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una notte con zia e il suo culo

Paola ha tradito il suo uomo nel bagno dell’hotel

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Le primissime luci dell’alba, a cavallo della notte rivelano la facciata più realistica di quel luogo dove l’apparenza e lo sfarzo regnano sovrani per la maggior parte del tempo.

Ma a quell’ora, quell’agglomerato di finte promesse lasciava il posto ad un panorama ben diverso, scarno, silenzioso, nudo.

E’ l’ora in cui l’anima mendace e disonesta del posto, esausta ed appagata va a farsi benedire, dopo la nottata di alcool, sorrisi e pubbliche relazioni, proprio come il trucco di quella ballerina sudata del Sunrise.

Cavoli, Maverick aveva ragione.

Una serata sprecata tra insulse cagnette affamate di mance.

Un senso di profonda insoddisfazione sembra aver preso il controllo di ogni parte del mio corpo, mentre finisco il mio Negroni sbagliato, come tutto il resto, nella hall di questo hotel che pare non avere più nulla da offrirmi, prima di cedere il passo a “domani”.

Cazzo. No.

Mi volto, incuriosito dall’eco delle parole decisamente fuori luogo e dall’inequivocabile rumore che solo una donna riesce a fare quando capitola dritta sul pavimento.

Lo spettacolo che mi si prospetta davanti è dei migliori che potessi desiderare, lei è ancora per terra, di schiena, protesa in avanti e con le ginocchia divaricate contro il pavimento freddo, offrendomi proprio il lato più gradito, mentre cerca di fare leva sulla mano dell’amica visibilmente infastidita.

racconto-erotico-tradimentoNon c’è nessuno a parte noi ed il fatto che la megera che la accompagna possa accorgersi che le sto, palesemente, guardando il culo non mi preoccupa, anzi.

La osservo e penso che tacco 12, caschetto castano e la difficoltà di mantenersi in equilibrio erano tre fattori più che sufficienti per attizzarmi, per il contesto scarno della serata

. Il mio corpo è in perfetta sintonia con quel che sto pensando e la reazione non tarda a premere contro i pantaloni.

Grazie all’espressione chiaramente contrariata dell’amica, che punta lo sguardo nella mia direzione ecco che appena tornata in piedi, si volta anche lei.

Sorride.

Bene.

Ottimo.

Levati dai piedi.. – penso.

Si sistema i capelli e la gonna, ha già abbandonato il mio sguardo eppure sembra continuare a giocarci maliziosa, pur non incontrandolo.
Paola..

– Tranquilla. Ho solo bisogno di sedermi un po’, non posso rientrare in stanza così.

La voce è alta, probabilmente voleva che io ascoltassi. Probabilmente vorrebbe anche altro.

Molto probabilmente, lo avrà.

Si spostano sulle poltrone dietro l’ascensore, non passano neanche tre minuti che la profezia si avvera, quel manico di scopa si allontana sparendo sulla larga scala che porta alle camere.

E’ sola. E’ fatta.

Il ragazzo del bar sta rientrando, il mio bicchiere è vuoto ed il resto bello pieno; lei se ne accorge: del bicchiere e del resto.

Inverte la posizione delle gambe accavallate, mentre penso alla persona che l’attende in camera.

racconto-tradimentoL’idea di scivolare fra le calde gambe della donna di un altro, godendo di ogni sua fessura mentre il suo uomo l’aspetta, mi sta letteralmente facendo colare per il desiderio.

Con la scusa di un altro drink, le passo davanti raggiungendo l’angolo bar. La mia giacca nasconde l’inevitabile.

Sento i suoi occhi da gatta scrutarmi e la sorprendo in un movimento ondulatorio lento e furtivo sulla poltrona, deve essere eccitata. Probabilmente, anche in lei l’idea di farsi possedere all’improvviso da qualcuno che non ne avrebbe alcun diritto, sta avendo la meglio.

Si alza e viene verso di me. Ci guardiamo.

Mi supera con passo incalzante e sento il suo profumo mentre capisco che i nostri occhi hanno già fatto le presentazioni e si sono già detti tutto ciò che c’era da dire.

Abbandono il bar, il barista che sembra essersi imbarazzato al posto mio ed ogni pensiero negativo riguardo alla nottata, per raggiungerla in bagno.

Nella zona condivisa della toilette non c’è nessuno. E questo sembra essere il giusto epilogo a conclusione di una nottata di…

E poi esce lei. Di fronte al lavandino con un grande specchio non c’è spazio per entrambi, mi ritraggo per farle spazio ma sono eccitato come un toro e lei è splendida vista da vicino.

Accenna un sorriso cortese mentre si sistema davanti al lavandino per sciacquarsi le mani e non sembra sorpresa del fatto che sia rimasto dietro di lei. Il nostro sguardo si incrocia ancora, nello specchio questa volta, io la sto guardando senza il minimo pudore, non c’è ombra di esitazione, voglio entrare dentro di lei e voglio che lei lo sappia, ora.

Non posso aver equivocato, quella donna sapeva perfettamente come lanciare messaggi ed io sono molto bravo a coglierli.

Ed infatti, eccolo li. L’invito. Il segnale chiarissimo ed il punto di non ritorno al tempo stesso.

Chiude il rubinetto e si asciuga le mani guardandomi ancora, attraverso lo specchio, questa volta è seria e sensuale. Poggia le mani sui bordi del lavandino e divarica leggermente le gambe.

A quel punto mi avvicino e la sto già spingendo verso di me, con le mie mani sul suo ventre, mentre i nostri occhi non si sono mai lasciati

. Posso finalmente sentire il suo profumo che si mescola con il calore della sua pelle ed affondo nel suo collo, mentre la mia mano destra penetra con forza prima sotto la gonna e poi prepotentemente dentro di lei, che geme con gli occhi socchiusi ed inarca la schiena premendo contro il mio sasso che ormai reclama ogni sua parte, tutte insieme.

La presa della mia mano sinistra sul suo seno non mi soddisfa più, ora voglio altro, ora voglio piegarla completamente al mio piacere, voglio entrare fino in fondo a quel mondo che non è mio e rubare tutto.

Preso dalla foga di un animale affamato, le allargo le gambe e tiro fuori l’affare d’oro, lei sembra avere un attimo di apparente esitazione.

Tempistiche standard penso, mentre ormai sto affondando nella sua carne morbida e la tengo per le braccia.

Ogni esitazione e accenno di preoccupazione sono scivolate via in una frazione di secondo, così come ora scivolo dentro di lei, che si piega sempre di più, offrendomi quell’isola inondata di piacere e desiderio.

Scivolo dentro e fuori, sempre più velocemente, sempre più violentemente.

Sento ogni nervo del mio corpo tendersi, tutti all’unisono verso un’unica meta.

Porto la mano destra sulla sua spalla e stringo la presa, mentre con la mano sinistra le spingo il capo costringendola a piegarsi ancora di più. Sono vicino all’esplosione mentre continuo a sbattere il mio corpo contro il suo, come a raggiungere l’unico scopo della mia vita.

Sudo e la sento mugolare, in quella posizione scomodissima ma non mi importa, sto per riempire quel corpo che non mi appartiene, sento il calore che si spande e voglio arrivare dentro di lei con tutta la forza che possiedo.

Mi spingo più dentro, le lascio la spalla e metto entrambe le mani sui suoi fianchi, lo sento, sono vicino, lo sento arrivare.

La tengo ferma, ansimante contro il mio bacino ed esplodo. Finalmente godo, con tutto me stesso, mentre lei è costretta dalla mia presa a ricevere tutto il mio succo.

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PENSIERI DI UNA NINFOMANE

Sono Roberta e ora sono di nuovo sola. Il mio ultimo compagno, colto dalla sottoscritta con le dita nella marmellata, o per meglio dire con il cazzo nella figa, ha ricevuto il benservito. Arturo è passato da casa mia a riprendersi la sua roba e nonostante il suo (falso) atto di contrizione, davanti all’evidenza ha ceduto e l’ ho messo alla porta come promesso; poi ho fatto cambiare la serratura. Occorre però che io faccia un esame di coscienza di ciò che mi è accaduto in quest’ultimi anni sotto il profilo sentimentale e di ciò che mi riserverà il futuro. Prima mio marito, poi Wassim infine Arturo e non conto tutti gli altri ‘Prìncipi’ che ho avuto alla mia corte; che hanno durato…quanto: Un mese? Una settimana? Oppure solo una notte? È dunque possibile che io non riesca o che non voglia tenermi un uomo. Dovrò accettare che non può essere solo colpa degli altri e che per me il principe azzurro non esiste. Che io sono fatta così e che in certe situazioni mi ci trovo bene anzi, le vado a cercare, addirittura. Più gli anni passano e più ho voglia di farmi scopare. I vent’anni sono passati come una furia. I trenta sono stati una sorpresa. A quarantaquattro anni suonati aspettare un uomo a culo all’aria e fremere ancora nell’attesa che me lo metta dentro credo sia una vera fortuna e un sommo piacere! Quando sei giovane hai dei tabù, delle remore, soprattutto aspetti lui, il principe; poi ti accorgi che il tempo è passato e hai perso tante occasioni oppure che hai sposato l’uomo sbagliato; allora ti butti e cerchi di recuperare il tempo perduto. Questa sono io oggi, eccomi qua. Per me ogni pretesto è buono per godere e finora me la sono cavata piuttosto bene. Cazzi grossi come clave, uomini che pompano come tori, uccelli arrapati per ore. Non so cosa vogliano le altre principesse ma so esattamente cosa piace a me. Ecco perché ho scelto ‘Lucciola fra le mani’ come nickname. Alcuni si avvicinano bramosi, capisci subito quello che vogliono da te; altri invece ti adulano, ti fanno sentire speciale, a volte t’incantano ma alla fine anche loro picchiano sempre lì. E a me, ve lo confesso, va bene così. Devo dire che con il passare degli anni la voglia che ho di cazzo non è diminuita, anzi è aumentata e non lo nascondo. Più chiavo è più chiaverei. Si parte di solito con la lingua in bocca e con un pompino come antipasto, seguito da una strizzata ai capezzoli; ecco che mi accarezza il culo e forse mi sculaccia. Ahi! La mia passerona è già bagnata. A volte lui ha la premura di umettarmi lo sfintere con la saliva e a volte no; ma sia come sia, il mio buco è sempre aperto e ben rodato. Comunque quando mi entra nel culo mi fa impazzire, è come se andassi in paradiso. Mentre lui mi solleva con l’avambraccio una coscia io allargo bene le chiappe con le mani in modo che il buco sia ben aperto. Ora può strofinarci contro la cappella, cerca…ecco che preme piano, io spingo a forza con le viscere per assecondare più che posso l’entrata e… Ohh Dioo, sii! Di colpo tutto il suo uccello scompare nelle mie budella. Ora è il momento in cui inizia a pompare e il cazzo va su e giù; ciò mi provoca un piacere così intenso che spesso inizio a pisciare come una vacca; è il segno che sta per arrivare il primo orgasmo. Se lui è un buongustaio si sfilerà dal culo e letteralmente si tufferà a dissetarsi alla mia fonte. Bagnato ma sorridente e sazio passerà a svangare la figa che ha appena ripulito. Io allora a cosce aperte e con le gambe all’aria beata lo accoglierò tutto, fino alla radice. Guardarlo in faccia e baciarlo mentre mi chiava mi fa impazzire; così come quando tira fuori l’uccello e poi lo rinfila e va avanti così per dieci venti volte fino al giusto epilogo. Anche qui ci sono stili diversi; Ivano, Arturo o mio marito preferivano venirmi dentro per poi spesso lapparmi la spacca grondante. Altri invece come Vittorio o Luca mi annaffiavano il viso o il corpo col loro seme. Dei veri pompieri mancati. E a proposito di annaffiature come posso non citare Daria la mia carissima amica lesbica che mi ha iniziato alla pratica del pissing e con la quale ho avuto una liaison piuttosto focosa. Mai avrei creduto che fare l’amore con un’altra donna fosse così appagante. Leccarle la fica gustando l’asprigno sapore del suo godimento e subito dopo trovarmi a bere come una cagna assetata il getto di urina bollente che sgorga dalla medesima fessura. Oppure masturbarmi osservandola mentre corre in bagno e, sollevata la ciambella del water, ancheggiando si sfila le mutandine; restando in piedi si allarga le magnifiche chiappe con ambo le mani, lasciandosi andare ad una lenta, morbida e arrapantissima cagata. E che dire dell’abbigliamento; poter indossare qualcosa di sexy quando lo desideri senza per questo incorrere nelle reprimende del compagno di turno. Ecco. È per godere di emozioni come queste che forse non riesco e di sicuro non voglio restare più di tanto in un rapporto stabile..

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MAMMA E FIGLIA

Erano le 16:30 di un normale venerdì pomeriggio, Monica riordinò in fretta e furia la sua scrivania, si infilò il lungo piumino grigio e si diresse verso la porta d’uscita salutando tutti i presenti dopo una lunga e stressante giornata in ufficio. La sua stanchezza era ancora più accentuata dal fatto che questo era l’ultimo giorno lavorativo della settimana, ma per fortuna il suo turno era finito un po’ in anticipo e per strada non si era imbattuta nel gran traffico del fine settimana riuscendo persino a passare al supermercato e ha fare un po’ di spesa. Era provata ma contenta, in vista del weekend che l’aspettava, finalmente avrebbe potuto rilassarsi come più le piaceva. Parcheggiò distrattamente la macchina e caricatasi di buste e pacchettini si diresse verso la porta di casa. Trafficò un pò per riuscire ad aprire la porta e poi finalmente varcò l’uscio ritrovandosi tra quelle tanto amate mura casalinghe. – Katia… Katiaaa! Tesoro, sono io… sono arrivata! – Esclamò ad alta voce Monica rivolgendosi alla figlia, poi si diresse verso la cucina e poggiò le buste della spesa sul tavolo, quindi si trasferì nella sua camera da letto per mettersi un po’ in libertà. Gettò la borsetta e il piumino sul letto, poi si sedette sul bordo del materasso e sbuffando si sfilò le scarpe; Monica adorava le scarpe con il tacco alto perché mettevano in evidenza ancora di più la bellezza delle sue gambe e le donavano una linea armoniosa e snella, solo che portarle tutte quelle ore era tutt’altro che comodo ed era un vero sollievo toglierle una volta arrivata a casa. Ma non erano solo le gambe che, in Monica, i colleghi d’ufficio apprezzavano; di lei piaceva tutto. Nonostante i suoi quasi 40 anni Monica era una donna bellissima, alta, mora, con i capelli lunghi, un pò mossi e due profondi e grandi occhi color nocciola, un fisico snello, asciutto, con dei lineamenti invidiabili, costruito da un costante allenamento in palestra frequentando corsi di aerobica e a casa da autodidatta, un sedere da fare invidia ad una ventenne e un qualcosa di veramente insolito per una donna così magra, un seno abbondante e prosperoso che più volte l’aveva imbarazzata attirando troppo su di se lo sguardo degli uomini. – Allora, amore… non mi rispondi ? Ti è passata la febbre, eh? – Continuò a chiedere Monica dalla sua stanza mentre togliendosi la giacca e la camicia si infilava un morbido maglione a collo alto e delle calde e buffe pantofole a forma di leone. Non ricevendo alcuna risposta dalla figlia, Monica si diresse in camera sua, bussò alla porta ed entrò. Katia se ne stava sul letto a pancia in giù, con indosso solo dell’allegra e sbarazzina biancheria intima e con le cuffie alle orecchie, era impegnatissima nel leggere una riviste per teenagers e non si accorse minimamente dell’ingresso della madre nella sua stanza. – Katiaaa! – Urlò allora Monica e aggiunse – Ma ti sei impazzita ? – Sentendo l’urlo della madre Katia si girò di scatto, quasi impaurita, tanto che il walkman che teneva sul comodino cadde in terra. – Mammaaa…ma che sei matta! Mi vuoi far prendere un colpo? – Quasi le gridò la figlia con il cuore che le batteva a 100 all’ora – Scusami ciccia… ma tu non mi rispondevi; e sfido io con quell’affare sulle orecchie. E poi scusa Katia, stai male e ti metti così scoperta, ma dico io…! – Puntualizzò la madre – Si… ma cavolo mamma, la prossima volta avverti e poi sto benissimo, la febbre è da questa mattina che non ce l’ho più, l’unica cosa e che faccio un po’ di fatica a respirare, mi sento tutta un po’ tappata – Rispose Katia ripresasi dallo spavento – Ho capito Katia, ma anche se non hai la febbre non mi sembra il caso di stare così, dai forza infilati sotto le coperte che adesso vado a preparare la cena e dopo ti faccio un bel massaggio con la crema balsamica, ok! – Gli ordinò Monica. – Che pizza che sei mamma, e mica sono più una ragazzina, no! – Borbottò Katia mentre si rimboccava le coperte. – Ah, no! Perché secondo te a poco più di 15 anni una che cos’è, un vecchia? – Rispose con ironia la madre – No, non sono vecchia… però ormai sono grande, non mi devi trattare come una bambina! – Sottolineò Katia – O perbacco, non me ne ero accorta! Allora signora, mi dica… gradisce una minestrina questa sera? – Chiese divertita Monica – Si… si, ma mi raccomando, bella saporita – Specificò Katia sorridendo. Monica si lascio alle spalle uno squillante “OK” e sorridendo si diresse in cucina per preparare la cena. Mentre era sui fornelli squillò il telefono, Monica afferrò il cordless e rispose; era Fabio, suo marito, che l’avvertiva che il viaggio era andato bene, che stava uscendo dall’aeroporto proprio in quel momento e che il tempo non era un gran che. Poi frettolosamente la salutò mandandogli un bacio e ricordandogli che sarebbe tornato Domenica sera sul tardi. Terminata la conversazione Monica riprese a cucinare preparando poi le pietanze sul vassoio e portandole alla figlia. – Ecco qua, Katia! Ha telefonato papà, ti saluta! Mi raccomando mangia tutto che dopo vengo a portare via il vassoio e ti faccio un bel massaggio – Si raccomandò Monica – Ho una fame! Che odorino…mi fa venire ancora più fame!- Rispose Katia mentre afferrava il vassoio Monica aggiustò il vassoio sul letto della figlia, si raccomandò ancora un paio di volte e poi tornò in cucina dove, acceso il televisore, si apprestò a consumare la cena. Terminato il pasto Monica tornò nuovamente in camera della figlia, riprese il vassoio facendo i complimenti alla figlia per aver mangiato tutto e ritornò in cucina per riassettarla e lavare i piatti . Seguì distrattamente un film mentre sbrigava le sue faccende, poi si sedette un attimo per fumarsi una sigaretta e rilassarsi poi verso le dieci andò in bagno a prendere la crema e tornò nuovamente in camera della figlia. Entrò nella stanza mentre Katia era intenta a seguire un film, accese la fioca lampada del comodino e si sedette sul bordo del materasso. – Allora signorina, lo facciamo questo massaggio? – Chiese Monica La figlia si limitò a mugolare qualcosa mentre guardava la tv e fece un cenno di assenso con la testa. Monica si alzò dal materasso e tirò giù le coperte che avvolgevano la figlia arrotolandole in fondo al letto, poi aprì il vasetto di crema e con la mano destra ne prese un bel po’ raccogliendola su due dita, quindi portò la sua mano sinistra all’altezza del reggiseno di cotone grigio della figlia iniziando a sbottonare i due bottoni posti sul davanti. – Questo però lo togliamo… eh? – Sottolineò Monica Katia si limitò a rispondere nuovamente come prima. Aperto l’ultimo bottone, Monica scostò il reggipetto liberando un piccolo ma ben fatto seno, piuttosto sviluppato per una ragazzina di quella età, due rotonde e sode mammelle caratterizzate da una leggera forma a punta tipica delle adolescenti e che, viste in quella posizione, sembravano sfidare la forza di gravità. Non che Monica non sapesse come era fatta sua figlia, l’aveva visto crescere giorno per giorno e trasformare via, via il suo giovane corpo ma la vista di quel seno così sviluppato l’aveva un po’ meravigliata, anzi in verità non se lo aspettava per niente e a vederlo non sembrava proprio il seno di una futura sedicenne ma bensì quello di una ragazza ben più matura. Poi abbassò lo sguardo sul suo petto, pensò che in fondo era sua figlia e vista la prosperosa misura che era stata concessa alla madre non si preoccupò più di tanto, accostò la mano destra al centro dei seni della figlia ed iniziò a spalmare la crema. In pochi secondi la crema perse consistenza, sciogliendosi completamente a contatto della calda pelle di Katia e diventando così un vero e proprio unguento. La delicata ed esperta mano della madre le spalmava sul petto, con ritmici e precisi movimenti circolari, la crema ormai liquefatta; gli attraversava la scanalatura posta tra i suoi due seni accarezzandoli e massaggiandoli mentre risaltavano lucidi alla luce della piccola lampada posta sul comodino. Monica eseguiva il massaggio in un modo quasi automatico mentre, insieme alla figlia, cercava di seguire il film alla TV, ad un tratto però la sua attenzione fu richiamata da uno strano comportamento che l’adolescente stava assumendo. Il respiro di Katia si era fatto più profondo e affannoso, la sentiva emettere strani mugolii mentre, con soffocata circospezione, serrava nervosamente le gambe l’una contro l’altra strusciando le ginocchia. Monica fece finta di non guardare ma seguiva incuriosita, con la coda dell’occhio, quello strano atteggiamento che la figlia manifestava e che a sua volta cercava forzatamente di controllare vista la presenza della madre. Monica ebbe un’ulteriore riprova della particolarità della situazione quando, passando la mano per l’ennesima volta sul petto della figlia, si scontrò con un appendice duro ma elastico; il suo sguardo cadde immediatamente sui seni della figlia e con grande meraviglia si accorse che entrambi sfoggiavano due spiccanti e turgidi capezzoli, ben eretti al centro delle areole. Dentro di se Monica si sentiva letteralmente sconcertata, non le era mai capitata una cosa simile e i piccoli seni della figlia, poi, facevano risaltare ancora di più quei capezzoli così tesi. In realtà non era particolarmente preoccupata per la risposta che il corpo di sua figlia aveva dato al suo massaggio ma quanto più al fatto che tale situazione la attirava e la incuriosiva morbosamente. – Allora… Katia, ti senti un po’ meglio adesso? – Chiese Monica quasi sottovoce – Si mamma, è molto piacevole… solo che adesso mi fa un po’ male lo stomaco! – Le rispose Katia – Dove, amore… qui ? – Domandò la madre spostando la mano sul ventre della ragazzina – No mamma, un po’ più giù ! – Precisò Katia La mano di Monica scivolò allora al disotto dell’ombelico e interrogò nuovamente la figlia – Dove allora… qua? – – No mamma, ancora un poco più giù – Le spiegò Katia Monica era quasi smarrita dallo strano comportamento tenuto da parte di Katia, per la prima volta in vita sua si sentiva quasi in imbarazzo nei suoi confronti ma intenta a soddisfare la richiesta della figlia aveva ulteriormente spostato la sua mano verso il basso, tanto che le sue dita si trovavano quasi all’altezza del pube di Katia. – Insomma… Katia, dov’è che ti fa male – Chiese nuovamente la madre con tono un po’ alterato – Ecco… li, mamma! Proprio li, sento come un bruciore – Puntualizzò subito Katia Ora Monica si sentiva veramente impacciata, la vicinanza tra la sua mano e l’organo genitale della figlia era praticamente irrisoria, solo la sottile stoffa degli slip che la giovane indossava separava il diretto contatto tra l’organo e la sua mano. – Katia, scusami… tesoro, ma qui non è… proprio lo stomaco – precisò Monica – Si, lo so mamma… però è li che mi da fastidio – Le rispose con voce sommessa la figlia Monica non ci pensò su molto, spinta anche dal desiderio di andarsi a coricare a letto il prima possibile vista anche l’ora, poggiò meglio il palmo della mano sul basso ventre della figlia esercitando una lieve pressione ed iniziò ad effettuare dei composti movimenti circolari. Quasi involontariamente, nel corso del movimento, le dita di Monica finirono al di sotto dello slip entrando a contatto con la morbida e rada peluria del pube di Katia, poi via, via scesero sempre più giù andando ad accarezzare le grandi labbra e la piccola fessura racchiusa tra di esse. Sentendo la mano della madre accarezzargli delicatamente il sesso, Katia allargò istintivamente le gambe lasciando più ampio spazio a quelle piacevoli attenzioni, Monica continuò per un po’ quel saffico trattamento poi ad un tratto senti i polpastrelli delle dita umidi e ne rimase scossa; interruppe bruscamente il movimento ritirando la mano, si alzò dal bordo del materasso e si rivolse alla figlia – Be… Katia, adesso basta così… ti è passato il dolore, no? – Katia si senti come buttata giù dal letto, aprì nuovamente gli occhi che sino a quel momento teneva socchiusi e a fatica rispose alla madre – Si, si mamma ora va molto meglio, grazie! – Monica si affrettò a dirigersi verso la porta – Mi raccomando ciccia, adesso dormi però…ok! – Le chiese con tono amorevole Monica, Katia annuì con la testa e gli augurò la buona notte, la madre rispose al saluto, chiuse la porta e si diresse verso la camera da letto. Monica era veramente stupita con se stessa per ciò che era successo, si fermò sulla porta d’ingresso della sua camera da letto, poggiò la sua mano destra sul petto e senti il cuore battere veloce mentre i suoi capezzoli erano diventati turgidi, ma non era tutto, si sollevò la gonna arricciandola attorno alla vita poi con dubbiosa indecisione si infilò una mano tra i neri slip di pizzo, si piegò un po’ sulle ginocchia ed allargò leggermente le grandi labbra, passò poi le dita tra la fessura ritirandole fuori completamente umide e scoprendosi, così, un utero ricca di umori. Monica non voleva crederci ma quell’approccio di rapporto saffico con sua figlia l’aveva eccitata e sicuramente dormirci sopra non l’avrebbe aiutata più di tanto. La mattina successiva Monica si alzò di buon ora, nella sua mente il pensiero di ciò che era accaduto la sera prima sembrava essersi assopito, la attendeva una mattinata ricca di impegni e sicuramente non lavorativi, bensì di classica routine casalinga; fare la spesa ed effettuare un po’ di shopping. Trascurò di riordinare la camera da letto, si preparò vestendosi come se dovesse andare in ufficio poi verso le 9:30 uscì lasciando Katia a dormire nella sua stanza. Monica rincasò vero mezzogiorno, era carica di buste come un somaro, si trascinò letteralmente esausta verso la cucina per depositare il tutto poi con passo veloce si diresse verso il bagno mentre il ticchettio dei suoi tacchi echeggiava nel corridoio. Quando si trovò davanti alla porta del bagno sganciò il piccolo bottone dell’aderente gonna che indossava e tirò giù la piccola chiusura lampo laterale, lasciando cadere l’indumento ai suoi piedi, poi afferrò con decisione la maniglia della porta che era appena socchiusa e la aprì di scatto entrando quasi con irruenza. Quasi contemporaneamente al gesto di Monica si susseguì un secco e rapido urlo; ad emetterlo fu Katia, che vedendosi aprire la porta così di soprassalto si sentì gelare il sangue pensando a chi sà cosa; in quel momento si trovava nella vasca da bagno letteralmente avvolta dalla schiuma, era in uno stato di completo relax mentre ascoltava la sua musica preferita dalle piccole cuffie del walkman e mai si sarebbe aspettata un momento simile, vedersi aprire la porta a quel modo l’aveva fatta sobbalzare con uno scatto nella vasca e provocato in lei il riflesso condizionato di emettere quell’urlo di terrore. Monica fu quasi spaventata dal quell’istintivo ma inaspettato comportamento della figlia, tanto che ritrasse di colpo la mano lasciando che la porta finisse la sua corsa battendo sulla parete. Bastarono pochi istanti per far riprendere Katia dal rapido stato di agitazione che lei stessa aveva innescato, rendendosi conto che si trattava di sua madre. – Mamma, ma sei impazzita ad entrare così di scatto nel bagno! Mi volevi far prendere un colpo? Cacchio, potevi anche bussare…no? – Monica era rimasta immobile sull’ingresso del bagno, tanto che lo spavento sembrava essere più il suo che della figlia. – Katia…ma sei scema ad urlare così ? Ma dico io…ma cosa ti passa per la testa, ma chi credevi che fossi? – La figlia nel frattempo si era tolta le piccole cuffie dalle orecchie mentre, ripresasi, si passava le mani bagnate sul volto quasi per trarne sollievo. Terminato quel gesto immerse nuovamente le braccia nell’acqua lasciando al di fuori solo la testa e poi guardò sua madre, Monica era ancora ferma sull’ingresso, in piedi davanti a lei, con le braccia incrociate sul petto e lo sguardo severo. Katia notò che sua madre non indossava la gonna e quasi istintivamente iniziò ad osservarla, indossava scarpe chiuse di pelle grigia, un modello classico leggermente a punta e con il tacco alto; le gambe e quì Katia rimase molto stupita, erano fasciate da velate calze nere sorrette da un reggicalze dello stesso colore con delicati e piccoli ricami ed in più uno slip nero semitrasparente tentava di coprire le su intimità mentre attraverso la stoffa dello slip erano ben visibili i peli del suo bupe. Un semplice ma elegante body di stoffa conteneva invece il suo prosperoso seno. – Porca vacca, mamma! Mi hai spaventata a morte…Però, ma dove sei andata così in tiro? – Monica portò le braccia sui fianchi e si rivolse alla figlia – Senti, se tu sei stupida io che colpa ne ho! E poi che cosa bussavo a fare, tanto non mi avresti risposto…con quelle cavolo di cuffie sempre appiccicate alle orecchie! Ascolta, per quanto ce n’hai…io devo andare in bagno, me la sto facendo sotto! – Katia continuava a crogiolarsi nella schiuma – Si…si, tanto la stupida sono sempre io alla fine! Veramente io sono entrata nella vasca da poco più di 5 minuti, ne avrei ancora per un po’ mamma! – Monica fece un’espressione buffa e si diresse verso il water posto alle spalle di Katia – Ho capito, va! Se aspetto che esci me la posso fare anche addosso. – Si tolse gli slip, tirò giù la tavoletta e si sedette sulla tazza del W.C. divaricando le gambe, poi quando Monica iniziò ad urinare si sentì un rumoroso scroscio accompagnato quasi da un sibilo. Katia fu sorpresa nel sentire lo strano sibilo che la madre emetteva mentre urinava, cosa che a lei non accadeva, ed anche lo scroscio del getto nell’acqua le sembrava molto più forte, possibile che il suo modo di fare pipì era così diverso da quello della madre. – Accidenti mamma, non ne potevi proprio più ! Mi sembri un idrante! – Le disse Katia con tono ilare – Ma che dici Katia! Comunque si, non ne potevo proprio più…stavo scoppiando! – In pochi attimi il getto di Monica si esaurì accompagnato da un suo sospiro di sollievo,porto la sua mano destra verso il contenitore della carta igienica ma con grande stuporelo trovò vuoto. – Katia, per la miseria ! Ma perché non la rimetti la carta igienica quando vedi che finisce? Eh! – Chiese con tono scocciato la madre – Ma che vuoi da me mamma! Io nemmeno lo sapevo che era finita! – Rispose con stupore Katia – Eh…si…certo, tu non sai mai niente! Se non le faccio io le cose in questa casa! – Monica si alzò in piedi, ma mantenne con la schiena una posizione incurvata e con il busto leggermente proteso in avanti, poi un po’ goffamente si diresse verso l’armadietto che conteneva i ricambi, mentre alcune goccioline dei suoi liquidi raggiunsero il pavimento, ma con suo grande stupore non trovò la carta igienica. – Ma porca miseria, non c’è proprio…mi toccherà andare a vedere al bagnetto se ce n’è rimasta ancora – Esclamò stupita Monica – Mamma, scusa…per il momento usa quella. – Le disse Katia, indicando un rotolo di carta assorbente, tipo quella da cucina, appoggiato sul ripiano in marmo che circondava il lavandino. Monica, che sentiva già alcune goccioline di pipì corrergli lentamente verso le gambe, non esitò e si diresse verso il rotolo poggiato sul ripiano, posto proprio di fronte alla vasca da bagno. Bloccò il portarotolo con una mano e con l’altra ne strappò un foglio, lo distese sulla mano e istintivamente alzò leggermente la gamba destra mentre con soddisfazione iniziò a passarlo sulla sua intimità mentre la carta emetteva il tipico sfrigolio a contatto del suo pube, il tutto sotto l’attento occhio della figlia che la guardava incuriosita . Monica presa dalla fretta, si era completamente dimentica della presenza di sua figlia, si stava praticamente comportando come se nel bagno fosse sola e quando vide nello specchio l’immagine riflessa di Katia che la osservava incuriosita si trovò in un grande stato di imbarazzo; messa in quella posizione era consapevole di avere praticamente offerto, agli occhi della sua bambina, in modo sin troppo dettagliato le sue intimità ed i suoi comportamenti forzatamente naturali per nascondere il suo stato erano del tutto inutili. Fu la stessa Katia a sbloccare, con finta ingenuità, quella strana situazione. – Mamma, ma come mai la tua è così tanto diversa dalla mia? – Le chiese incuriosita. A Monica gli si gelò il sangue sentendo quella domanda, testimonianza che quello che aveva pensato corrispondeva alla realtà e cercò di far finta di non capire. – La mia, cosa? Katia – Ma sua figlia non era stupida ne tantomeno aveva peli sulla lingua e non si fece pregare per chiarire in modo più esplicito la domanda. – La tua passerina, mamma! La tua passerina è molto diversa dalla mia, perché? – Domandò nuovamente – Ma cosa dici Katia! Non dire stupidaggini, ma come fa ad essere diversa! – Rispose con imbarazzo la madre – No…no, mamma è diversa dalla mia? Anzitutto sulla tua ci sono tantissimi peli mentre sulla mia ne ho pochissimi, poi la tua era così rossa… e poi io quando faccio la pipì, non faccio quegli strani rumori che fai tu ! – La situazione era diventata piuttosto imbarazzante per Monica, era tra incudine e martello e non sapeva proprio cosa fare.. A sedici anni Cristina era una ragazza bellissima. Capelli biondo scuro lunghi, viso ovale, occhi verdi, nasino piccolo, bocca sensuale. Alta 1.75, aveva un corpo perfetto, un seno rigoglioso e sodo, fianchi stretti, un gran bel culetto. Viveva con la mamma, Graziella, il papà era andato a vivere con un’altra donna sei anni prima. Graziella si era sposata a diciotto anni e aveva avuto Cristina all’età di venti anni. Era una donna molto bella, leggermente più piccola e un po’ più in carne, anche lei bionda, portava i capelli lunghi arricciati. Aveva due tette molto grosse ma sode e un culo da favola. Più che mamma e figlia sembravano due sorelle e, da quando il papà era andato via di casa vivevano felicemente e serenamente. Per colpa del padre i litigi erano all’ordine del giorno e Cristina soffriva molto nel vedere la mamma maltrattata e spesso piangente. A volte Cristina andava a dormire nel letto della mamma, parlavano di tutto, tranne che di sesso. Una notte, Cristina aveva dormito nel suo letto, si era alzata per andare in bagno e aveva sentito dei mugolii provenienti dalla camera di sua madre. Pensando si sentisse male era entrata nella stanza senza accendere la luce. Graziella aveva appena avuto un orgasmo e stava ancora masturbandosi per godere ancora. “Mamma, ti senti male?” “No, non preoccuparti, sto benissimo.” Al buio si era infilata nel letto della mamma e si era avvicinata. Si è accorta che la mamma era nuda, come faceva sempre quando dormiva sola, e si era sfilata anche lei la camicia da notte. Sotto era anche lei nuda. Aveva preso la mano della mamma stringendola forte e l’aveva portata verso la bocca per baciarla. Profumava di sesso. Si è infilata le dita in bocca e le ha succhiate. “Mamma, ti manca molto fare l’amore con un uomo?” “Per niente, preferisco fare da sola, mi piace molto di più.” Parlava con voce roca. “Mi masturbo spesso anch’io e piace tanto anche a me.“ “Lo so” Nel dire queste parole aveva spalancato e piegato le gambe e aveva ripreso a masturbarsi con la mano sinistra. Cristina aveva avvicinato il viso a quello della mamma e si era messa a dargli dei baci sulle guance, Graziella aveva girato il suo viso e le loro bocche si sono incontrate. Con un mugolio di piacere Graziella ha infilato la lingua nella bocca di Cristina che ha risposto al bacio della mamma. La mano destra di Cristina è corsa ad accarezzare le tette della mamma e a stuzzicare i capezzoli che si erano induriti, poi è scesa con la bocca verso il seno e si è messa a leccarlo con tenerezza. La mano intanto era Adv scesa verso la figa. “Vuoi che continui io?” “Si, dai, fammi godere.” “Accendi la luce, voglio vederti.” Nel dire queste parole aveva gettato le coperte oltre il letto. Si è stesa tra le gambe della mamma ed è rimasta a guardarla per alcuni minuti. “Come sei bella, hai la figa tutta bagnata, ho voglia di leccarti, non l’ho mai fatto, è da tanto che lo desidero.” “Si dai leccami la figa, ti prego, fammi godere con la tua lingua.“ Cristina ha avvicinato il viso, ha annusato il profumo acre e pungente e, prima timidamente poi con sempre più convinzione, ha cominciato a leccare quella figa sugosa, ha raccolto e gustato tutto il sugo, poi si è dedicata al grilletto, lo succhiava, lo mordicchiava, lo titillava con la lingua. Era una sensazione inebriante, gli piaceva da matti. Intanto si sditalinava velocemente. “Mio dio che bello, mi piace, dai leccami, si così, sul grilletto, dai, ancora, mi fai godere, si, si, continua, così, godo, che bello, godo, godooo.” Graziella si agitava tutta, era percorsa da brividi su tutto il corpo, tremava e urlava il suo piacere. Anche Cristina godeva mugolando, la bocca sempre attaccata alla figa di sua mamma, continuava a leccare e a gustare i succhi che uscivano. Graziella teneva entrambe le mani sulla sua testa e la premeva contro la figa, stava per godere ancora, non aveva mai goduto così tanto in vita sua, era stupendo, meraviglioso, ecco, godeva ancora, ancora, ancora. “Ahh, godo, mio Dio, ti piscio in bocca, non riesco a trattenermi, si, si, ecco, vengo, vengo, vengooo.” Si era alzata sul busto e aveva tirato Cristina verso di se, le ha leccato il viso, bagnato dei suoi umori e ha baciato con foga sua figlia che l’aveva fatta godere così intensamente. Poi l’ha fatta stendere e ha tuffato il viso tra le gambe della ragazza leccandola con ingordigia e facendola godere tre volte di fila. Si sono abbracciate e baciate di nuovo, poi si sono stese di fianco una di fronte all’altra. Si stringevano le mani e si guardavano in silenzio. “E’ stato stupendo, non credevo fosse così bello, lo faremo ancora, vero mamma?” “Si lo faremo ancora, tutte le volte che vorrai, anche a me è piaciuto tantissimo.” Dopo un po’ si sono addormentate. Al mattino si sono svegliate ancora allacciate. Si sono baciate. “Profumi di figa, mi piace.” “Anche tu. Aspetta.” Cristina ha scoperto la mamma e con il viso è andata tra le sue gambe, Graziella si è infilata tra le gambe di Cristina e si sono scatenate in un 69 travolgente che le ha portate a godere ancora una volta. Purtroppo dovevano alzarsi, hanno fatto la doccia assieme, una rapida colazione e sono uscite di casa.Cristina per andare a scuola, Graziella al lavoro. Era stato l’inizio, da quel giorno ogni momento libero era buono per scatenare la loro libidine, magari solo un ditalino reciproco veloce, la sera poi si scatenavano e nei giorni festivi erano godimenti infiniti. Ho conosciuto Graziella alcuni anni dopo. Avevo 23 anni, mi ero laureato con lode e frequentavo un corso per un Master in Marketing. Graziella lavorava alla segretaria organizzativa. Mi è piaciuta subito, provavo nei suoi confronti una attrazione incredibile, mi era entrata nel cervello, dovevo farmela. Mi avevano detto che con lei non c’era speranza, nessun uomo nella sua vita, viveva solo per la figlia. Non mi sono arreso, non l’ho mai fatto in vita mia, e per me quella era diventata una sfida. Ho cominciato dimostrandole un interesse quasi figliare, tante premure e tante accortezze. Quando ho capito che le ero simpatico, ho cominciato a farle una corte molto discreta, sempre più spesso le mandavo dei fiori, in ufficio prima a casa poi. Mi ha rimproverato ma con il sorriso sulle labbra. Alla fine l’ho invitata a cena. Mi ha detto no alcune volte poi ha accettato. Abbiamo passato una serata molto bella, era allegra e felice. Abbiamo scherzato sul fatto che io potevo essere suo figlio. Mi ha parlato a lungo di sua figlia, sembrava più una innamorata che una mamma. Gli ho proposto di portare anche sua figlia alla prossima nostra cena. “Mah, vediamo.” La sua risposta. Ho conosciuto Cristina alla cena degli auguri di Natale organizzata dalla Scuola. Tutti gli allievi dovevano fare un breve discorso di auguri. Credo di essermi superato, è stato un successo strepitoso e sono stato osannato da tutti. Graziella mi ha fatto i complimenti e mi ha abbracciato. Anche Cristina si è complimentata con me. Cristina era molto fredda e seria, sembrava quasi che l’entusiasmo e la felicità della mamma le desse fastidio. Dopo molte insistenze alla fine ha accettato di ballare con me. Ballando ho cercato di parlare con lei, mi rispondeva con monosillabi, alla fine le ho detto chiaramente che non avevo alcuna intenzione di portarle via la mamma. Lei mi ha guardato fisso negli occhi. “Se la fai soffrire, ti ammazzo.” In quel momento ho capito tutto. Se volevo farmi la mamma mi dovevo fare anche la figlia. Non era certo un problema visto quanto era bella. Durante la sosta, dovuta alle festività sono andato in montagna, ad Ortisei, con alcuni amici. Ero in coppia con una ragazza bella ma non sufficientemente troia per i miei gusti, comunque ho sciato, scopato e mi sono rilassato. Sono rientrato a Milano dopo l’Epifania. Ho telefonato a Graziella per invitarla a cena con Cristina, ha tergiversato un po’ ma alla fine ha accettato, io comunque non ho insistito più di tanto. Avevo la macchina nuova, una BMW 2002 e sono passato a prenderle a casa loro. Avevo deciso di essere chiaro e durante la cena ho detto chiaramente che avevo voglia di fare sesso con Graziella. Ho specificato “sesso” non l’amore. Non mi interessavano coinvolgimenti sentimentali e non volevo fare soffrire nessuno, anzi volevo dare piacere. Cristina mi fulminava con gli occhi, la mamma un po’ meno. Certo non si aspettavano la mia chiarezza. Ho anche chiarito che tenevo alla loro amicizia che desideravo continuasse in ogni caso. Dopo un po’ di freddezza, anche per merito di Graziella, abbiamo parlato di altre cose e tra noi è tornata la serenità. Dopo cena le ho accompagnate a casa. Ho rivisto Graziella alla ripresa delle lezioni. Era allegra come sempre, mi ha salutato e mi ha abbracciato. “Dobbiamo parlare, pranziamo assieme?” Mi ha detto. “Certo, ne sarò felice.” Le ho risposto. Durante l’intervallo siamo usciti, abbiamo mangiato un panino veloce in un Bar pieno di gente e abbiamo fatto una passeggiata lontano da orecchie indiscrete. “Cristina ed io abbiamo un rapporto molto particolare, anche dal punto di vista sessuale, è ancora vergine e non ne vuol sapere di avere fidanzati. Non lo trovo giusto e da tempo insisto perché si trovi un ragazzo e che faccia l’amore con un uomo. L’ho convinta a provare con te, gli piaci, ma vuole che io sia presente. Che ne dici?” Ha fatto questo discorso velocemente, quasi senza tirare il fiato e senza guardarmi. Era imbarazzata e quando ha terminato ha tirato un grosso respiro di sollievo. L‘ho guardata negli occhi. “Va bene e mi fa piacere che tu sia presente. Vedrai non ci saranno problemi, non preoccuparti.” L’appuntamento era per la sera stessa, dopo cena. Sono arrivato alle 21.00, avevo con me una bottiglia di prosecco. Indossavano solo una camicia da notte leggera, trasparente che metteva in bella evidenza le grosse tette di Graziella con i capezzoli duri e le tette di Cristina un po’ più piccole ma sode, anche lei aveva i capezzoli duri. Altrettanto bene si vedeva il pelo che copriva le loro fighe. “Abbiamo pensato che non era il caso di perdere tempo.” Ha detto Graziella. Mi ha preso per mano e mi ha condotto nella camera da letto. Assieme mi hanno aiutato a spogliarmi, bastò poco. Avevo il cazzo duro come il ferro. Rimasero stupite. “Che bello, grosso, lungo, sarà bellissimo.” “Mamma , non credi che sia troppo grosso per la mia figa?” “Non temere vedrai entrerà senza problemi.” Mi sono steso sul letto, Graziella si è inginocchiata alla mia destra e con entrambe le mani mi ha preso il cazzo. Lo menava e mi accarezzava le palle, ha invitato Cristina a farlo anche lei. Inizialmente un po’ titubante ma poi sempre più decisa. Graziella ha avvicinato la bocca e ha cominciato a leccarlo tutto comprese le palle, poi l’ha preso in bocca e ha cominciato a succhiarlo. Anche Cristina si è unita alla mamma, si dividevano con sempre più ardore il mio cazzo, ogni tanto si baciavano, poi riprendevano. Si sono divertite per un po’ poi Graziella ha preso un tubetto di crema e lo ha spalmato in abbondanza sul cazzo, ha invitato Cristina a sdraiarsi e ad aprire le gambe, prima le ha leccato la figa per un po’ poi ha spalmato abbondante crema. Ha voluto che fosse Cristina a stendersi su di me ed è stata Graziella a guidare il cazzo nella figa della figlia. L’ha invitata ad abbassarsi piano ma con decisione. Il cazzo ha trovato un po’ di resistenza e Cristina si è fermata. “Non temere, dai, spingi forte.” Il cazzo è entrato con un grugnito di Cristina. Ormai era fatta e ha continuato a impalarsi sino a quando la cappella non ha incontrato il collo dell’utero. Si è fermata, ha guardato la mamma. “Baciami mamma, ti prego.” Piano, piano ha cominciato a muoversi, prima lentamente e poi sempre più velocemente. “Lo sento, mi riempie tutta, mi brucia un po’ ma mi piace, si, mi piace, oh mio Dio come mi piace, mi fa godere, si, si, sto godendo, ecco godo, godo, godoooo.” Si è stesa su di me e mi ha baciato con voracità e intanto continuava ad impalarsi sempre più velocemente. Ora anch’io mi muovevo e seguivo i suoi movimenti, dopo poco arrivò al secondo orgasmo. “Si, godo ancora, è ancora più bello, si bello, ecco, ecco, godooooo.” Si è bloccata e ha incominciato a tremare, la sua figa era un lago e spruzzi di pipì mi hanno colpito il cazzo e sono scesi a bagnare le lenzuola. Si è sfilata il cazzo e si è stesa al mio fianco, le gambe spalancate si teneva la figa stretta tra le mani, tremava tutta. Graziella ha scostato le mani della figlia, la figa era fradicia, il poco sangue che era uscito era mescolato agli umori ed era diventato rosa pallido, Graziella ha appoggiato la sua bocca e ha cominciato a leccarla con sempre più ingordigia; dopo poco è arrivato il terzo orgasmo che ha lasciato Cristina quasi immobile, con il respiro pesante, spossata. Graziella si è girata verso di me, ha guardato il mio cazzo che svettava duro come il ferro. “Ti va di scopare anche me?” Non aspettavo altro. L’ho fatta stendere e sono salito su di lei, ha guidato con le sue mani il cazzo nella figa. “Fai piano, fammelo sentire bene tutto.” Sono entrato trovando poca resistenza, era fradicia, ho cominciato a scoparla piano piano per poi accelerare sempre di più, lei rispondeva ad ogni mio colpo venendomi incontro, siamo andati avanti per un po’ di tempo, al nostro fianco Cristina si era ripresa e ci guardava masturbandosi, Quando Graziella è arrivata all’orgasmo è come esplosa , si agitava, tremava urlava, dalla figa usciva una gran quantità di sugo, io continuavo a scoparla velocemente, anch’io avevo voglia di godere. Ho sfilato il cazzo e sono esploso il una gran sborrata. Schizzi lunghi di sborra si sono abbattuti sulla sua pancia sul seno sulla faccia i capelli oltre la testa. Lei la raccoglieva e se la portava alla bocca, cercava di raccoglierne il impossibile, le piaceva. Cristina, vedendo la mamma si è messa a leccare dal corpo la sborra, anche lei, dopo un po’ di titubanza, raccoglieva con ingordigia quanto più poteva, arrivata alla bocca di Graziella si sono scatenate in un bacio furioso. A vedere quella scena il mio cazzo che stava perdendo vigore è tornato ancora duro, mi sono messo dietro a Cristina e l’ho infilato nella sua figa. Intanto Cristina è scesa con la bocca alla figa di sua madre e si è messa a leccarla con ingordigia. Graziella si è sistemata sotto la figlia nella posizione del 69, ogni tanto sfilava il cazzo dalla figa di Cristina e lo succhiava, poi lo rimetteva al suo posto. Cristina ha avuto due orgasmi così come sua madre, io ho sborrato nella bocca di Graziella che ha diviso la sborra con Cristina che si era girata. Eravamo sfatti, ci siamo stesi sul letto, le due donne ai miei fianchi. Cristina era entusiasta, non aveva mai pensato che fosse così bello scopare con un uomo, Graziella gli ha spiegato che non tutti gli uomini erano come me e prima di sposarsi doveva provarlo bene il suo futuro marito. Dopo quel primo incontro ci siamo incontrati con regolarità diverse volte. Terminato il master ho dovuto cambiare i miei programmi, anziché il lavoro a Londra sono dovuto partire per il servizio militare. Aosta, Scuola Militare Alpina, corso Allievi Ufficiali di Complemento. Sei mesi ad Aosta, tre mesi a Brunico, sei mesi a Bolzano. Duri, intensi, sempre su e giù dalle montagne, con pochi momenti liberi ma sufficienti per vivere belle esperienze e conoscere nuove donne. Meglio se belle ma, in quel periodo non andavo tanto per il sottile, mi ricordo ancora una donna che ho incontrato in una malga nell‘alta Val Marebbe, non era bella, non era giovane, non era pulitissima ma era una gran troia. Appendice: Cristina ha sposato un medico che a letto ci sa fare, ha avuto 4 figli ed è molto felice. Graziella, rimasta vedova, ha sposato un pezzo grosso delle Ferrovie dello Stato in pensione, ha 15 anni più di lei e a letto non è un gran che ma si arrangia benissimo da sola, in compenso può soddisfare un desiderio che aveva sempre avuto: girare il Mondo, sono sempre in viaggio, anche lei è molto felice…

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RACCONTI EROTICI: Padrona per una notte..

E’ venerdì sera. uscendo dal mio studiosto gia’ pensando che sono pronta a tutto, tranne che rincasare.
Stasera non mi va, stasera non torno.
Le mie figlie sono fuori e lui certamente sta già aspettando gli amici, per la solita notte di poker.
Faccio tutto con comodo; mangio qualcosa alla trattoria che hanno aperto da poco, a pochi isolati dal mio ufficio.
Il parcheggio è pieno, il locale stipato; tuttavia, io sono sola e quindi mi rifilano un posticino piccolo piccolo, nascosto dal classico frigo delle torte gelato.
Tutto è regolare, fin troppo, sino a quando la suoneria di un telefonino mi raggiunge.
Riconosco quella melodia, l’ho già sentita. Da chi, però?
Sbircio tra i tavoli e vedo mio cognato. E’ sua, quella suoneria.
Faccio per alzarmi, … mi accorgo appena in tempo che l’adorato cognatino non sta godendosi la compagnia di mia sorella.
La cosa non mi stupisce più di tanto. Nonostante sia mia sorella, sangue del mio sangue, l’ho sempre ritenuta una donna troppo mite; troppo docile, per come lui si propone. Aspetto quindi l’attimo nel quale lui si gira, per alzarmi, pagare il conto ed andarmene.
Vedere quella scena, però, non mi è assolutamente piaciuto, e, “Se mia sorella è una placida donna, io non lo sono affatto”,penso.
Ripercorrendo la via di casa, decido di chiamarlo. Con la sua voce al telefono, azzardo un “Disturbo?” e un “Dove sei?”
Lui dice “Non disturbi affatto, mia cara, sono ad una cena di lavoro”.
“Dev’essersi alzato in piedi”, penso, a giudicare dal silenzio assoluto attorno a lui.
Da bravo puttaniere, aggiunge “Sapessi che palle, ma sai com’è…”
“Certo, certo!”, gli do corda. “Non voglio trattenerti, volevo solo chiederti se domani mattina
vieni con me “alla soffitta”. Mi hanno chiesto di allestire il locale per la serata fetish e mi rompo , ad andarci da sola. Così mi son chiesta se…”
Neppure il tempo di finire il discorso, che già mi chiede quando vederci. Decidiamo per le 11, davanti al locale. Lo avviso che faremo tardi, probabilmente e che, alla soffitta, non c’è campo, e che il cellulare non prende.
“Non preoccuparti”, dice lui, “avviso Carla”.

Il locale, in realtà, deve essere pronto per la sera di lunedì, e solo io ho le chiavi del portone, e saranno ormai tre giorni che ci sto lavorando dentro.
Arrivo prima di lui, e lo avviso con un sms, dicendogli che non lo aspetto fuori.
Mi spoglio dei miei abiti e inizio a curare ogni mio dettaglio; indosso calze in latex nere, agganciate al reggicalze di un accattivante bustino nero intrecciato sul seno.
Le scarpe, altissime, sono rigorosamente lucide e nere
Ogni cosa ha questo colore; tutto, tranne il mio umore.
Slego i miei lunghi capelli, e mi trucco alla luce della lampada in bagno; fisso i miei occhi, riflessi dallo specchio.
Puntualissimo, lui suona. Mi affretto quindi ad abbassare le luci. La porta si apre, grazie al tiro posto sotto al bancone. Spunta in cima alla scalinata.
“Lucrezia!”
Rispondo “Scendi, sono giù. Aspettami sul palco!”
Grido, e i miei occhi lo osservano. So che ama il fetish. Lo lascio quindi salire sul palco, ad armeggiare con gli attrezzi… immagino che si stia eccitando.
Aspetto un altro po’, ma risalgo la scalinata e chiedo se può farmi da cavia.
“Cosa devo fare, dimmi?”
Mi siedo in un punto buio, e chiedo di indossare le polsiere della croce di Sant’Andrea.
Lui sorride, sembra quasi imbarazzato. Ma io so che lo vuole. Insisto; e, di certo, non fatico.
Il primo polso è agganciato. “Prova a mettere anche l’altro. Ci riesci?”
Lui risponde “E’ faticoso, ma non impossibile”. Di certo, l’eccitazione di quei momenti, lo porta a impegnarsi per agganciare anche la seconda polsiera.
“E… ed ora, spalanca le gambe, e dimmi se sei comodo. Descrivimi cosa provi”
Lui blatera qualcosa. Gli chiedo se è solito fare questo tipo di cose, o se fanno parte solo dei suoi sogni irrealizzati.
 “Ma che dici?”, mi risponde ridendo.
“Perché? Vuoi forse dirmi che mia sorella non ti permette queste cose?”
“No, non è quello, ma sai…”
Io allora inizio a scendere lenta la scala. Lentissima. Non mi vede ancora; io parlo e lui mi risponde.
Mentre scendo, azzardo un “…e così, tradisci mia sorella…”
In un tono perentorio, spara un “Certo che no”.
… mi fermo; predo dalla poltrona le mie fruste e continuo a scendere la scalinata.
Da come mi guarda, deve aver capito (o quantomeno, intuito) le mie intenzioni…
Accenno ad una mezza risata, dicendo che deve star tranquillo. Salgo finalmente sul palco
e mi trovo faccia a faccia con lui. Deglutisce a fatica, mentre, con il frustino, lo accarezzo tra le gambe. “Gradisci della musica?”.
Ma nemmeno aspetto la risposta; e già una musica blues accompagna il mio gioco.
Come una pantera, giro attorno alla croce, godendomi la sua espressione di curiosità e paura.
Mi fermo dietro a lui; le mie mani tirano i capelli verso me. “Mi fai male! Sei matta? Dai, smettila!”
“Oh no, non lo sono. La matta è mia sorella, ogni volta che ti crede!”
“Scusami , ma proprio non ti capisco. Se è uno scherzo, ti dico che sta diventando di cattivo gusto!”
“Ah, si??”
Torno davanti a lui, e prendo a slacciargli la camicia. Le unghie gli solcano il collo, fino ad arrivare al petto. So che non mi importerà nulla, di ciò che mi dirà. Delle preghiere che urlerà.
Con una mano afferro decisa i suoi coglioni, chiedendogli se li ha, e vuole essere così gentile da tirarli fuori.
“Slegami, liberami!”. Io lo rassicuro, “Tranquillo, lo faro”.
Il suo sesso ormai è duro, decido così di liberarlo. Passo la frusta sulla cappella e, ogni tanto, lo schiaffeggio. Passo la mia lingua, lenta, sul collo. Mordo i bordi delle sue labbra.
“Che ne dici, vuoi essere il mio cane?”
Gli faccio indossare il collare ed il guinzaglio. Scatto qualche foto.
“Mi spieghi, perché a me?”
“Semplice. Sono la parte peggiore di mia sorella. Sono ciò che lei non avrà mai il coraggio di essere. Ricordi quante volte mi ha detto che ero il suo opposto?”
E continuo. “Ed ora dimmi: ieri dov’eri?”
Lui dice “Ad una cena di ….”
La mia mano strinse nuovamente i coglioni.
“Dove, scusa?”
“Si, devi credermi”, arrendendosi ai miei desideri.

Inizio a slacciare la prima manetta dal suo polso. Cerca di scagliarsi contro di me.
“Stronza, sei una stronza!”
Scoppio a ridere e gli ricordo che la padrona sono io, e che non sarebbe facile spiegare certe foto a quella perbenista di mia sorella.
e dico “se devo essere sincera, nemmeno la serata di lavoro che hai trascorso, guarda caso, con quelle due puttanelle”
Il mio gioco prosegue
“…ed ora inginocchiati!”. Lui capisce che non scherzo. “Anzi, sai che ti dico? Spogliati, ed indossa quel paio di pants nere. Spicciati!”
Lui dice “Ma… ! Posso spiegarti…”
“Ti ho detto, spogliati”
Veloce si toglie ogni cosa, e lo ritrovo come il migliore dei cagnolini ai miei piedi.
“Ed ora vieni, andiamo a fare un giro per la sala”.
Salgo e scendo sulla gradinata per quasi 5 minuti, poi lo porto verso il bancone del bar. Riempio con dell’acqua il secchiello del ghiaccio e lo faccio bere come avrebbe desiderato il mio cane.
Seduta sullo sgabello, dondolavo la gamba. “Ehi cane! Ti piace la gamba della tua Padrona?”
“Certo, moltissimo!”. Lo colpisco con il piede, ricordandogli che era un cane e perciò non poteva parlare. “Avvicinati, ora”. Faccio così; due carezze sotto al suo mento, mentre lo accarezzo tra le gambe con la scarpa.
 “Se ti piacciono le scarpe della tua Padrona, potresti dimostramelo …del resto, ti manca solo la parola, questo si sa”. Non se lo fa ripetere.Inizia a passare la sua lingua lungo il tacco a spillo.
“Bravo, bene continua … mi piace vederti così!! Ti prometto che, quando avrai finito, avrai una ricompensa”. La sua lingua consuma le mie scarpe, sino ad eccitarmi. Mi diverto, a passare sui miei capezzoli e sopra la sua schiena, il ghiaccio del frigo bar. Vedo i brividi scorrere sul suo corpo e questo mi fa impazzire. “Ora stai fermo. Da bravo, stai seduto su due zampe”.
Mi siedo così, comoda sul bancone, e appoggiando i piedi sugli sgabelli, prendo a fargli vedere cosa sapevo fare con quel frustino. Non mi toglie gli occhi di dosso, la sua bocca quasi sbava. Io inizio a far scivolare il manico del frustino sotto lo string di latex, divertendomi a far schioccare gli elastici del reggicalze, a fargli ricordare che ciò stava vivendo, non era un sogno.
“Ora riprendi da bravo, a leccare”
Riparte così dal piede, ma, preso da un raptus di voglie, si ritrova presto con il viso tra le mie cosce.
“Ehi, ma come osi! Vergognati!”. Lo frusto più volte sulle natiche, per poi dirgli che, forse, ero stata troppo cattiva e che per farmi perdonare, gli avrei permesso di tornare con il suo muso tra le mie gambe. La sua lingua allora raggiunge la mia natura. “E’ bravo”, penso stronzamente. “Persino sprecato, per quella santa donna di mia sorella”.
“Voglio alzarmi, spostati!”. Come una cagna scodinzolo il culo vicino al suo viso.
“Che aspetti? Non mi vuoi?”. Come una furia, le sue mani mi prendono sui fianchi. Mentre lo string stava scivolando a terra, mi giro, mordendo la sua bocca e il suo collo.
Voglioso, finiva di liberare i seni dal bustino, mentre la mia lingua indecente lo cercava, godendo ad ogni suo cedimento.
“Forse mi aveva sempre desiderata”, penso.
Inizio a camminare, di nuovo, portandolo a 4 zampe, verso i divanetti. Metto al centro del salottino di specchi, e lo supplico di fare quel ciò che un cane avrebbe fatto.
Con violenza mi prende. Mi gira con il viso rivolto verso lo schienale. Sento finalmente mordere la mia schiena, il mio collo. Schiaffeggiare il mio culo; sembrava ed ansimava veramente come un cane.
Montandomi come un ossesso, avrebbe voluto dirmi tanto, lo sentivo. Ma sapeva che sarebbe stato peggio. Continuava così, in quel possedermi, sino a sfilarlo, e venirmi sulla schiena.
Era stato bravo, dovevo ammetterlo. Slaccio il suo collare e riprendo a salire la scalinata.
“Vai, sei libero” gli dico, mentre divertita gioco con la frusta.
Eppure…non sono ancora soddisfatta …

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