco d’amore di coppia. Non riuscii mai a capire esattamente, seppur scervellandomi e confrontandomi con lei, cosa Marica provasse nei miei confronti: ancora oggi il dubbio mi assale.

Onora Il Padre E Disonora La Madre

Papà non avrebbe mai pensato di diventare così un giorno: faccia stanca, occhi ingialliti, pochi capelli bianchi sfibrati, il sorriso trasformato in amara smorfia.
Aveva conosciuto mia madre un infuocato ferragosto nella provincia di Trapani, lui ospite di parenti presso villa Caruso, un bed and breakfast situato vicino all’incantevole tonnara di Scopello. La sua stanza si affacciava direttamente sulla scogliera, in barba a qualsiasi regolamento edilizio, il mare quando increspato, dava l’impressione che prima o poi si sarebbe ripreso i suoi spazi. L’odore di gelsomino si spandeva sui vialetti ripidi che inciampavano sulla scogliera appuntita, gli aranceti e piantagioni di limoni coloravano di tinte giallo-arancio il territorio brullo e all’imbrunire il frinire dei grilli si confondeva col frangersi delle onde.
Cosima, mia madre, era una provocante mora: carnagione bruna, un taglio d’occhi arabo, sguardo profondo, accento marcato dal suono però sensuale. Aveva un seno esplosivo della quinta misura, larga di fianchi, ma portava in giro il suo culo muovendo le anche in maniera seduttiva, senza neanche saperlo. Mio padre si innamorò nel primo istante che la vide appoggiata sulla balaustra di marmo del balcone, da quella che scoprì dopo essere una casa lager, con un padre despota, ignorante ed iperprotettivo, violento mai.
Si incrociarono fortuitamente, quel giorno che mia madre aiutando mio nonno a portare su la spesa, ruppe un sacchetto. Ho detto fortuito perché suo padre era forte e robusto, ma un acciacco alla schiena passeggero lo obbligò a chiedere aiuto. “Cosima, scinni e pigghia a spisa!” ordinò. Mia mamma obbedì, non poteva fare altrimenti.
Nino, questa il nome di mio padre, stava andando a prendere l’auto per un’escursione alla Riserva dello Zingaro, ma si fermò volentieri per darle una mano: era la prima volta che i loro sguardi si incrociavano da così vicino. Si chinarono assieme e gli occhi non poterono che finire sul seno esplosivo, le due mammelle era gonfie, allungate e un po’ sudate. Papà si paralizzò e lasciò perdere le melanzane che ruzzolavano un po’ ovunque lungo ai vialetti, mentre mamma lusingata ed eccitata dai suoi occhi penetranti, faceva di tutto per scoprire ancora di più il seno.
“Acchiana!!!” tuonò il carceriere dagli occhi gonfi a fessura, dall’ultimo piano di una palazzina bassa su 3 piani, dipinta di un rosa tenue. L’idillio tra i miei si interruppe, ma fu l’inizio di tutto. Mio padre forse decise già in quell’istante di rapirla e portarla al Nord, dove aveva una casa, un lavoro, un futuro.

Lo fece davvero, sul suo diario non c’è scritto, ma rimanendo incinta subito credo che la scopò come se non ci fosse un domani, facendole andare a fuoco la fregna per ore. Se avesse saputo quanto era cagna, scommetto che a caldo le avrebbe rotto il culo a colpi di minchia abbandonandola tutta colante di sborra in qualche prato sfiorito. Botte, botte e minchia sarebbe dovuto essere il suo motto, ma era troppo ingenuo e innamorato.
Seguirono anni di tradimenti da parte di Cosima, che usò mio padre come appiglio per scappare di casa ed avere una dignità sociale ed economica. Era una femmina focosa, casalinga e dedita alla prole, ma quando voleva sapeva trasformarsi in una insaziabile macchina del sesso, abile gola profonda che non si schiodava fino a quando l’ultimo centilitro di sborra non le era sceso giù per l’esofago. Ci mancava solo la scarpetta. Lo sapevano bene il tecnico della lavatrice chiamato ben due volte per un guasto immaginario o l’uomo che portava su le cassette dell’acqua, che usciva felice dopo averle stappato la bottiglia in culo per ore.
Quando Nino lo scoprì, immagini terrificanti di femminicidio lo perseguitarono per mesi, ma un giorno decise che non sarebbe valsa la pena rovinarsi la vita per lei: l’avrebbe tradita pure lui, odiando solo se stesso, ma amandola all’infinito. Ogni tradimento fu descritto minuziosamente sul suo diario segreto, che un giorno pensò di aver perso, ma gli era caduto semplicemente a pochi metri dall’auto e per fortuna o sfortuna, questo ancora non lo so, lo raccolsi io. Come lo perse non gliel’ho mai chiesto per ovvie ragioni, penso che lo portasse dentro alla ventiquattrore, non credo lo tenesse direttamente in macchina.
In base a quanto ho letto, posso dire che mio padre se la sia spassata e che fosse sotto sotto un grande porco. Di tutti gli incontri ecco l’estrapolato che più mi colpì.
[..]Oggi è venerdì e finalmente sono riuscito a fottere figa, culo e bocca di Denise, la receptionist dell’autorimessa dove portiamo gli autobus la notte. Lei mi ha sempre guardato con occhi tristi, perché sapeva della mia infelice situazione personale, ma avevo usmato che il suo istinto da crocerossina prima o poi mi avrebbe dato grosse soddisfazioni. Lei amava scherzare sempre e mi provocava, ma quando poi si è trovata genuflessa di fronte al mio cazzo eretto pieno di venuzze pulsanti, capì bene che il tempo degli scherni era finito e avrebbe dovuto lavorare bene con la bocca, altrimenti l’avrei sputtanata con tutti i colleghi. Non puoi ironizzare sempre e fare allusioni sessuali, se non sai erogare un pompino perfetto. Cazzo se me lo fece, in silenzio senza dire niente, filamenti di sperma che le colavano dal mento e come un’idrovora sembrava volesse spurgarmi l’anima, che era ferita, ma non sporca. Sul punto di eseguire un magistrale schizzo sugli occhiali neri e squadrati, senza nessuna voglia di intrattenermi in mezzo alle sue cosce, la girai di scatto, le afferrai i seni abbondanti con areole gigantesche e cominciai a dargli dentro come un forsennato, era bagnata, ma ce l’aveva stretta e questa cosa mi faceva godere come un matto, gli occhi quasi mi si giravano all’indietro come gli squali quando divorano le prede, da quanto stavo esplodendo di piacere. Ero tutto sudato, ancora con la camicia azzurra di lavoro con due polmoni d’acqua stampati, ma visto da dietro il mio culetto sodo la stava ininterrottamente pompando da decine di minuti, sembravo un pornoattore al suo primo casting, stupito e gaudente.
In maniera suina le stavo sganciando un canader di sperma in fica, avrei fatto 8 gemelli sono sicuro, ma risparmiai al pianeta Terra il problema della sovrappopolazione e dopo aver lasciato giocare diversi minuti i miei pollici col suo buchetto più stretto, inserii lentamente prima la cappella, ma la sua avida mano lo fece precipitare dentro fino allo stomaco, facendo segno fino dove se lo sentisse, indicando l’ombelico. Forse voleva che lo trasformassi in una bella dighetta di fonte della vita, ma dopo una ventina di affondi ero così stanco e travolto dalla passione che le inondai il deretano, lasciandolo minuti poi a sgorgare come fossero le cascate del Niagara.
Ci rivestimmo in tranquillità, le telecamere a circuito chiuso avevano ripreso tutto, scaricai il filmato e lo conservai al sicuro, il bello di essere anche addetto alla sicurezza dell’hangar.
Come sarebbe stupenda la mia vita, se non amassi una grandissima troia.[..]
Mamma ci abbandonò che eravamo piccoli, disonorando l’unico uomo che l’aveva trattata come una Vera Donna. Noi figli, avremmo continuato ad onorare papà, divulgando la sua storia, amara rivalsa contemporanea di un uomo che amò una sola Donna, riversando al tempo stesso la sua misoginia, figlia di un amore mai corrisposto, nei confronti delle sue donne occasionali.
Amanti che voracemente si nutrirono di quel porco cuore infranto.
A Papà.

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MIA ZIA….

Avevamo pensato di mangiarci una pizza per festeggiare la mia auto nuova, io e due amici con cui andavo molto d’accordo, eravamo tutti poco più che diciottenni e cominciavamo ad andare forte con le ragazze, quindi i nostri discorsi erano incentrati sul sesso e sulle nuove esperienze alle quali non dicevamo mai di no. Quella sera quando passai a prenderli a casa di uno dei due, Massimo mi disse che ci sarebbe stata anche la zia di Aldo, che aveva chiesto di farci compagnia abbastanza insistentemente, riuscendo a convincere infine il nipote a portarla, perciò andammo a prendere anche lei. Da buon cavaliere le riservai il posto sul sedile anteriore accanto a me, anche perché Valeria, così si chiama, era una vera gnocca, non si era sposata per scelta perché gli uomini non le mancavano di certo: capelli mossi castano chiarissimo, fisico snello e tonico, molto curata, un viso con dei lineamenti fantastici e due tette che parlavano da sole, mi ero perso a guardarle parecchie volte anche perché non era sua abitudine portare reggiseni e sospettavo le avesse rifatte, non potevo credere che a 49 anni potesse averle ancora così perfette. Una volta arrivati in pizzeria ordinammo e mi accorsi che Valeria mi guardava con insistenza e mostrava quelle sue labbra morbide che mi incantavano, cercai di evitare quello sguardo, in fondo ero seduto accanto a suo nipote ed era più grande di ben 31 anni… Lei però non aveva intenzione di desistere. Ad un certo punto iniziò a sfiorarmi la gamba con il piede, doveva essersi tolta una scarpa, mi salivano brividi lungo la schiena, quella donna mi aveva sempre eccitato ed ora mi stava dicendo apertamente che poteva essere interessata, mi accorsi che non stavano salendo solo i brividi… Mi alzai con la scusa di andare alla toilette per cercare di riprendere il controllo, non mi ero ancora chiuso nel bagno quando lei entrò con mia sorpresa e senza dire niente mi slacciò la cintura liberando la mia erezione oramai al massimo ed iniziò un magnifico pompino, in realtà abbastanza violento, succhiando con forza ed infilandoselo con prepotenza fino in gola, estraendolo di tanto in tanto per leccarmi le palle con le quali continuava intanto a giocare. Bastò poco. Le feci assaporare una cascata di sborra calda che le colò dalla bocca, lei prontamente la raccolse e ingoiò tutto ripulendomi il pisello molto accuratamente. Mi rivestii e lei mi disse: “dopo aver portato a casa tutti torna da me” e mi strizzò l’occhio. Non potei fare a meno di deglutire, non sapevo se era giusto farlo, poteva essere mia madre, ma sapevo che l’avrei fatto. La differenza di età era la cosa che assieme alla sua bellezza mi faceva eccitare maggiormente. Tornammo a tavola come se niente fosse e finimmo la cena pregustando il dolce… Insistemmo per non bere nemmeno il caffè, tanta era la fretta di scopare, ma non sapevo in cosa mi stavo imbattendo. Tornai da lei scannando il motore della mia Mercedes nuova ancora in rodaggio, ma non mi importava perché già pregustavo il sesso con Valeria, un sogno proibito che si stava realizzando. Suonai. Salii. Mi aspettava completamente nuda: era bellissima e teneva rasata la sua parte più intima già umida solo per me, non dissi una parola e mi strappai di dosso i vestiti perché dovevo appagare il mio desiderio il prima possibile e non potevo più aspettare. Lei mi fermò. “Mi piaci ma prima mettiti in testa una cosa: se mi vuoi scopare, comando io”. Questa frase mi impaurì ma in un certo senso ero già in suo potere e non potevo farci niente, perciò dopo essersi sdraiata mi ordinò di leccargliela ed io cominciai prima piano ed in seguito facendo roteare la lingua sul suo sesso impregnato di umori di eccitazione, “Ora voglio scoparti, sdraiati, ho bisogno di una cavalcata”. Ubbidii senza discutere e lei mi saltò addosso infilandoselo tutto dentro ed iniziando con un ritmo piuttosto veloce, ansimando di piacere. Ma questo non le bastava, voleva provare altro: “Riempimi il culetto adesso, sfondami” mi disse con un sorrisetto che prima andava lubrificato e che ci avrebbe potuto pensare la mia lingua, così ubbidii ancora e cominciai a leccarla, ad infilare un dito, poi due, quando mi disse che lo voleva dentro. Mi avvicinai piano appoggiandolo con delicatezza ma Valeria doveva già essere abituata e indietreggiò impalandosi con il mio cazzo che, con mia sorpresa, non faticò a penetrarla. “Adesso sfondami senza pietà”. La presi alla lettera e cominciai a muovermi velocemente affondando fino a sentire le palle sbattere sul suo fantastico culo, la cosa non durò a lungo perché ero al massimo e come da sua richiesta le riempii il culo di crema calda, lo estrassi e lei con le dita raccolse il mio piacere che colava fuori e lo gustò dicendo: “il mio dolce preferito”. Dopo esserci rivestiti entrambi ci salutammo, lei con uno schiaffo sul culo, forse per ribadire la sua autorità, io le risposi: “Alla prossima zietta”..

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